Rafsanjani vs Khamenei

La faida tra gli ayatollah è il sintomo della disgregazione dell’Iran

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Dopo il sermone di venerdì scorso dell’Ayatollah Rafsanjani, la crisi del regime iraniano si è "istituzionalizzata". Il discorso, pronunciato all'università di Teheran, è stato duro e non ha risparmiato critiche alla decisione della guida suprema Khamenei di confermare il risultato delle urne.

“Abbiamo organizzato lo Stato prendendo come punto di riferimento la volontà del popolo - ha detto Rafsanjani durante la preghiera - Se l'elemento islamico e quello repubblicano della rivoluzione non sono preservati, ciò significa che abbiamo dimenticato i principi della Rivoluzione”. Di seguito, l’ayatollah moderato ha scagliato accuse pesantissime contro Ahmadinejad e ha reclamato l’immediato rilascio dei prigionieri politici.

I vertici del potere della Repubblica Islamica hanno sempre smentito con forza che nel Paese fosse in atto una crisi, affermando tutt'al più che dietro al movimento che guida le proteste e le manifestazioni per i brogli elettorali ci fosse lo zampino degli americani, degli israeliani e soprattutto degli inglesi. Invece, le parole di Rafsanjani hanno mostrato un’altra realtà: all’interno del clero sciita non c’è più l’unità di intenti sbandierata dal regime, bensì una netta frattura tra l’ala moderata e quella più oltranzista, come confermato anche dagli altri Ayatollah come Montazeri e Ardabili.

Non più solo Mousavi contro Ahmadinejad, dunque, ma anche Rafsanjani contro Khamenei. Uno scontro per la lotta al vertice del potere, in cui la popolazione gioca un ruolo marginale. Uno scontro per l’anima stessa della Repubblica islamica, che nel medio-lungo periodo potrebbe provocare la caduta stessa del regime.

Intanto dall’Iran continuano ad arrivare notizie sempre più crude sulla repressione messa in atto dal governo. “Quando avevo diciotto anni sono stato insignito dell’onore di sposare (violentare, Ndr) una donna prima della sua esecuzione capitale”. Queste le raccapriccianti dichiarazioni  che il Jerusalem Post ha ottenuto attraverso un’intervista esclusiva ad un membro anonimo dei Basiji e che l’Occidentale ha pubblicato martedì scorso. Il motivo che ha spinto il Basiji a tradire l'organizzazione è stato il suo arresto. La colpa, quella di aver scarcerato due ragazzine di tredici e quindici anni che erano state arrestate durante le manifestazioni per i brogli avvenuti nelle ultime elezioni politiche. Il Basiji redento, memore delle atrocità compiute in passato, ha confessato: “Sapevo quale sarebbe stata la loro sorte se non le avessi rilasciate”.

I Basiji sono un gruppo fondamentalista creato per diretta emanazione dell’Ayatollah Khomeini nel novembre del 1979, durante la guerra tra Iran e Iraq. Era formato da volontari di sesso maschile che erano troppo giovani o troppo vecchi  per combattere. Il loro scopo durante il conflitto era quello di “martirizzarsi”, facendosi saltare in aria. Alla fine della guerra, sono divenuti l’organo ufficiale di repressione nelle città e nelle moschee iraniane. Poi, con l’avvento di Ahmadinejad, i Basiji hanno ottenuto un ruolo ancor più rilevante: reprimere le proteste della popolazione e agire come forza di polizia per il rispetto della Sharia e degli standard morali del paese.

L’uccisione e la tortura contro i manifestanti e i dissidenti del regime non è una nuova scienza, in Iran. Era già applicata durante il regime dello Scià. Le strategie e gli obiettivi sono gli stessi in ogni tipo di tortura: l’estorsione di confessioni (sia vere che false) e l’umiliazione corporale e psicologica, allo scopo di prevenire ulteriori atteggiamenti non consoni al regime. Questa regola vale anche per i manifestanti che sono ben al di sotto dei diciotto anni di età.

Come Sohrab Aarabi, sparito durante la manifestazione del 15 giugno 2009 e morto in circostanze sospette. O la tremenda storia delle giovani vergini sposate e violentate, raccontata dal Basiji redento. La Repubblica Islamica tratta così la sua popolazione. Il vaso di Pandora non è ancora stato aperto e già si intravedono gli orrori di una repubblica che è tale solo nel nome.

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