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Vere riforme

La Gelmini deve osare di più se vuole ridare dignità all’università

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Dopo avere criticato a fondo, negli anni scorsi, la gestione centralistica e burocratizzante del ministro dell'Università e della Ricerca, Fabio Mussi, confesso che mi aspettavo di più dalla prima uscita nel campo dell'università e della ricerca del neo-ministro, la signora Maria Stella Gelmini. Quanto il ministro ha detto davanti alla Commissione Cultura della Camera (17 giugno 2008) mi pare, purtroppo, rappresentare una sorta di minimo comune denominatore sul quale, almeno a livello di parole e di concetti, siamo da anni ormai tutti d'accordo, perfino l'ex ministro Mussi. 

Trovatemi qualcuno che sostenga di essere contro il merito, contro l'autonomia e contro la necessità della valutazione. Che si dica a favore della politicizzazione delle assunzioni dei docenti. Che sostenga di non volere agevolare gli studenti indigenti, i fuori sede e i giovani ricercatori. Che non desideri il ritorno dei cervelli italiani esportati all'estero, impedisca l'arrivo di docenti stranieri o sia per principio contrario ai docenti "che non provengano strettamente dal mondo accademico" (nonostante quest'ultima apertura abbia prodotto soprattutto effetti negativi). Chi è che non auspichi la diminuzione delle discipline, dei corsi di laurea, e dei settori scientifico-disciplinari?

A mia memoria, non c'è stato ministro responsabile dell'università che non abbia detto e ripetuto tutte queste stesse cose - salvo poi non riuscire a metterne in pratica nemmeno una o addirittura a distruggere quel poco di buono che nonostante tutto continuava a sopravvivere (vedi la riforma Zecchino-Berlinguer). La stessa idea dell'università come "area di parcheggio", ripresa dal ministro Gelmini, risale almeno alle lotte contro il disegno di legge 2314 allora proposto dal ministro democristiano Luigi Gui nel 1967.

Avevamo molto apprezzato il fatto che il ministro Gelmini, con quel pragmatismo e quella pacatezza che avevamo imparato a ben conoscere in campagna elettorale, si fosse presa un po' di tempo per studiare i dossier del suo ministero prima di fare dichiarazioni pubbliche circa le sue linee guida nella conduzione della scuola, dell'università e della ricerca. Ma se sulla scuola qualcosa di nuovo lo abbiamo poi sentito, la sua ricetta per l'università sa ancora tanto di vecchia burocrazia e tecnocrazia ministeriale, e presenta ben poco di quel capovolgimenti del sistema che si saremmo aspettati da lei.

Dov'è, per esempio, l'abolizione del valore legale dei titoli di studio? Si ha un bel parlare di autonomia universitaria e di competizione tra le sedi, ma finché i titoli che producono restano uguali di fronte alla legge, l'incentivo a produrre merito crolla verticalmente.

Dov'è, per esempio, l'abolizione della stessa idea di concorso pubblico, un feticcio che Francesco Giavazzi ha recentemente proposto di abolire addirittura nella scuola pubblica su un quotidiano da establishment quale il Corriere della Sera. Ci siamo dimenticati dei concorsi baronali (e delle assunzioni non certo per merito) dell'università di tutto il dopoguerra, quando i concorsi erano nazionali e si svolgevano soltanto a Roma? O le vere e proprie campagne elettorali che si svolgevano a livello nazionale per eleggere i membri delle commissioni? O il peso fortissimo dei gruppi di potere romani (sì, romani, ministro Gelmini) che controllavano quei concorsi? Ora sembra che tutta la colpa del disastro ricada sul fatto che i concorsi avvengono (almeno in parte) in sede locale, e la cooptazione prevalga sul merito, laddove è proprio attraverso  la cooptazione che funziona, per esempio, il sistema di assunzioni che porta alle università migliori del mondo, quelle nordamericane.

Dov'è, per esempio, quell'obiettivo strategico che ci saremmo aspettavati dalla storia politica del ministro Gelmini, vale a dire, in prospettiva, la stessa abolizione proprio del Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica, o quantomeno la sua riduzione a una mera funzione di coordinamento (ma non di indirizzo etico-politico). A conti fatti, ci sembra, quella maggiore autonomia universitaria che tutti auspicano (includendo nel disegno autonomistico anche i centri di ricerca, in primis il Consilio Nazionale delle Ricerche) comporta, automaticamente, minore ingerenza ministeriale a tutti i livelli -- di indirizzo scientifico, di autogoverno e di controllo sulle risorse.

Dov'è, per esempio, alla voce finanziamento degli studenti, l'indicazione che l'unico vero criterio di  aiuto è il merito del candidato, indipendentemente dal suo status sociale, dal reddito della famiglia o dal luogo di residenza? Dopo i diciotto anni, perché legare alla famiglia di provenienza il destino  di un maggiorenne studente (ma anche dottorando, post-doc, ricercatore, etc.), che deve invece essere considerato un adulto autonomo a tutti gli effetti, e non essere favorito o sfavorito in base alla provenienza di genitori sulla cui storia non ha e non può avere alcun controllo? L'affirmative action sociale a cui probabilmente si ispira il ministro Gelmini (ma a cui si ispirava anche l'ex ministro Mussi) va lasciata alla valutazione della singola università o del singolo centro di ricerca (o anche delle autorità locali), e non va certo imposta dall'alto secondo griglie astratte ed eticamente indirizzate. 

Insomma, ministro Gelmini, la sua storia ci fa intuire che lei sarebbe d'accordo con noi su tutto quanto abbiamo finora così parzialmente esemplificato (o almeno su molto). Quanto però ci ha fatto sapere finora, come diceva il mio maestro elementare, ci sembra poco farina del suo sacco.

