La droga cambia, le ideologie no

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La droga cambia, le ideologie no

22 Marzo 2007

Nel novembre dello scorso anno scrissi uno dei miei primi pezzi per il sito web della Fondazione Magna Carta. Questo mio scritto era improntato, in seguito alla proposta di legge del ministro Turco relativa all’innalzamento della quantità di droga detenibile per uso personale, sulla mia diretta esperienza quindicennale quale fumatore di cannabinoidi pronto ad elencare senza ipocrisie pregi (pochi) e difetti (molti) che la marijuana può avere per un giovane che oggi si approccia al suo consumo. Apriti cielo. Tra i miei molti amici ancora oggi irreprensibili consumatori, decisi antiproibizionisti ed ex-sodali di fumate scattò il passaparola volto alla lettura del mio pezzo, ed il mio susseguente linciaggio a mezzo telefonate, sms ed e-mail. Due amici addirittura inscenarono un conviviale invito a cena con lo scopo, svelato già appena dopo l’antipasto, di verificare se le mie condizioni di salute mentale fossero regolari, se qualche donna o prete avesse plagiato la mia mente per indurmi ad un così radicale cambio di rotta. Una mia ex-professoressa di lettere, con la quale sono rimasto molto legato, ebbe la favolosa idea di far leggere questo articolo ai suoi attuali alunni di quarta/quinta superiore, quindici anni dopo che io lasciai le stesse aule e gli stessi banchi, invitandoli a rispondermi e facendo da tramite. Mi consegnò dopo un paio di mesi un dischetto con gli scritti dei ragazzi, i quali pretendevano anche le mie risposte scritte. Ho finito di rispondere agli ultimi due lo scorso fine settimana, seppure ammetto che sia stata un’esperienza costruttiva e divertente.

Non ho mai capito davvero il perchè di questo trovarmi in mezzo a tutto questo fuoco incrociato. Non ho scritto null’altro che delle palesi e riscontrabili verità. Ho ammesso che di marijuana non è mai morto nessuno e che si tratta di un’erba (e non di una droga sintetica come l’extasy o di un composto notevolmente tagliato come la cocaina) che viene fumata da centinaia di anni in svariate parti del mondo. Ma ho insistito sul fatto che, davanti alla sempre più diffusa (anche fra i genitori) logica odierna del “vietato-vietare”, davanti alla sempre maggiore omologazione imperante fra i giovani che propaganda la cultura dello “sballo” partendo da età sempre minori, davanti alle sempre più diffuse abitudini che, all’interno di una logica egoista, personalista e per nulla proiettata agli sviluppi futuri della propria vita all’interno della società, portano a ritenere buono solo ciò che mi soddisfa oggi; un decreto come quello proposto dal ministro Turco fosse davvero irresponsabile se non una vera istigazione all’autodistruzione. Come elargire patenti di guida mediante esami sempre più semplici, ed invogliando al tempo stesso i neo-patentati alla guida di potenti bolidi. Dopo aver ricevuto la solidarietà sporadica di solo qualche isolato elemento, oggi mi è venuto in aiuto uno dei più autorevoli quotidiani europei: il londinese “Independent”, autore di una clamorosa (proprio come la mia) marcia indietro.

Va segnalato che il 28 marzo 1998, con il coordinamento dell’allora direttrice del quotidiano Rosie Boycott, l’Independent organizzò ad Hyde Park una manifestazione che coinvolse oltre sedicimila persone, tutte a favore della depenalizzazione della cannabis da droga di livello B a livello C, diminuendo conseguentemente le sanzioni legate al suo possesso e cercando soprattutto di far capire alla gran parte dell’opinione pubblica che due boccate di spinello non potevano certo qualificare un medico, un avvocato, un professionista qualunque (e questi erano infatti i maggiori partecipanti alla manifestazione, e non solo ragazzini) come un vero e proprio “tossico”. Miss Boycott sosteneva: “Posso affermare con certezza che nessuno è mai stato rovinato da un joint. La verità è che conosco persone che fumano saltuariamente nella loro vita e nel frattempo hanno il loro duro lavoro, portano avanti egregiamente le loro famiglie, guidano delle grandi corporazioni, e persino governano il nostro paese. Ciononostante, la cannabis è ancora ufficialmente segnalata come una pericolosa droga”.

Dall’Independent dello scorso 18 marzo 2007 invece leggo: “Molti medici specialistici sostengono con certezza che almeno 25.000 dei 250.000 schizofrenici inglesi attuali, avrebbero potuto evitare la malattia se non avessero fumato cannabis… La nostra società ha seriamente sottostimato quanto realmente pericolosi siano gli effetti della cannabis… Nei prossimi dieci anni potremo notare il preoccupante incremento di giovani in serie difficoltà psico-sociali….la sempre crescente evidenza dei rischi inerenti a danni psicologici causati da cannabis può significare soltanto che per noi è giunto il tempo di mutare una precisa posizione per la quale il nostro giornale era chiaramente identificato. Citeremo John Keynes a nostra difesa per dirvi: quando i fatti cambiano, anche io cambio il mio pensiero”. Caspita, che dietro-front! Ma quali sono i “fatti” ai quali l’Independent si appella per giustificare il proprio cambiamento di pensiero? Sostanzialmente due, strettamente correlati fra loro, ed assolutamente condivisibili entrambi per un ex accanito fumatore come me che nel corso degli anni ha potuto sperimentare l’evoluzione del mercato di questo stupefacente.

