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La Francia ora bacchetta la Bce

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Durante la campagna elettorale in Francia la Banca Centrale Europea è stata attaccata da entrambi i candidati. L’obiezione mossa sia da Nicolas Sarkozy sia da Segolène Royal è di aver alzato i tassi di interesse troppo rapidamente e di aver trascurato la crescita economica. Il martedì dopo la vittoria di Sarkozy i ministri delle finanze dell’UE hanno chiesto al presidente francese di rispettare lo statuto della BCE a di astenersi da queste critiche in futuro.

Delude  assistere agli attacchi di due politici francesi all’istituto presieduto da J.C. Trichet considerando che è stata proprio la Francia a spingere maggiormente per l'euro. Una nuova occasione per osservare che l’implicito patto all’origine dell’euro era difettoso. L’idea di una moneta unica europea nacque diversi decenni fa però lo spunto fondamentale per la sua creazione si ebbe durante il processo di unificazione tedesca. Il presidente francese François Miterrand era disposto a dare il suo appoggio all’unificazione a patto che il governo tedesco avesse dato il suo consenso ad un progetto concreto di una moneta unica. Al punto che alcuni hanno chiamato l’euro (forse in modo esagerato) “il prezzo” dell’unità tedesca.

Ma per entrare nel merito della questione occorre fare un passo indietro. Alla fine degli anni ottanta i politici francesi avevano sviluppato un timore (esagerato%29 del potere della Bundesbank e volevano europeizzare la politica monetaria. Avevano sperimentato diverse volte tassi di inflazione preoccupanti e un calo della fiducia da parte dei mercati finanziari di fronte al franco, al punto da rendere difficile una politica monetaria indipendente. Ma il governo francese fece l’errore di attribuire la relativa debolezza della moneta e la forza del marco tedesco all’andamento dell’economia della Germania. In realtà, già negli anni ottanta l’economia tedesca mostrava una crescita modesta. Al contrario,  la forza del marco era il risultato della politica specifica della Bundesbank; una politica monetaria che la Banque de France non scelse di condividere.

Quindi, la via della stabilità monetaria sarebbe stata aperta alla Francia indipendentemente dal progetto della moneta unica. Questo fatto sembra abbastanza ironico dato che l’altra parte del patto implicito tra i francesi e i tedeschi prevedeva che la Germania potesse determinare la strategia della Banca Centrale Europea e lo fece implicitamente secondo l’esempio della Bundesbank. Questa strategia, se da una parte prevede un’elevata vigilanza nei confronti dei pericoli inflazionistici e un’attenzione particolare agli eccessi dell’espansione monetaria, dall’altra esclude tentativi di stimolare l’economia nel breve termine. Ciò che non va di questo patto è che i politici francesi insistono ancora su una politica monetaria stimolante e opportunistica.

Sia Sarkozy che la Royal hanno ragione: l’attuale livello dell’euro non aiuta la competitività delle imprese francesi sui mercati mondiali. Tuttavia è anche vero che le industrie esportatrici di diversi altri paesi della zona euro, come quelle di Germania, Olanda o Finlandia, competono con grande successo a livello internazionale. Ma evidentemente la stabilità monetaria all’interno della Francia non viene apprezzata: i politici francesi si concentrano solo sugli effetti negativi dell’euro. Ma se così fosse, la Francia avrebbe fatto meglio a tenere il franco e continuare una politica monetaria indipendente.

Se le critiche dei due politici francesi sembrano chiaramente populistiche, le opinioni della Banque de France meritano una considerazione più profonda. Alla fine di aprile il presidente della banca centrale francese, Christian Noyer, ha espresso i suoi dubbi sui metodi con cui la BCE decide sui tassi d’interesse. La banca centrale europea, seguendo la tradizione della Bundesbank, e a differenza della Federal Reserve di Washington, osserva con molta attenzione la crescita del volume monetario. Ritiene che il legame tra questo volume e i trend inflazionistici sia molto stretto. Diversi economisti, ritengono invece che questo legame venga frequentemente messo in dubbio, dato che il volume monetario sta attualmente crescendo con una rapidità enorme mentre l’inflazione rimane bassa. Ha ragione quindi, la Banque de France, a esprimere la sua preoccupazione perché se lo stacco tra questi due variabili si verificherà anche nel futuro, la politica monetaria della BCE potrebbe perdere un po’ di credibilità. Finora non si può giudicare se questo accadrà, dato che i difensori dell’attuale strategia ritengono che i legami tra il volume monetario e l’inflazione si dimostrano solo a lungo termine. Il pericolo, in quel caso, sarà di alta inflazione (non nell’immediato, chiaramente, ma in futuro). E la credibilità delle banche centrali di tutto il mondo sarebbe danneggiata ugualmente. C’è quasi da sperare che la filosofia della BCE sia sbagliata ma possiamo anche osservare che l’istituto presieduto da Jean Claude Trichet, molto spesso non agisce assecondando questa filosofia, altrimenti la rapida crescita del volume monetario l’avrebbe portata ad alzare i tassi in modo così drammatico da buttare la zona euro in deflazione.

In conclusione, quello che non viene apprezzato è che, paragonato con le altre banche centrali, la BCE proprio adesso può vantarsi di aver guidato bene sia l’economia che la stabilità della moneta. Invece oggi si sa che la Federal Reserve tra il 2001 e il 2004 ha seguito una politica monetaria troppo espansiva, al punto da infiammare la bolla immobiliare. E che la Bank of England deve combattere livelli di inflazione non accettabili. Il tutto mentre la zona euro dopo qualche anno difficile gode di un periodo di crescita e di stabilità. Naturalmente, il compito rimane difficile. Il divario dei tassi di inflazione nei paesi membri è sempre un problema. Ad esempio, l’inflazione attuale in Irlanda si attesta al 3.6 per cento, mentre in Finlandia non supera l’1.3 per cento. Tuttavia, data l’eterogeneità di Eurolandia non ci si può aspettare di più.

Inoltre, c’è da constatare che il rischio più grande per l’euro ora viene dall’esterno ed è dovuto allo straordinario deficit commerciale degli Stati Uniti, che mette alle strette la moneta americana. Il dollaro debole potrebbe complicare il lavoro della BCE nei prossimi mesi. Gli osservatori si aspettano un rialzo dei tassi di interesse in giugno al 4 per cento e possibilmente ulteriori aggiustamenti al 4.5 o 4.75 per cento verso la fine del 2007. Ma se il dollaro continua a calare c’è la possibilità che la BCE riveda la strategia. Alcuni analisti pensano che ad un livello pari a 1.45 dollari la BCE cercherà di “salvare” l’euro dalla sua forza eccessiva con una politica monetaria meno restrittiva. Se questo accadrà, i politici francesi non avranno più nessun motivo di attaccare la BCE. Senza più scuse la Francia sarà costretta a riformare la sua economia e affrontare i problemi interni con più determinazione.

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