La geopolitica del futuro? Questione di cibo… (di D. D’Angelo)
14 Giugno 2021
“Follow the money”. Da quando il film “Tutti gli uomini del presidente” l’ha resa immortale, è questa la legge non scritta attraverso la quale vengono interpretati gli avvenimenti di ogni ordine e grado. La geopolitica non fa eccezione: quella economica è la chiave di lettura ormai quasi esclusiva delle politiche di potenza.
C’è tuttavia un convitato di pietra destinato ad assumere sempre maggiore rilievo con il crescere della popolazione mondiale, l’aumento della densità abitativa di alcune aree e la progressiva saturazione del territorio a causa di una industrializzazione sregolata e dello sfruttamento dovuto a colture e allevamenti intensivi. Si tratta dell’approvvigionamento alimentare, tema relegato al massimo a qualche dissertazione ideologica e mai considerato nelle sue implicazioni oggettive.
Eppure basterebbe un’analisi che vada appena più in profondità della superficie per rendersi conto, ad esempio, che accanto alle mire espansionistiche è proprio la prognosi sul fabbisogno alimentare a spingere gli investimenti aggressivi che il regime di Pechino, nel disinteresse di molti, sta compiendo in Africa. Nonostante la sua estensione, infatti, la Cina – il cui modello sul fronte economico e produttivo assomma il peggio del comunismo e il peggio del capitalismo – sconta una devastazione ambientale che sta determinando la scomparsa di pescato, l’esaurimento di fonti alimentari proprie e la progressiva saturazione di terreni ancorché sconfinati, con tutto ciò che ne consegue rispetto alla necessità di sfamare una popolazione che si appresta a raggiungere il miliardo e mezzo di unità.
Anche senza discostarci troppo da casa nostra, e al netto di un indice demografico che nel Vecchio Continente mostra un sensibile rallentamento, accanto a discutibilissime ragioni ideologiche c’è probabilmente anche il tema dell’approvvigionamento dietro i preoccupanti indirizzi che si fanno strada in sede UE in materia di regole alimentari. Basti pensare agli assurdi propositi di disincentivo al consumo della carne rossa, motivati con incredibili ragioni di salute che sembrano non tenere in alcun conto la non sovrapponibilità delle proteine vegetali rispetto alle proteine animali, le quali sole possono garantire un equilibrato apporto di aminoacidi affinché le proteine – i mattoni dell’organismo – possano essere correttamente sintetizzate dalle nostre cellule.
La verità è che la sottovalutazione del tema alimentare è qualcosa di molto miope. E’ vero infatti che la storia si sviluppa e che la geopolitica risponde a dinamiche in continua evoluzione, è vero anche che la ricerca va avanti e la tecnoscienza compie ogni anno passi da gigante, ma se c’è un punto fermo nel percorso dell’umanità esso risiede negli elementi naturali di base, e fra questi il fatto che l’uomo deve nutrirsi e farlo adeguatamente pena la sopravvivenza della specie. E’ questo il motivo per il quale nei tempi di guerra, sia essa convenzionale o meno come quella che stiamo vivendo in questo periodo, si tende nella percezione diffusa a riscoprire il valore dell’agricoltura.
Se si intende dunque provare a immaginare un po’ più a lungo termine gli equilibri futuri, oltre a tenere d’occhio gli indicatori economici bisognerebbe aggiornare la regola di cui in premessa dicendo “follow the food” e monitorando costantemente la densità abitativa dei diversi territori.
Applicando questa lente, per esempio, la questione cinese – gigantesco problema di oggi – appare destinata a stabilizzarsi e ad allungare il fiato nei prossimi decenni.
Se è vero invece che le dinamiche evolutive si sviluppano non tanto in termini di parametri attuali quanto in termini di potenzialità, la vera sorpresa in ambito geopolitico – che probabilmente la nostra generazione non vedrà compiersi ma quella dei nostri figli sì – potrebbe risiedere nel Sud America. Per i suoi territori sterminati e ancora poco sfruttati, per la sua densità abitativa estremamente bassa, per alcuni elementi della cultura di base (fatte salve le dovute e rilevanti differenze) che richiamano quella europea.
Gli indizi che portano a guardare all’America Meridionale nella proiezione dei futuri centri di egemonia planetaria sono molteplici: le ingenti estensioni di territorio coltivabile; bacini marini enormi e poco sfruttati e dunque ancora molto pescosi; notevoli risorse energetiche come il petrolio, il carbone e il legno; la possibilità di sfruttare i venti della Patagonia. A ciò si aggiunga il controllo della Bahia Grande in Argentina e del Canale di Panama, passaggi obbligati per la movimentazione intercontinentale delle merci. Infine, la massiccia disponibilità di acqua dolce rispetto all’Africa e soprattutto all’Asia, che dispone di bacini acquiferi ma completamente inquinati, sicché il Sud America potrebbe rivelarsi da qui a qualche tempo l’unico continente a poter contare su acqua potabile a sufficienza per la propria popolazione.
Se insomma si allarga lo sguardo al di là degli orizzonti consueti e quasi abusati nel dibattito pubblico, e ci si sforza di contemplare accanto a quelli industriali e tecnologici anche parametri essenziali come quelli demografici e alimentari, è possibile intercettare in chiave futura direttrici poco esplorate. Soprattutto, annettendo a questi ambiti il giusto valore, si comprende per quale motivo lasciare che il tema ambientale sia appannaggio della sinistra e della sua ideologia sarebbe il più grande errore che si possa commettere. Perché l’ambiente è terreno dei conservatori, tanto più se si tratta di legare ad esso gli equilibri che governeranno il mondo nelle prossime generazioni.
