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La Forleo non è al di sopra di ogni sospetto

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Gli articoli di Piero Ostellino sul ‘Corriere della Sera’ sono, per il liberalismo, un po’ l’equivalente delle unità di misura conservate a Sèvres. Nell’editoriale di martedì 30 ottobre, Tante amnesie sui giudici in TV, poi, l’incipit è davvero magistrale: «Che i magistrati debbano parlare solo attraverso gli atti processuali è una buona regola di civiltà del diritto e di carattere generale che dovrebbe valere per tutti e in ogni circostanza. Da noi, è diventato un luogo comune al quale una parte della classe politica e dei media ha apportato una eccezione per farlo diventare ancora più comune. ‘Comune’ inteso nell'interesse di tutti gli appartenenti a una parte politica, rispetto a ‘generale’ (nell'interesse di tutti). L’eccezione è questa. Ora che a essere indagati sono esponenti del centrosinistra, è bene che i magistrati rispettino la regola generale, evitando di andare in televisione a esporre le proprie convinzioni, perché ‘nessuno mette in discussione l'indipendenza della magistratura’».  Come può un liberale non essere d’accordo?

E tuttavia, Ostellino forse non fa abbastanza i conti con l’evento epocale che ha segnato la vita del nostro paese, nello scorcio del secolo scorso. La sua natura e la sua dinamica possono così riassumersi: la magistratura milanese, delegittimando un’intera classe dirigente -democristiani, ‘laici minori’ e socialisti-, col plauso di un gran numero di italiani, giustamente indignati e preoccupati dai costi della politica (specie in un periodo di recessione, quando le tangenti ai partiti non potevano essere più compensate da sicuri profitti), col tempo, è apparsa a una buona metà del paese, essa stessa come un partito, il ‘partito dei giudici’ appunto, e, in tal modo, ha finito per  autodelegittimarsi. Naturalmente stiamo parlando  di ‘percezioni collettive’, non della loro giustezza e fondatezza, sennonché, in politica, e soprattutto in tempo di democrazia, le ‘percezioni collettive’ sono fatti. Fatti duri come le pietre.

L’offensiva contro la corruzione scatenata dai giudici, com’era prevedibile, ha suscitato l’incomposta reazione dei politici messi alla gogna che, a loro volta, hanno contestato l’ideologia di ‘mani pulite’, additandola all’opinione pubblica come una sorta di via giudiziaria all’alternanza al governo - fenomeno, peraltro, non nuovo nella storia europea, se si pensa al ruolo di accendino della rivoluzione svolto dalla suprema corte di appello e di giustizia di Parigi, il Parlement, nel biennio 1787/1788. Sul garantismo peloso degli inquisiti si sono spesi fiumi d’inchiostro e ancora oggi gli scaffali delle librerie sono ricolme di cronistorie à la Travaglio. Sul dubbio comportamento della ‘controparte’, invece, le reticenze sono e continuano a essere tante. Opportunamente Ostellino ricorda la mobilitazione massmediatica fatta dalla procura di Milano in occasione del decreto Biondi (14 luglio 1994) che tendeva a ridurre i termini della carcerazione preventiva. Il pool «chiedeva di fatto e in diritto di poter continuare a utilizzare la carcerazione preventiva come la ruota medievale. Per strappare agli inquisiti una confessione. Su queste stesse colonne avevo scritto che gli uomini del pool avrebbero dovuto dimettersi, invece di contestare pubblicamente il Parlamento, se ritenevano di non poterne applicare un provvedimento che, oltre tutto, (re)introduceva nel nostro ordinamento un principio dell'Habeas corpus».

Col governo di centro-sinistra, va da sé, il ‘partito dei giudici’ si è trovato….a malpartito. «I promotori delle varie ondate della fallita rivoluzione giudiziaria - ha scritto Giuliano Ferrara sul ‘Foglio’del 31 ottobre - hanno aperto la caccia ai politici, in modo da intimidirli e impedire ogni sera riforma dell’ordinamento giudiziario. Ora potrebbero stare tranquilli. Non ci sarà selezione di merito, le carriere, tranquillamente intrecciate, proseguiranno per anzianità, dei testi psicoattitudinali non si può  neppure parlare |…| Insomma per i capi della magistratura politicizzata sarebbe il momento di richiamare all’ordine. Ma questa operazione di rientro nei ranghi si è dimostrata più ostica del previsto. Per ingenuità o per caparbietà c’è chi non capisce o non vuol capire, così se la prende coi ministri del centrosinistra con gli stessi metodi spicciativi che una volta andavano tanto di moda». 

