La Fiom sacrifica l’impianto di Pomigliano per qualche iscritto in più

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La Fiom sacrifica l’impianto di Pomigliano per qualche iscritto in più

15 Giugno 2010

È scontro aperto tra la FIOM e la Fiat. Pomigliano d’Arco rischia di essere la caporetto del sindacato italiano, che di fronte alla proposta di sviluppo in cambio di flessibilità della casa automobilistica di Torino ha deciso di chiudere la trattativa con un secco “no”. O così sembra per adesso.

Le dichiarazioni di Guglielmo Epifani, presidente della CGIL, intervistato da “La Repubblica” sembravano aprire degli spiragli, che invece sono stati chiusi dalla mancata firma dell’accordo. La situazione è molto confusa all’interno del primo sindacato italiano, sicuramente disturbato dalle lotte di potere per la successione interna.

Fiat voleva portare la produzione della Panda dallo stabilimento polacco a Pomigliano d’Arco e questo investimento faceva parte di un piano più ampio, quello di riportare in Italia una parte della produzione di autoveicoli. Il progetto “Fabbrica Italia”, presentato da Fiat poco meno di due mesi fa, prevedeva un recupero della produzione italiana in cambio di maggiore flessibilità da parte dei lavoratori, con un notevole investimento di risorse.

La situazione italiana è particolarmente grave nel settore automobilistico. Nel corso dell’ultimo decennio, il numero di autoveicoli prodotti da Fiat in Italia, si è circa dimezzato. Il dato è ancora più grave, se si considera che l’intera produzione di autoveicoli in Italia è della casa automobilistica torinese.

La mancanza cronica d’investimenti stranieri è uno dei punti dolenti che affligge tutta l’economia italiana e come sottolineava Pietro Ichino, noto giuslavorista e Senatore del Partito Democratico sul Corriere della Sera, questo fatto è dettato anche dalla mancanza di democrazia all’interno delle trattative sindacali.

Il “no” della FIOM rischia di portare alla chiusura di Pomigliano d’Arco, nonostante la UIL e CISL abbiano firmato l’accordo con Marchionne, amministratore delegato di FIAT. Dopo la chiusura di Termini Imerese, che avverrà il prossimo anno, l’Italia potrebbe vedere quindi la chiusura di un altro impianto nel Sud Italia.

La FIOM afferma che la proposta di Fiat era in realtà solo un ricatto; questa posizione sembra molto forte, perché le richieste dell’azienda sembravano andare verso una maggiore flessibilità, necessaria in un mercato sempre più globalizzato e competitivo.

Fiat, infatti, produce in uno stabilimento in Polonia lo stesso numero di veicoli che sono prodotti in cinque stabilimenti in Italia. Questo dato dovrebbe far riflettere il sindacato, se non preoccuparlo. La competitività di un paese è necessaria per attrarre investimenti e solo con gli investimenti è possibile creare occupazione.

Le politiche pubbliche nel settore automotive sono state per troppi anni delle politiche cieche e senza prospettiva. Gli incentivi alle vendite, come quelli concessi nel 2009, non hanno favorito la produzione nazionale. L’Italia si è ritrovata così ad essere un paese nel quale si producono meno automobili che in Repubblica Ceca.

Una parte della colpa è dunque da additare alle politiche pubbliche che davano aiuti momentanei, in funzione dell’andamento del mercato; mai sono state fatte politiche volte a favorire gli investimenti stranieri. Il risultato scoraggiante è quello che, nel 2010, l’intera produzione italiana è di FIAT e che, le case automobilistiche straniere abbiano deciso di produrre in Inghilterra, Spagna o nei Paesi dell’Est.

L’altra parte della colpa è sicuramente dei sindacati, che si sono arroccati troppo spesso su posizioni utili a raccogliere iscritti nelle fabbriche, ma poco utili al Paese. Il “no” della Fiom forse è l’esempio più chiaro. Fiat si ritrova oggi con la possibilità di chiudere un impianto, quello di Pomigliano d’Arco, che non riesce ad essere competitivo come altri della stessa azienda in Italia o all’estero; e questo avviene in un momento in cui, la casa automobilistica di Torino ha deciso di fare il grande salto in America, con l’acquisto di Chrysler.

Fiat rimane tuttavia troppo legata all’Europa ed in particolare al mercato italiano, nonostante l’acquisizione della casa di Detroit.

Le vendite, pur essendo in crescita negli Stati Uniti, vedono in quel Paese una sostanziale stabilità della quota di mercato, mentre in Europa, la casa torinese continua a registrare una caduta della market share. Nel mese di maggio le vendite europee di FIAT sono crollate di quasi il 23 per cento, mentre la quota di mercato è scesa dal 9,2 al 7,9 per cento.

Il momento è dunque molto delicato per Fiat e questo mancato accordo su Pomigliano d’Arco potrebbe far decidere all’impresa di staccarsi sempre maggiormente dall’Italia. Quello della FIOM sembra essere dunque un clamoroso autogol. Per mantenere qualche iscritto in più nel breve periodo è disposta a sacrificare la chiusura di un impianto produttivo.