La generazione Facebook è un insieme di rapporti superficiali e senza senso

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La generazione Facebook è un insieme di rapporti superficiali e senza senso

21 Novembre 2010

Un film che non è solo un film ma è anche molto altro. Il racconto sulla nascita di Facebook, la storia del suo inventore, del suo amico e dei suoi soci. E’ soprattutto il ritratto di una generazione che è stata educata dal social network.

Il nostro protagonista geniale e privo di emozioni è sempre lì che non si scompone più di tanto; né quando insulta la sua ragazza né quando la stessa, vedendolo dopo molto tempo, non vuole alzarsi e andare a parlare con lui. L’attore è bravissimo, il suo viso non fa trapelare emozioni. E’ così e basta, anche al suo unico e caro amico non sa dire più di tanto. Il suo dolore non sembra colpirlo. Nulla sembra toccarlo, né la causa che deve sostenere, né il suo socio scoperto con la cocaina. La sua immagine non si scompone neanche quando si comporta essenzialmente con tutti senza scrupoli. Sicuramente geniale, ma sembra privo di emozioni. Gli altri esistono poco nel suo universo emotivo. L’adrenalina e l’emozione lo sorprendono solo quando mette a segno le sue idee.

E’ un film e non sappiamo se davvero il nostro scopritore di Facebook sia così, impenetrabile e refrattario alla riflessione sui suoi comportamenti. Lontano da un codice etico che dovrebbe fargli rispettare accordi ed amicizie e non approfittare delle idee e dell’affetto degli altri; cosa che lui fa senza scomporsi più di tanto.

La storia fa riflettere e fa vedere un mondo di ragazzi il cui unico interesse è contattarsi, divertirsi in modi ambigui, bere – si beve birra per tutto il film – e drogarsi. Ma soprattutto fare soldi, questa idea ossessiva pervade il film.

Sembra il quadro di una parte della popolazione giovane del pianeta. Sesso, soldi, alcol. I rapporti ridotti al minimo ed essenzialmente planetari e superficiali. Ci si sfiora non si interagisce, ci si nasconde dentro Facebook, o ci si mette a nudo, nel vero senso del termine, in rete. Superficiali, in perenne mutamento a guardare quanti contatti si possono avere quante persone si possono spiare e raggiungere. Contatti, notizie, non rapporti! Si può restare chiusi in casa e vivere sul social network.

Nel film, viene raccontata una generazione superficiale e senza etica. La domanda che sorge guardando i comportamenti del protagonista è “ma mi starà ascoltando? Mi vede, esisto per lui? O sono un tasto? Ci sono? Non ci sono più, cancellato”.

Il film rappresenta molto bene l’impero delle pulsioni interiori non più regolate da norme, pensieri , riflessioni, emozioni. Liberi di poter scrivere qualunque cosa. L’unico metro morale sono io stesso, senza regole e argini. Un soggettivismo etico, che porta a non guardare l’altro, a non averne cura a poterlo raggiungere con invettive e insulti e a non provare nulla rispetto al suo dolore, che non tocca nessuno. La falsità diviene strategia intelligente e il denaro è il motivo di vita.

Questi i ragazzi del film e in particolare il protagonista. Si differenziano solo l’amico, l’unico a mostrare emozioni e sentimenti, e l’ex ragazza: entrambi mantengono la propria autenticità che pagano a duro prezzo; loro sono lontani dall’indifferenza del genio protagonista. Genio, ma solo. Da solo come lo sono tanti ragazzi di oggi che sono lì a contare i contatti, a vedere quanti amici hanno ma che in realtà non hanno nessuno.

E’ rappresentata in questa pellicola una realtà che all’apparenza è brillante, divertente. Sembra che si divertano tutti, ma in realtà c’è una tristezza infinita che aleggia alimentata dall’assenza di senso, di sentimenti, di rapporti autentici. Tutto è funzionale ad ottenere qualcosa e a dimostrare qualcosa, ma non c’è niente di vero, di sentito. E’ una infernale vetrina dietro la quale ci si spintona per farsi vedere. Meno male che non per tutti i ragazzi è così importante esserci.