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5 COMMENTS

  1. Tagliare i fondi alle università pubbliche non trasparenti
    Sono perfettamente d’accordo con il Prof. Codignola riguardo all’idea dell’abolizione del valore legale del titolo di studio. Nelle università nordamericane, inoltre, la scelta dei docenti avviene per cooptazione e non, come in Italia, per concorsi truccati che diventano, poi, una vera e propria “giustificazione” che consente anche agli incompetenti ed ai mediocri di rimanere al loro posto (con i sindacati benedicenti): “ha fatto un concorso e lo ha vinto”, si dice … Occorre avere ben presente, tuttavia, la situazione italiana: le università sono gestite con un sistema baronale (che meriterebbe di essere spazzato via senza pietà) ed una maggiore libertà di scelta concessa ai docenti probabilmente porterebbe solo ad ingiustizie e mafiosità ancora più grandi, dato che le università continuerebbero ad avere sempre i finanziamenti dello Stato: un’università che viene sempre e comunque finanziata dallo Stato, infatti, non si sentirà mai in dovere di autogestirsi in maniera trasparente. Per risolvere davvero il problema bisognerebbe non solo abolire il valore legale del titolo di studio e dare più libertà di cooptazione ai docenti, ma tagliare i fondi. In questo modo un’università dovrebbe riuscire a vivere solo in virtù di finanziamenti da parte di istituzioni private e pubbliche che investono in un’università veramente degna di questo nome. Una domanda: è davvero possibile oggi, in Italia, tagliare ex abrupto le risorse alle università? Francamente, credo di no. Un primo passo potrebbe essere quello di disincentivare l’illegalità nelle università, punendo senza alcuna pietà le inefficienze e la gestione baronale: la punizione dovrebbe essere la riduzione drastica dei fondi pubblici. Ma per fare questo occorrerebbe un grandissimo coraggio da parte del “Governo” e, soprattutto, che le illegalità vengano denunciate da parte di chi ne è a conoscenza. Dunque, fermezza del Governo, moralità, amore per il sapere, onestà e senso della legalità!

  2. osare in modo giusto
    Pur convenendo sul giudizio espresso nell’articolo a proposito delle dichiarazioni del Ministro, sono convinto che le proposte salvifiche per l’università che non sono state avanzate, fanno parte anch’esse di luoghi comuni dei quali si nutre una parte degli opinionisti. L’abolizione del valore legale dei titoli, cavallo di battaglia, non farebbe altro che codificare quello che è già in gran parte nei fatti. Il differenziale degli stipendi tra laureati e non è minimo, e moltissimi laureati svolgono lavori diversi da quelli che riguardano la loro laurea. In più le lauree hanno un valore (relativo) solo nei concorsi pubblici. Negare che i concorsi locali, nati per mettere in “concorrenza” gli atenei, siano stati un vero disastro, significa ignorare dati pesanti come pietre: i docenti di prima fascia sono aumentati del 40% (costante il numero dei Ricercatori) ed i vincitori dei concorsi (di ogni fascia) sono per il 98% provenienti dalla stessa sede. Si è padroni di non riconoscere il disastro in questi dati: ma è necessaria molta fantasia. Invocare la concorrenza tra atenei, avendo come esperienza università USA o private italiane, quale sembrerebbe quella dei molti opinionisti che la invocano, non tiene conto di un fatto decisivo. Nelle università pubbliche italiane la gestione è affidata a rappresentanti dei professori (in costante conflitto di interessi), mentre nelle università private o USA il “governo” è nelle salde mani dei finanziatori o comunque di “esterni”.

  3. La Gelmini deve osare di…
    Le grandi riforme devono essere fatte dai riformatori. E la signora Gelmini non è né tale né è a conoscenza dei fatti.
    Cioè non è vissuta nel mondo della scuola, dell’ università e della formazione, in generale. Sarà un ottimo avvocato ed una buona mamma di famiglia e dato che la storia è fatta anche di paradigmi, la signora Gelmini dovrebbe tentare una rilessione di saggezza e misurarsi con il filosofo Giovanni Gentile che di riforme scolastiche se ne intendeva.

  4. Resto alibito che si possa
    Resto alibito che si possa scrivere un’ articolo tale..
    Siamo di fronte a una riforma che và contro ogni tipo di logica, da quella economica a quella sociale, da qualunque punto di vista è dannosa e ne pagheremo amaramente le conseguenze.
    Solo prendendo in considerazione fini che dire deplorevoli è un complimento si può cercare di dare un senso a tale riforma..
    invito le persone a informasi su questo orrore e spero che il tutto venga annullato dal referendum.
    A coloro che hanno scritto questo elogio concedo il beneficio della ignoranza.. non sapevano cosa scrivevano,se, invece, sapevano di cosa scrivevano non ci sarebbero parole per descrivere la ripugnanza di tali individui..

  5. Università
    Capisco che Certe possizioni sono frutto di un certo orientamento politico, ma adesso dovreste essere contenti la signora Gelmini sta “ridimensionando ” per usare un termine buono, l’università Pubblica.
    Avanti così allora ma lo Stato non deve finanziare le Università private (come invece avviene) in gran parte quelle ecclesiastiche (tra l’altro alcune di altissimo livello) se no è troppo facile. Tolgo ad A per dare a B alla faccia di chi la vora oramai come me da vent’anni seriamente, senza sprecare un centesimo di euro. Ma questo non fa notizia.

    saluti
    Roberto Fratini

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