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Il futuro della moneta unica

La festa dell’Euro è finita. Non resta che tagliare la spesa pubblica

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“La festa è finita. E’ arrivato il momento di darci un taglio. Hanno fatto scoppiare il tuo bel palloncino e si sono portati via la luna”. E’ quanto scrivevano Betty Comden e Adolph Green più di 50 anni fa, quando non potevano neanche immaginarsi che stavano mettendo insieme le parole di una canzone che un giorno avrebbe descritto l’Eurozona.

Non è necessario spiegare di nuovo che l’eventuale crollo della Grecia comporterà, con molta probabilità, un eventuale default, tra l’altro già ampiamente raccontato nei media. Così come è inutile soffermarsi sulle sofferenze e le tribolazioni degli altri Paesi periferici dell’Eurozona. Ciò che vale la pena notare, invece, è che una cosa è che le nazioni benestanti siano le sfortunate vittime del “contagio”, e un’altra, molto diversa, è quella di beccarsi l’infezione per aver accettato a braccia aperte il Paese malato. Ed è proprio questo che hanno fatto i Paesi dell’Eurozona.

In effetti, questi Stati hanno accolto tra i loro bilanci annuali – fino ad oggi ricchi e robusti – quello della Grecia e di altri Paesi, già indeboliti dalla malattia, spazzando via decenni di un elevato e prudente tenore di vita, nel caso della Germania, e richiamando l’attenzione su 30 anni di deficit, come nel caso della Francia. Ancora peggio, la diffusione della malattia fiscale non è limitata alla zona euro e, come direbbero i critici, poteva essere prevista. La Gran Bretagna, che ha un deficit fiscale dalle proporzioni simili a quello greco (12 per cento del Pil), e gli Stati Uniti, che stanno in una situazione simile, si ritrovano ora a non essere immuni alla malattia.

Le agenzie di rating, infatti, sono sempre più incerte sul fatto di non modificare il rating attuale inglese e americano della “tripla A”. E l’amministrazione Obama è talmente spaventata dagli effetti dei vari problemi dell’Eurozona sulla ripresa americana che il presidente Usa ha chiamato il premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero per chiedergli con urgenza di adottare “azioni decise” per mettere in ordine il suo sistema fiscale – come dire “il bue dice cornuto all’asino” (the pot calling the kettle black) dato che il presidente ha dimostrato di non avere nessuna intenzione di tagliare i propri programmi di spesa, nonostante nel 2015 il debito statale raggiungerà il 110 per cento del Pil in confronto col 90 per cento alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La buona notizia però è che il messaggio dei mercati sembra essere quello di voler andare avanti. L’Eurocrazia è riuscita a raffazzonare un piano per prevenire il blocco totale del sistema bancario, promettendo di iniettare liquidità nel sistema. Ma i nervosismi sulle capacità di ripresa della controparte sono subito tornati e hanno adottato misure di rischio di credito bancario fino a 9 mesi.

Per di più il governo socialista spagnolo, venendo meno alla promessa di non ridurre gli stipendi del settore pubblico, li ha tagliati del 5 per cento, ha eliminato l’assegno da 2.500 euro ($3.100) per sostenere le nuove nascite, ha ridotto gli aiuti esteri, e ha annunciato un nuovo piano economico che prevede nei prossimi mesi nuove imposte sui “ricchi”. Anche il governo socialista portoghese ha incrementato il programma d’austerity, combinando i tagli alla spesa con un aumento dell’1 per cento dell’IVA, ora al 21 per cento su molti prodotti, e un 2,5 per cento di aumento fiscale sui profitti corporativi di oltre 2 milioni di euro. Altri governi europei stanno solo ora scoprendo le virtù della prudenza. Nonostante tutto, però, i mercati sono scettici e il Fondo Monetario Internazionale pretende ancora più tagli e aumenti delle tasse, persino ai Paesi benestanti.

La brutta notizia è che quest’esplosione di virtù fiscale probabilmente strangolerà fin dall’inizio l’anemica ripresa Europea: l’Unione Europea e l’Eurozona sono cresciute con un tasso annuo pari a solo lo 0,2 per cento nel primo trimestre, l’economia spagnola è cresciuta con un timido 0,1 per cento e l’1 per cento di crescita del Portogallo è stato il maggiore registrato in Europa. A differenza della Germania – il cui settore di esportazione di macchinari trarrà vantaggio dalla crisi dell’euro – la caduta della moneta unica non farà da contrappeso alla stretta fiscale delle economie non competitive dei Paesi periferici della zona euro.

Di conseguenza, con molta probabilità, i tagli della spesa e gli aumenti delle tasse riporteranno questi Paesi in recessione. Un fatto che ridurrà il gettito tributario, aumentando quindi il loro deficit fiscale. Ancora peggio, i prezzi stanno già cadendo in Irlanda e in Portogallo, spingendo i consumatori – già duramente colpiti – a frenare la spesa anticipando ancora di più le eventuali nuove cadute dei prezzi.

E’ difficile predire se l’euro riuscirà a resistere alle tensioni sociali che nasceranno dalla riduzione della dipendenza dalle finanze del settore pubblico. Secondo la mia opinione, ce la farà: le classi dirigenti hanno troppi interessi nel “progetto” europeo per permettere che l’euro passi alla storia solo come un esperimento interessante.

Ma l’Eurozona cambierà per sempre. La Francia ha ottenuto una grande vittoria sulla Germania nella sua battaglia per spingere oltre l’integrazione europea, riuscendo a sottoporre le singole politiche fiscali di ogni Paese membro a un maggiore controllo centrale, una mossa di cui potrebbe pentirsi quando il suo budget – che ha registrato un deficit pari all’8 per cento del suo Pil – verrà rivisto. L’FMI è oggi uno dei maggiori player nell’Eurozona, un’area che prima gli era proibita. E la credibilità della Banca Centrale Europea come un ente che lotta contro l’inflazione è stata indebolita dalla sua partecipazione attiva nel piano di salvataggio europeo.

Come conclude la 'canzone' di Comden-Green, “ora ti devi risvegliare, tutti i sogni devono finire. Togliti il trucco. La festa è finita. Ormai tutto è finito, amico mio”.

*Irwin Stelzer è business adviser e direttore del dipartimento di studi di politica economica dell’Hudson Institute. 

Tratto dal Wall Street Journal

Traduzione di Fabrizia B. Maggi

 

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