La giustizia Usa condanna i soldati che sbagliano

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La giustizia Usa condanna i soldati che sbagliano

La giustizia Usa condanna i soldati che sbagliano

06 Agosto 2007

Il processo ai cinque soldati americani
della prestigiosa 101/a divisione aviotrasportata per lo stupro e l’omicidio di
Abeer Qassim Hamza al Janabi – una ragazzina irachena di soli 14 anni – e
l’uccisione della sua famiglia, non è in grado di delegittimare la missione
statunitense a Baghdad; né pone in discussione la professionalità e l’umanità
di tutti i militari che ogni giorno rischiano la propria vita al fine di creare
le condizioni per uno Stato libero e democratico in Iraq. Tuttavia, è
innegabile che nel corso della vicenda sono emersi interrogativi critici, sin dall’ordine
del Pentagono del 18 ottobre 2006 che sottopone gli accusati al giudizio della
corte marziale.

I fatti sono stati resi noti
grazie alla testimonianze del soldato scelto James Barker e del sergente Paul
Cortez, che hanno accettato di collaborare dichiarando la propria colpevolezza
in cambio della garanzia di evitare la pena capitale.

Il 12 marzo 2006, in uno degli
accampamenti statunitensi nei pressi di Baghdad, Barker sta giocando a carte
con un suo commilitone, il soldato scelto Steven Green. Per passare il tempo,
per alleviare la tensione e per rianimarsi dalla stanchezza di lunghi turni ai checkpoint
nella calura opprimente, mandano giù whisky mischiato ad una bevanda
energizzante. Tra gi scherzi e le battute di cattivo gusto, si fa strada l’idea
di fare sesso con una ragazzina irachena, lanciata un po’ per goliardaggine e
un po’ per spavalderia da Green – il classico cattivo elemento, 21 anni, entrato
nell’esercito ancora minorenne per sfuggire ad una condanna per consumo di
alcol; in seguito ripreso dai superiori per consumo di stupefacenti e, ancora,
per abuso di alcolici. A loro si uniscono il sergente Paul Cortez, 24 anni, e i
soldati di prima classe Jesse
Spielman, 22 anni, e Bryan Howard, 19. Barker e Green hanno pianificato tutto:
una famiglia a Mahmudiya, piccolo villaggio a una trentina di chilometri da
Baghdad. La ragazza in realtà è poco più che una bambina; ma in casa solo un
uomo, il padre, a proteggere la moglie e le figlie. Facile anche trovare un
pretesto per la spedizione: rintracciare presunti terroristi.

I cinque fanno irruzione
nell’abitazione. Green e Cortez trascinano la famiglia in camera da letto; lasciando
Green di guardia, Cortez torna in soggiorno dai compagni con la più grande
delle due figlie, Abeer, e la stupra. Poi è il turno di Barker. Improvvisamente,
gli spari: “Li ho uccisi”, dice Green entrando nel soggiorno, senza espressione;
“sono tutti morti”. Barker si affretta a terminare con Abeer. Poi è il turno di
Green. Spielman e Howard inizialmente fanno la guardia, poi partecipano allo
stupro. Green intanto comincia a versare cherosene sui corpi; i soldati gettano
le uniformi e ne indossano di pulite. Anche l’AK-47 con cui Green ha sparato
verrà fatto scomparire in un canale di scolo, poco distante. Resta il fatto che
ogni instante che passa, la giovane Abeer -terrorizzata e piangente – diviene sempre
meno un trastullo, e sempre più un pericolo. Green le punta la pistola alla
tempia e spara, una, due, tre volte. Il fuoco che Green appiccherà da lì a poco
cancellerà quasi tutti gli altri resti di questa disumana tragedia.

Ora i soldati affrontano il
processo sotto corte marziale. Tutti, tranne Steven Green, che l’esercito
(ancora non a conoscenza del fatto) ha poi allontanato per “disturbi alla personalità”.
Nonostante le testimonianze dei suoi commilitoni che lo indicano come
l’ideatore del crimine, Green insiste a proclamarsi innocente. James Barker è già
stato condannato a 90 anni di prigione per omicidio e stupro, da scontarsi in
un carcere militare; ha confessato in lacrime, affermando di non sentirsi
nemmeno degno di chiedere il perdono della corte. Cortez, ha anch’egli mostrato
rimorso nel ricordare i fatti; pur tenendo conto della sua collaborazione, è
stato comunque condannato a 100 anni con la condizionale, con il divieto di
appello prima di 10 anni. La più recente – ma non ultima – sentenza è quella di
Jesse Spielman, emessa il 5 agosto; la condanna per Spielman è di 110 anni per
omicidio e stupro, e anch’egli dovrà aspettare almeno 10 anni prima di
richiedere la libertà condizionale. Si attende la conclusione del processo per Howard,
e in particolar modo il verdetto per Green, che essendo stato radiato
dall’esercito verrà giudicato da un tribunale civile, rischiando anche la pena
capitale.

