Home News La Francia storce il naso ma c’è bisogno della NATO nella crisi libica

L'antiatlantismo di Parigi

La Francia storce il naso ma c’è bisogno della NATO nella crisi libica

0
72

NATO sì, NATO no. Sul coinvolgimento dell’organizzazione politico-militare dell’Alleanza Atlantica nella crisi in corso in Libia continua lo scontro all’interno della stessa Alleanza. Francia e Turchia continuano ad opporsi al trasferimento sotto il comando della NATO delle operazioni condotte dalla coalition of the willings denominata Odissey Dawn, come richiesto da Italia e Gran Bretagna. In mezzo si trovano gli Stati Uniti di Barack Obama, riluttanti ad entrare nella disputa ma costretti dalle circostanze a prendere posizione.

E' notizia di questa mattina che Parigi ha accettato che la NATO abbia un "ruolo tecnico" nelle operazioni, ma non il "comando politico", come ha fatto sapere il ministro degli esteri Juppé. Per quanto riguarda invece la Tuchia, Ankara mette a disposizione 6 navi da guerra e un sottomarino. I mezzi però non parteciperanno direttamente alle operazioni militari ma saranno utilizzati per far rispettare il blocco navale. La NATO, secondo i francesi, avrà un ruolo di "guida operativa" per garantire il rispetto della no-fly zone.

Finora, le operazioni aree effettuate per stabilire la “no-fly zone” sui cieli libici e proteggere i civili dagli attacchi degli uomini di Gheddafi, sulla base della Risoluzione 1973 dell’ONU, sono state condotte attraverso un’anomala catena di coordinamento, priva di un comando centrale unificato. I francesi rispondono al quartier generale di Lione, gli inglesi a quello di Northwood e gli americani allo US Africa Command di Stoccarda in Germania, con responsabilità di coordinare le operazioni dei tre comandi ed evitare così pericolose sovrapposizioni.

Ma se questo schema si è dimostrato sostenibile nella prima fase, quella necessaria a stabilire la “no-fly zone”, nella seconda il ricorso ad un sistema militare integrato con un unico comando centrale che gestisca le operazioni e ne stabilisca gli obiettivi, come quello della NATO, risulta indispensabile per procedere efficacemente nella protezione dei civili e nel mantenimento della zona d’interdizione aerea, continuando le ostilità da parte di Gheddafi. Obama ha fatto capire di essere orientato verso una soluzione “atlantica”, che dovrebbe anche essere quella più naturale per gli Stati membri della NATO. Eppure non per tutti è così.

Cosa ha spinto Francia e Turchia ad osteggiare il conferimento della bandiera dell’Alleanza Atlantica all’operazione Odissey Dawn nei cieli libici? Dall’angolo visuale di Ankara, il nuovo corso post-kemalista e neo-ottomano in politica estera rischia di essere danneggiato da un intervento militare della NATO in un’area in cui la sua influenza è in forte crescita. I cambiamenti in corso nel Grande Medio Oriente hanno aperto nuovi spazi di manovra per il governo di Erdogan, come fa presagire la creazione in Egitto da parte dei Fratelli Musulmani di un partito denominato Giustizia e Sviluppo, come quello al potere in Turchia. Così, un intervento militare della NATO potrebbe rovinare l’immagine che Ankara sta cercando di accreditare quale nuovo punto di riferimento del mondo arabo-musulmano.

Parigi sta invece riproponendo sulla scena il suo tradizionale anti-atlantismo di maniera, vecchio almeno quanto la Quinta Repubblica. La questione va oltre l’interesse di Nicolas Sarkozy a sfruttare a fini elettorali un ruolo di primo piano della Francia in Libia in vista delle presidenziali del 2012, perché investe pienamente la cultura di politica estera francese e la percezione che Parigi ha di sé a livello internazionale. Il reintegro nel comando integrato della NATO voluto da Sarko l’americaine non era mirato a ricucire lo strappo di De Gaulle del 1966, ma a marcare un minimo di discontinuità nella messinscena politica con il suo predecessore, Jacques Chirac, eroe dell’antibushismo militante ai tempi dell’intervento americano in Iraq, accrescendo allo stesso tempo la presenza numerica francese ai posti di comando e nella burocrazia NATO. Di contro, al reintegro francese non è corrisposto alcun valore aggiunto per l’Alleanza, a partire dall’Afghanistan dove la nazione dal “destino speciale” continua a limitarsi ad occupare le retrovie, malgrado i numerosi cittadini francesi che si addestrano nei campi talebani e qaedisti a cavallo della linea Durand.

La discriminante resta il comando militare americano, sotto cui Parigi non è mai riuscita a stare se non con insofferenza, sia nel quadro della NATO (il Supreme Allied Commander Europe (SACEUR) proviene di regola dagli Stati Uniti, mentre il Segretario generale è europeo) che al di fuori. Nell’estate del 1991, quando venne messa in piedi la coalition of the willings che liberò il Kuwait dall’occupazione irachena, furono create due catene di comando: una araba, affidata al comando di un generale saudita, l’altra occidentale a guida americana; la Francia preferì porsi sotto comando saudita. Le difficoltà incontrate nel corso dell’intervento in Kosovo dal SACEUR, generale Wesley K. Clark, nel concertare gli obiettivi e la conduzione delle operazioni con il comando francese hanno fatto scuola a Washington, tanto da convincere l’amministrazione Bush a mettere da parte la NATO per costruire coalizioni ad hoc in Afghanistan e Iraq sotto il comando americano.

