La “frustata” del Cav. è la mossa giusta contro il debito e il discredito
01 Febbraio 2011
La “frustata” all’economia italiana proposta da Silvio Berlusconi non può che farci piacere. Nelle sue linee di fondo corrisponde ad alcune osservazioni che avevamo scritto su l’Occidentale in tempi non sospetti (prima del caso Ruby, per intenderci).
L’idea di mettere mano al gigantesco debito pubblico italiano sul versante della crescita e non su quello della “botta secca” patrimoniale, era più o meno quello che nel nostro piccolissimo, suggerivamo al Cav. come linea d’azione per lo scorcio di legislatura che resta.
Dismissione del patrimonio pubblico, liberalizzazioni, riforme del mercato del lavoro, defiscalizzazione per il sud, sono la miscela di misure che il Premier ha abbozzato nella sua lettera sul Corriere della Sera, contrapponendola opportunamente alle malsane tentazioni di ridurre il debito a spese di conti correnti o delle proprietà immobiliari degli italiani.
L’opposizione ha voltato le spalle sdegnata alla proposta, sostenendo che si tratta solo di un patetico tentativo di distrarre l’attenzione dal caso Ruby e dai festini di Arcore. Il che suona come dire: grazie per l’offerta ma preferiamo destinare tutta la nostra attenzione alle escort e al bunga-bunga. Anche se poi nei tiggì mostrano il volto serioso e preoccupato di chi dice che il paese ha bisogno d’altro.
In realtà anche se ci fosse la prova provata che le proposte berlusconiane porterebbero l’Italia fuori dalla crisi, l’opposizione sarebbe pronta a bocciarle anche solo per il sospetto che potessero servire al Premier per restare in sella.
La mossa ha dunque sortito un primo buon risultato mettendo in chiaro quali sono le vere e uniche priorità del Pd e dei suoi cespugli. Ma per quel che ci riguarda e interessa di più ha anche dimostrato che “resistere” all’attacco dei propri avversari (giudici, stampa progressista, lobbies e varie opposizioni ) non significa solo asserragliarsi dentro un bunker e coltivare una astiosa sindrome da assedio, come pure era sembrato fare Berlusconi fino ad ora. Si può resistere agli assalti sulla vita privata, sull’etica e l’estetica del governare, sul “disastro antropolologico”, costringendo il nemico a su un altro terreno, giocando all’attacco anziché in difesa. Si può e si deve lasciare spazio a idee diverse e molteplici, rimettere in moto una dialettica nel partito e nel governo salvandosi dalla asfissiante logica dell’ “o con me o contro di me” che è l’indotto tipico di ogni assedio.
Certo anche le sortite comportano dei rischi. In campo aperto la disciplina passa in secondo piano mentre serve capacità di improvvisazione e spirito di iniziativa: doti che occorre rapidamente recuperare dopo i lunghi mesi di ozio forzoso imposto dall’incalzare degli avversari interni ed esterni. Serve più libertà di manovra e più fiducia nei luogotenenti e negli alleati. Il comando centralizzato deve lasciar luogo a tattiche più flessibili e coordinate.
Se tutto questo accade, se le nuove proposte economiche di Berlusconi prendono piede nel dibattito pubblico, se trovano eco anche nell’azione degli altri ministri (che ne pensa Tremonti?), se il Parlamento trova il modo di creare corsie rapide per la loro discussione, se qualcosa comincia a prendere forma di legge e a funzionare, se, se…allora importa poco che all’origine di questa iniziativa ci sia la volontà di distrarre l’attenzione dalle notti di Arcore. Anzi, è proprio di questo genere di “distrazione” che si sente ormai il bisogno.