Molte le problematiche sollevate
dal massacro di Mahmudyia. In primo luogo, il diverbio politico in merito alle
competenze giudiziarie: non appena resi noti i termini del processo, lo scorso
ottobre, il Primo Ministro iracheno Nouri al-Maliki aveva chiesto la revoca
dell’immunità dalla giustizia irachena di cui godono le truppe straniere a
Baghdad. In Iraq, per il reato di omicidio – ma specialmente per stupro – si
può richiedere la condanna a morte del responsabile. I soldati statunitensi
invece, aggiungendo all’immunità speciale garantita alle truppe straniere il
“non luogo a procedere” contro i militari americani, concesso dal Tribunale
Penale Internazionale in seguito al voto contrario degli USA allo Statuto
Penale Internazionale nel 1998, sono certamente protetti dal rischio di pagare
per il proprio crimine secondo la legge irachena. Oltre ad accusare gli Stati
Uniti di gestire la sicurezza in Iraq con due pesi e due misure, scegliendo di
processare i soldati americani negli USA, si mormora che lo sdegno della
comunità irachena abbia spinto un gruppo di insorti – l’Esercito Islamico
d’Iraq – a costruire per rappresaglia un missile che può colpire i nemici a 15 chilometri di
distanza. Lo hanno chiamato Abeer.

A tutto ciò si aggiunge la poca
fiducia nella giustizia statunitense espressa al quotidiano britannico The Guardian dallo zio di Abeer, Ahmad
Qassim. Pur restando il rispetto per il dolore dell’uomo alla perdita dei
familiari, colpisce la generale insistenza irachena a difendere l’onore di una
giovane vittima di violenza sessuale in un paese dove le donne non sono nel
concreto protette da abusi e violenze, e certamente non vengono incoraggiate a
rivendicare i propri diritti e la propria libertà quando si tratta di eredità,
matrimonio, lavoro e tutela dei figli. In ogni caso, la questione sollevata dal
Primo Ministro iracheno Nouri al-Maliki e da Ahmad Qassim resta valida: è
opportuno interrogarsi quanto sia coerente combattere per il regime change in Iraq, quando poi non si
è pronti ad accettarne i frutti. Nello specifico, l’America deve adottare una
posizione chiara rispetto ad una Costituzione approvata democraticamente che contempla
la pena capitale per alcuni reati, e rivendica la legittima sovranità nazionale
nell’applicarla al proprio territorio. Se si tollera che l’Iraq esegua una
sentenza capitale come nel caso di Saddam Hussein, in nome del rispetto per la
decisione di uno Stato sovrano in merito ad un crimine commesso sul suo
territorio, non ci si può opporre quando sul banco degli imputati si trovano i
liberatori. O quantomeno non si può pretendere che gli iracheni lo accettino di
buon grado.

Un’ulteriore riflessione è
relativa all’inevitabile declino numerico e qualitativo delle truppe USA, accompagnato
all’esponenziale aumento delle unità impiegate nella missione in Iraq.
L’esercito statunitense, a corto di reclute, sta accettando sempre più membri
della cosiddetta “quarta categoria” (i candidati che non conseguono risultati
apprezzabili nei test attitudinali militari); oppure giovani con precedenti per
droga e alcolismo, come tristemente evidente nel caso del soldato Green. Questo
risulta nella presenza sul campo di battaglia di soldati giovani, male
addestrati e, ancora più grave, inadatti a sopportare lo stress fisico e
psicologico che le situazioni di combattimento immancabilmente portano con sé.

Detto questo, come ha affermato il
capitano William Fischbach, pubblica accusa nel processo a James Barker, le
condizioni di logoramento fisico e mentale a cui sono sottoposti i militari in
guerra, l’alcol e la giovane età non costituiscono scusanti per i soldati che
hanno ideato e perpetrato il massacro di Mahmudyia. Abeer e la sua famiglia, ha
detto Fischbach alla corte mostrando una foto della giovane, non meritavano di
subire quella tortura. Abeer non aveva mai fatto nulla per nuocere ai soldati
americani; certamente non era responsabile degli episodi a cui i cinque avevano
assistito e dai quali il loro spirito debole era emerso irreparabilmente
distorto, lasciandoli in balia di sentimenti astiosi e violenti verso la
popolazione irachena.

La fiducia nelle corti militari
statunitensi non è tuttavia malriposta. Sin dai tempi del Vietnam e del
massacro di My Lai, che la penna di una giovane ed indomita Oriana Fallaci fece
conoscere all’Italia nel 1969 con la sua toccante testimonianza nel libro Niente e Così Sia, l’America ha punito severamente
i soldati che contravvenivano alle leggi di guerra, e li ha puniti perché è
giusto farlo. La giustizia umana è talvolta imperfetta; e magari la guerra al
terrorismo in Iraq non è stata sempre condotta in maniera irreprensibile. Ma le
leggi di guerra esistono, e si possono far rispettare. Gettare tutto alle
ortiche per la condotta di pochi elementi deviati – elementi che peraltro pagheranno
per ciò che hanno fatto – sarebbe decisamente ingiusto, nonché controproducente
per il successo della missione in Iraq e della guerra al terrorismo.