Home News “La Dottrina Obama, un danno per gli Usa” parola di Norman Podhoretz

La crisi egiziana secondo i neoconservatori

“La Dottrina Obama, un danno per gli Usa” parola di Norman Podhoretz

 

"Gli errori di Barack Obama rischiano di far perdere all’America non solo l’Egitto ma l’intero Medio Oriente". È severo, il giudizio di Norman Podhoretz, teorico dei neoconservatori in forza all’Hudson Institute e animatore della rivista "Commentary", sulla gestione della crisi egiziana da parte della Casa Bianca.

Quali errori contesta al presidente Obama?

"Sono di due tipi. Il primo è un errore di metodo: il presidente cambia idea in continuazione sulla gestione della crisi egiziana, dimostrando quell’incompetenza che Hillary Clinton gli rimproverava durante la primarie democratiche del 2008. Il secondo è un errore strategico: ritiene che il fondamentalismo islamico sia diviso fra estremisti e moderati e che con questi ultimi sia possibile parlare".

Iniziamo dal metodo. Che cosa c’è che non va?

"Obama cambia ogni giorno interlocutore al Cairo, così come esprime in rapida successione posizioni opposte su Hosni Mubarak. Evidenzia carenza di competenza. L’unico con una qualche esperienza che lo affianca alla Casa Bianca è il vicepresidente Joe Biden.Ma negli ultimi 30 anni non ha mai indovinato nulla".

Che cosa c’è di sbagliato nel dialogare con gli islamici moderati?

"La divisione dei fondamentalisti islamici fra estremisti e moderati è una finzione ad uso e consumo dell’opinione pubblica occidentale. Basta andare a leggere che cosa dicono i presunti moderati quando parlano in arabo: odiano l’America e tutto ciò che essa rappresenta. I Fratelli Musulmani si fingono moderati per guadagnare terreno politico in Egitto. Legittimandoli, Obama pone le premesse che potrebbero consentire loro entro un anno di avere in mano l’Egitto, e dunque il Canale di Suez".

Come si fa a promuovere la transizione escludendo i Fratelli Musulmani, che rappresentano il 30 per cento degli elettori?
«Il punto è che i Fratelli Musulmani sono l’unico partito di opposizione esistente. Serve una transizione gestita con tempi e modi tali da far emergere altre forze. L’errore di Obama è quello di accelerare i tempi, favorendo l’avvento dei Fratelli Musulmani".

Quali sono i rischi che questo scenario comporta?

"Gli Stati Uniti rischiano di perdere non solo l’Egitto come alleato ma l’intero Medio Oriente ".

Perché tutto il Medio Oriente?

"Basta guardare la mappa. Gli islamici governano in Turchia,Hamas ha in mano Gaza, gli Hezbollah hanno appena conquistato il potere in Libano e adesso i Fratelli Musulmani hanno le mani sull’Egitto. Senza contare il regime degli ayatollah in Iran. Il fondamentalismo si sta affermando ovunque. Il prossimo Paese a cedere potrebbe essere la Giordania di re Abdullah. L’America ne esce perdente, espulsa, indebolita, emarginata".

Chi ne viene rafforzato?

"L’Iran".

La Casa Bianca ritiene invece che i moti riformatori in Egitto e Tunisia premino le posizioni pro-riforme esposte da Obama nel discorso pronunciato al Cairo nel giugno 2009...

"Quel discorso fu segnato non dall’appello alle riforme ma dall’abbraccio all’Islam. Obama sta seguendo quello stesso approccio, con le conseguenze negative cui stiamo assistendo. Se Obama fosse stato davvero a favore delle riforme, avrebbe sostenuto le proteste in Iran nel 2009, dopo la contestata rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, invece scelse il basso profilo. Facendo prevalere la volontà di dialogo con un regime nostro nemico".

Come spiega la differenza di comportamento di Obama sulle proteste in Iran e in Egitto?

"Con il fatto che è un presidente incline ad essere più duro con gli amici che non con i nemici dell’America. Questo approccio ricorda molto quello del presidente Jimmy Carter, che nel 1979 liquidò lo Scià di Persia, con le conseguenze che ben conosciamo".

Che cosa c’è dietro l’essere più duri con gli amici che con i nemici?

"C’è un’idea negativa dell’America. La convinzione che gli Stati Uniti, i precedenti Presidenti, si siano comportanti male, abbiano sbagliato sempre tutto. C’è una sorta di odio di sé, di tutto ciò che l’America ha rappresentato in passato. L’ “appeasement” con i nemici, il tentativo di pacificazione, ha queste radici".

È d’accordo con chi sostiene che le rivolte egiziana e tunisina premino a posteriori l’impegno di GeorgeW. Bush per le riforme?

"Sono d’accordo solo fino a un certo punto. Sono stato un sostenitore della “Freedom Agenda” di Bush, l’Agenda della Libertà colonna portante della sua presidenza, ma negli ultimi tre anni della sua Amministrazione questo impegno si indebolì molto per ragioni che non sono state del tutto chiarite. È vero però che Bush allentò la pressione per le riforme in Egitto per timore dei Fratelli Musulmani. Le innovazioni democratiche, per prendere piede, hanno bisogno di tempo. Per questo il presidente Mubarak ha pesanti responsabilità per quanto sta avvenendo: avrebbe potuto iniziare le riforme sei - otto anni fa e se ciò fosse avvenuto oggi saremmo in una situazione differente".

(Tratto dal quotidiano La Stampa)

 

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