Ferrara coglie certamente un aspetto reale dell’imbroglio italiano ma resta la sensazione che nella guerra senza quartiere tra politici e magistrati, si stiano formando alleanze e complicità trasversali volte a coprire, dietro il tema cruciale delle ‘forme’ e delle procedure, comportamenti illeciti a destra e a manca. In altre parole, il giustizialismo è vivo e vegeto ma lo sono altrettanto prassi diciamo ‘scorrette’ per le quali finora hanno pagato un prezzo salatissimo solo i  politici della prima Repubblica. Il corpo giudiziario risulta, ormai, ‘desacralizzato’ e nell’uomo della strada è sempre più forte il dubbio che esso sia davvero, sotto il profilo etico e civico, migliore del ceto politico.

Tornando all’editoriale di Ostellino: al punto in cui siamo, ci si può rammaricare del mancato riserbo di magistrati che, nelle loro indagini, ritengono di aver messo le mani su ‘qualcosa di grosso’, soltanto se si crede che oggi essi possano svolgere il loro lavoro al sicuro, nelle serre protette dei tribunali, dove non esistono corrotti e collusi ma solo funzionari integerrimi pronti a difendere quanti rispettano le regole e a proteggerli dall’«ira funesta» dei potenti di turno. Nella  diffidenza di tutti nei confronti di tutti - magistrati che sospettano nei colleghi gli agenti di questo o quel ministro, politici che vedono nei magistrati la longa manus dei loro avversari etc. - si può  solo auspicare che tutti stiano sullo stesso piano, liberi di rilasciare interviste sui quotidiani, alla radio, nei salotti televisivi: si tratti di De Magistris o della Forleo, di Mastella o di Di Pietro. Massima libertà di esternazione per ciascuno, quindi, con la riserva ovvia che ciascuno sia poi tenuto a rispondere, in sede giudiziaria, delle accuse gravi eventualmente rivolte alla ‘concorrenza’ durante un talk-show.

Una volta, però, sfoderata la vecchia lancia liberale della ‘libertà che sana le ferite da lei provocate’, a nessun protagonista dovrebbe essere più lecito rimanere sul piedistallo. Ospiti di Santoro o di Floris, di Lerner o di Vespa, i magistrati, al pari dei politici, diano liberamente sfogo alle loro passioni civili - autentiche o finte che siano - alle loro critiche, accuse e contraccuse, ma senza pretendere di essere ‘al di sopra di ogni sospetto’, in quanto funzionari del Diritto e del Dovere. La Forleo, è bene ricordarselo, intentò una causa ai deputati Maroni e Calderoli che avevano osato criticare una sua sentenza sul terrorismo - equiparato alla resistenza; altri giudici di punta hanno denunciato decine di deputati e giornalisti del centro-destra per averli ‘diffamati’. Eh no! Se si scende tutti in campo, se si vuole che la società civile, invitata a partecipare allo spettacolo della reciproca delegittimazione, faccia da arbitro imparziale, non debbono esserci gladiatori che giocano a petto nudo e altri con la corazza dei loro ruoli istituzionali.

Il mondo che a ragione Ostellino mostra di apprezzare - fatto di riservatezza, di silenzi dovuti, di correttezza formale - non è certo quello da noi abitato pieno di gente che si nasconde dietro i cadaveri scoperti negli armadi altrui. Nondimeno se dobbiamo rassegnarci, malinconicamente, a veder portare in piazza la giustizia, non rinunciamo a esigere che le piazze siano tante e che non ve ne siano di aperte e di chiuse! Dal momento che si è cominciato a spalancare  certe  porte e finestre  non fermiamoci a mezza strada e spalanchiamo tutte le altre. Malo periculosam libertatem quam quietum servitium.   

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