Allora Chirac sfruttò l’occasione per lanciare l’idea di un quartier generale multinazionale alternativo al Supreme Headquarters Allied Powers Europe (SHAPE) della NATO, in compagnia della Germania di Schroeder, del Belgio e del Lussemburgo. Il tutto, in continuità rispetto alla strategia di delegittimazione culturale e politica della NATO messa in campo a partire dalla metà degli anni ’90, che ha utilizzato come clave l’Unione Europea e la costruzione di una politica di sicurezza e difesa in competizione con la NATO e con gli Stati Uniti. Ed è proprio il fallimento della PESD, nonostante la grande enfasi prima nella costituzione e poi nel Trattato di Lisbona, a fornire la cifra della vacuità della strategia e del modo di essere di Parigi sul palcoscenico internazionale. A cui va ad aggiungersi, il flop dell’Unione per il Mediterraneo fortemente voluta da Sarkozy.

Nel caso della Libia, il tentativo di escludere la NATO è stato evidente fin dalle prime battute. Già prima che si sparassero i primi colpi Sarkozy aveva escluso un intervento della NATO per la sua cattiva reputazione in Medio Oriente. Nella riunione di sabato 19 marzo a Parigi con i leader dei paesi che avrebbero fatto parte della coalition of the willings, il Segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, non è stato neppure invitato al contrario dei rappresentanti di ONU, UE e Lega Araba. Il nuovo ministro degli Esteri, Alain Juppe, ha affermato che è la Lega Araba a non volere la NATO e il generale Ponthies, portavoce del ministero francese della Difesa, ritiene efficace il modello vigente di coordinamento dell’operazione senza un comando unico.

Il punto è che un simile modus operandi, oltre a non essere affidabile da un punto di vista militare, rischia di minare la già fragile coesione politica degli alleati, fondamentale per raggiungere gli obiettivi prefissati. Ciò costituisce un elemento di debolezza dell’Occidente di fronte alla crisi libica e alla fase di profondo cambiamento a cui sta andando incontro il Grande Medio Oriente. A Parigi non sembra tuttavia interessare, agendo in un’ottica esclusivamente autoreferenziale e non di alleanza né di appartenenza ad una comune civiltà. L’Occidente si presenta dunque ancora una volta diviso, e ancora una volta la causa principale della spaccatura risiede a Parigi, di cui, al pari della Turchia di Erdogan, andrebbe messa in discussione apertamente l’appartenenza politica e culturale all’Alleanza Atlantica.

Questa insulsa disputa politico-diplomatica sta ora volgendo al termine. Con un’operazione di ingegneria diplomatico-militare, la NATO sarà chiamata a ricoprire un ruolo tecnico nella pianificazione ed a livello operativo ed a fornire asset e capacità (della cui indispensabilità sono consapevoli anche a Parigi), mentre la coalition of the willings avrà una ancor non meglio precisata cabina di regia politica dove la Francia potrà recitare, a suo uso e consumo, la parte della grande potenza che ha preferito ad un ruolo di leadership effettiva nel quadro dell’Alleanza.

La NATO, da parte sua, ha poco di che crucciarsi, avendo dimostrato prontezza e disponibilità a supporto dello sforzo internazionale fin dalle prime battute della crisi libica, malgrado la gravosità dell’impegno in Afghanistan. Già prima dell’inizio di Odissey Dawn, la NATO era operativa in Libia con attività di pattugliamento aereo e marittimo, necessario anche a garantire il rispetto dell’embargo militare verso Gheddafi sancito dalla Risoluzione ONU 1970. Rasmussen ha più volte ribadito la volontà della NATO di voler contribuire alla risoluzione della crisi di concerto con i paesi e le organizzazioni partner, in un contesto e in uno spirito di interlocking institutions non ravvisabile nell’UE e nelle altre organizzazioni. Ed è stato soprattutto l’unico leader occidentale ad aver ribadito ripetutamente e in maniera inequivocabile il supporto verso un cambiamento democratico nel Grande Medio Oriente, quale unica garanzia di sicurezza di lungo periodo per la comunità euro-atlantica.

La NATO pertanto c’è e non ha bisogno di cercare comandi e visibilità, specie un’area in cui è già profondamente impegnata. A tal proposito, oltre all’Afghanistan, ricordiamo la NATO Training Mission in Iraq, la missione marittima antiterrorismo Active Endeavor, i partenariati con i paesi del Dialogo Mediterraneo e dell’Iniziativa di Cooperazione di Istanbul. Il ruolo sempre più centrale che la NATO si appresta a svolgere nella crisi libica, al di là delle tensioni interne all’Alleanza, accrescerà ulteriormente l’alto profilo del suo l’impegno per la sicurezza e la stabilità dell’area e risulterà determinante per proteggere efficacemente il popolo libico dalle violenze del regime di Gheddafi.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here