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Prevenire i genocidi

La Dottrina Obama riparte dal Darfur e dall’umanitarismo clintoniano

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Gli ideologi della politica estera di Bush stanno già cercando  di enfatizzare la continuità con l’amministrazione Obama. Assimilano l’interventismo umanitario che si sta profilando come caratteristico del nuovo team alla promozione della democrazia sostenuta dei neo-conservatori.  Di fronte al fallimento completo della “Grande Strategia” bushiana, il tentativo è di salvare il salvabile, sottolineando le similarità e attribuendo le sconfitte a errori contingenti, come fa Robert Kagan nell’ultimo numero di "Foreign Affairs". Ma non potrebbero esserci differenze più profonde tra le due politiche.

Obama ha formato una squadra di politica estera che presenta elementi di continuità – se di continuità vogliamo parlare – con l’amministrazione di Bill Clinton. A far da contrappunto a questi veterani c’è solo Robert Gates, Ministro della Difesa, e il generale James Jones, National Security Advisor. Ma queste due figure autorevoli nel campo repubblicano non sono mai state degli ideologi, preferendo un approccio realista e moderato alla politica estera. Saranno loro a frenare gli entusiasmi interventisti nella crisi del Darfur, tanto per menzionare un punto caldo nel mirino dei falchi liberali. L’orientamento del resto della squadra e della pletora di consiglieri autorevoli del Presidente Obama è infatti tutt’altro che moderato.

Susan Rice, ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, ha chiesto da tempo una posizione più decisa dell’ONU e degli USA sul Darfur, incluso l’intervento militare, dai bombardamenti al blocco navale che strangolerebbe il commercio del petrolio grezzo di cui il Sudan è gran produttore. Hillary Clinton, nuovo Segretario di Stato, ha parlato durante la campagna elettorale di un uso di truppe NATO per stabilire una “no-fly zone” sull’area dove il governo Sudanese ha effettuato i bombardamenti più devastanti. L’anno scorso Joe Biden, vice-presidente, disse in un’udienza del Senato sul Darfur che lui sarebbe stato pronto “a usare la forza degli Stati Uniti immediatamente”. Nel frattempo non ha cambiato idea.

Le motivazioni per intervenire in Darfur sono morali e legali e non hanno nulla in comune con l’intervento in Iraq. Il problema del Darfur non sono le armi di distruzione di massa; l’obiettivo non è cambiare regime per costruirne uno nuovo e più democratico nell’illusione di stabilizzare la regione circostante; l’intenzione non è di diffondere la democrazia usando i mezzi più illiberali possibili, dalla tortura all’impunità per i torturatori. In Darfur, da circa cinque anni  il governo sudanese sta commettendo crimini contro l’umanità, e lo scopo di un intervento Usa sarebbe di bloccarli. Non si tratterebbe quindi di una guerra di aggressione, perché la legge umanitaria internazionale riconosce implicitamente il dovere degli stati di prevenire o fermare tali crimini. Una norma emergente fin dal 2000, la “responsabilità di proteggere,” costituisce come dovere morale la spinta all’intervento in caso di gravi crisi umanitarie. Questa norma è pienamente accettata da Susan Rice, Hillary Clinton e Joe Biden, ma anche da altri democratici autorevoli.

Ieri l’ex-presidente Jimmy Carter ha pubblicato un editoriale sul Washington Post che si legge come una lettera aperta al Presidente Obama in cui si chiede di ristabilire l’autorità morale degli Stati Uniti nel mondo, adottando una politica estera basata sui diritti umani oltre che la democrazia. La lista di azioni da intraprendere è, in parte, già nell’agenda di Obama, dalla chiusura del vergognoso centro di detenzione di Guantanamo al ripudio della tortura. Ancora più specifico di Carter è il rapporto appena pubblicato dalla Task Force sulla Prevenzione del Genocidio. Sotto la guida di Madeleine Albright e William Cohen, due veterani dell’amministrazione Clinton, la Task Force ha messo insieme un gruppo di esperti democratici e repubblicani per mettere a fuoco il problema dei genocidi come priorità nazionale e proporre soluzioni a livello istituzionale e politico.

L’idea è di istituire una Commissione ad alto livello per la “Prevenzione delle Atrocità”, composta da membri del Dipartimento di stato, della difesa, del tesoro, della giustizia, dell’intelligence, dell’Agenzia per lo sviluppo (AID) e dell’esercito. Diretta da un membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale e dall’assistente segretario di stato per la democrazia, i diritti umani e il lavoro, la Commissione dovrebbe avere un collegamento diretto con il Presidente. Il suo mandato sarebbe di monitorare le crisi umanitarie nel mondo e proporre politiche di gestione e soluzione, con un’enfasi sulla diplomazia fino all’intervento militare.

Difficile trovare punti di contatto tra questo modo di pensare e la “Grande Strategia” bushiana che lascia il mondo più insicuro, l’America più indebolita sulla scena internazionale, e il Medio Oriente più instabile, riconfigurato sotto la potenza emergente dell’Iran. In ogni documento, articolo, e riflessione del campo di Obama si parla di diritti umani, democrazia, multilateralismo e leadership come di un pacchetto di concetti, non come un menu da cui scegliere liberamente a seconda delle circostanze.

La nozione di “responsabilità” nella protezione dell’umanità dal capriccio di leader che si sono macchiati di genocidio non ha mai fatto parte della “Grande Strategia” di Bush. In quella che è stato definita “l’intervista di uscita” del segretario di Stato Condoleeza Rice emerge  una miseria di idee e pochissima responsabilità. E’ vero che esiste un consenso quasi unanime tra gli analisti americani sulla mediocrità della Rice ma le sue affermazioni lasciano comunque perplessi. Sul Darfur dice: “Ho dei rimpianti. Ma non so se ci fossero delle riposte diverse (dall’inazione, nda). Il presidente prese in considerazione l’idea di un intervento unilaterale – molto difficile a farsi”. E sulla responsabilità di proteggere, sempre nel caso di Darfur, la Rice sostiene che non si è trattato altro che di parole, ma solo per colpa del Consiglio di Sicurezza.

Da Obama e dalla sua squadra di politica estera l’America, e il mondo, si aspettano competenza e leadership. Le idee ci sono. Si vedrà tra breve quali saranno i fatti. Intanto perfino l’Economist chiede a Obama di rilanciare l’intervento umanitario e di ricostruire la leadership morale dell’America. Da dove cominciare? Congo e Darfur sono due buoni candidati, sempre secondo l’Economist. Se il Consiglio di Sicurezza non approvasse l’intervento, gli USA potrebbero e dovrebbero intervenire senza autorizzazione, magari sotto l’ombrella della NATO, come fece Clinton in Kosovo nel 1999. Dopotutto, a Washington, gli attori di questa nuova impresa umanitaria sono gli stessi.

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