Il primo punto è che ciò che si fumava la diciassettenne Rosie Boycott nel ’68 ad Hyde park mentre ascoltava gli Stones, era solo un lontano parente di quello che fumai io a San Siro ascoltando Vasco Rossi almeno venticinque anni dopo, ed entrambi non avevano quasi nulla a che fare con quello che i ragazzi di oggi rollano nelle loro cartine. L’hascisc (composto pressato di polline della pianta di marijuana e qualche sostanza da taglio) è ormai quasi scomparso, e quello che resiste deve essere per forza “rinforzato” con altre sostanze per aumentarne lo sballo derivante. Chiedendo come facevo io del “libano” al giorno d’oggi, sareste guardati in malo modo. Dietro la richiesta di avere del “marocchino” potranno porgervi solo un caffè macchiato. E chiedendo “afgano” o “pakistano” non ho la più pallida idea di cosa potranno vendervi. Oggi è di moda il “caramello”, il “polline”. O addirittura il fumo viene chiamato coi più disparati nomignoli di fantasia per accrescerne l’appeal e la curiosità del consumatore, proprio come nelle più semplici leve di marketing: “Porsche”, “Unicorno”, “Plutonio”…gli ultimi che ebbi modo di testare.

Ma se il “fumo” sta progressivamente scomparendo, la vera protagonista è un’altra: la pianta di marijuana vera e propria. Grazie ad internet, i semi sono recuperabili facilmente online, ed è ormai possibile coltivarla, grazie a qualche suggerimento, anche sul balcone di casa. Il punto è che la “vecchia maria” ormai è diventata “Skunk”. Partendo dall’Olanda, si è creata in laboratori specializzati e con un grande fiuto per gli affari, una vera e propria corsa alla modificazione genetica dei semi, alla loro selezione, alla loro femminizzazione indotta (la pianta maschio non produce infiorescenze e quindi è inutile per lo “sballo”), all’accorciamento dei tempi di fioritura ed ad una maggiore resistenza anche a temperature che solitamente non sarebbero idonee a quel tipo di pianta. Lo scopo è unico: aumentare il tasso percentuale di THC (il principio attivo) presente nella sostanza. Calcoli per nulla campati per aria hanno dimostrato che probabilmente Rosie Boycott fumava qualcosa con un 5% di thc, io arrivavo quasi al 10% ed i nostri giovani che fumano la “skunk” selezionata in laboratorio giungono a livelli impensabili prima d’ora: 25/30% ed oltre.

Certo, lo sballo è molto più forte e prolungato. Ecco che scatta, per le ovvie logiche del branco, la corsa a chi ha la “roba” più potente…e così i vecchi marijuana, libano, marocchino….vanno in pensione soppiantati dalle nuove leve. E qui giungiamo al secondo fatto portato a riprova dall‘Independent per giustificare il suo cambio di rotta. Le nuove piante, a causa dell’elevatissimo contenuto percentuale di thc, sono molto più dannose per il cervello e le sue funzioni. Ad aggravare il tutto, vi è la sempre minore età alla quale ci si approccia alle canne: siamo ormai scesi sotto la soglia dei 15 anni. E’ quindi perfettamente comprensibile come una sostanza non più naturale ma geneticamente modificata e così potente, alle prese con un cervello così giovane, ancora delicato ed in fase di crescita, possa avere effetti devastanti. In Gran Bretagna, riporta l‘Independent, più di diecimila teenagers hanno dovuto sottoporsi a trattamenti contro la dipendenza da cannabis nel solo 2006. Le correlazioni fra il continuo e costante uso di questi potenti tipologie di cannabis, coltivabili anche in proprio, e il sorgere di patologie psicotiche è sempre più acclarato. Perdita della concentrazione, disturbi ai centri della memoria, psicosi, schizofrenia sono solo i principali sintomi scientificamente dimostrati da varie equipe mediche del Regno Unito.

Rosie Boycott non demorde, ed afferma di restare comunque sulle sue posizioni antiproibizioniste. Ma molto saggiamente, a mio parere, sollecita una campagna di informazione sui giovani per metterli al corrente del fatto che ciò che hanno in mano non è esattamente la stessa cosa che, magari, anche i loro padri ebbero occasione di fumare. Immaginiamo di entrare in un bar e chiedere di bere un litro di bevanda alcoolica: non sarebbe la stessa cosa se ci portassero un litro di birra o uno di vodka. Ecco perchè sono ancora maggiormente convinto che, nella nostra attuale epoca così già di per se allergica alle regole, una legge innalzante la quantità minima personale non punibile invia soprattutto ai più giovani un messaggio altamente diseducativo e pericoloso in quanto celante i veri rischi che si possono incorrere assumendo un certo tipo di sostanza che resta sempre e comunque psicotropa. Infine, basti notare che anche in Francia e Spagna, oltre al Regno Unito, si stanno muovendo i primi passi per l’attuazione di politiche volte più all’informazione dei giovani che alla repressione, dopo che si è constatato un aumento del 155% dei casi di trattamento psichiatrico di adolescenti dovuto all’eccessivo consumo di cannabinoidi. Lo ribadisco ancora, e stavolta ringrazio vivamente l’Independent per l’appoggio: di marijuana non è mai morto nessuno, però sia chiaro che è una droga e che fa male, specie agli adolescenti che si trovano fra le mani non la vecchia “ganja”, ma una potente sostanza creata in laboratori senza scrupoli ed attratti da un potente guadagno ottenuto a discapito della salute mentale di tanti adolescenti.