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La globalizzazione non è una cena di gala: ecco la geopolitica del talento

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Dei 10mila studenti “mobilitati” caduti in Giappone durante la II guerra mondiale, ben 7mila morirono durante il bombardamento nucleare di Hiroshima. Infatti, nell’estate del 1945 ci si aspettava un attacco aereo contro la città (tra le poche ancora non devastate dai bombardamenti a tappeto delle “Fortezze Volanti”) e i giovani volontari, spesso appena adolescenti, accorsi da tutto il Paese, lavoravano febbrilmente per rafforzare le difese antiaeree e potenziare le trincee tagliafuoco quando giunse l’olocausto nucleare. Nel “Parco della pace” c’è un piccolo angolo dedicato anche a loro che sacrificarono «la giovinezza e gli studi per la Patria». Una plastica definizione dell’ordine di priorità di quella società: la giovinezza e soprattutto lo studio come le “cose” più belle e preziose.

«Gli studenti universitari non hanno paura di nulla» afferma uno dei protagonisti del profetico Parasite diretto dal coreano Bong Joon-ho (trionfatore nella 73esima edizione degli Oscar) e questo perché hanno appreso che «serve slancio e vigore per dominare gli esami».

Nel 2006, Nicholas Kristof, editorialista di punta del Nyt, dedica un pezzo allo “studente modello”. Al centro dell’inchiesta pone Xuan-Trang Ho, Rhodes scholar laureata con il massino dei voti. Ciò che colpisce Kristof è che Ho era arrivata dal Vietnam solo nel ’94, a 11 anni e senza comprendere neanche una parola d’inglese, ma al liceo si esprimeva tanto bene da essere selezionata per pronunciare l’orazione di inizio anno; forse proveniva da una famiglia colta? Accade infatti spesso che i figli di emigranti indiani conseguano alte votazioni perché di famiglia brahminica, in cui i bambini, già a sette anni, imparano il sanscrito e quindi l’analisi logica e la precisione di una lingua classica. Ma non è il caso di Ho. I suoi genitori hanno frequentato solo la scuola media e fanno lavori manuali. Il motivo per cui i giornali americani si interessano a una studentessa modello è estremamente concreto. La Cina e l’India emergono con il loro milione di ingegneri l’anno (contro i 170mila di Usa ed Europa), e gli americani si domandano, non senza una certa ansia, come mai gli asiatici riescano meglio negli studi. Il loro successo è certificato dai risultati dello Scholastic Assessment Test: hanno un punteggio medio di 1091, i bianchi di 1068, i pellerossa di 982, gli ispanici di 922 e gli aframericani di 864. Kristof tenta di analizzare questi dati e afferma che: «la loro eccellenza negli studi non è dovuta alla psicologia degli immigrati che stringono i denti per avanzare, perché gli studenti d’origine giapponese – americani di quarta e quinta generazione – hanno risultati sempre eccellenti. E non dipende nemmeno dall’ambiente familiare colto, perché anche figli e nipoti di contadini cinesi si laureano a pieni voti. E non si può dire che gli asiatici siano più intelligenti degli altri, perché la riuscita accademica dipende dal contesto».

Negli Usa, infatti, gli studenti coreani sono bravissimi, mentre in Giappone, dove gli immigrati coreani sono una minoranza disprezzata, spesso abbandonano gli studi e finiscono nei ranghi della yakuza. È la conferma di un’esperienza che ogni vero pedagogo conosce: tratta uno studente da stupido e ne farai un ripetente; disprezza una comunità e la renderai pericolosa. Dov’è allora il segreto della loro eccellenza? Le famiglie asiatico-americane tendono a rimanere unite, pronte a sacrificarsi per i figli e focalizzate sulla loro riuscita, in un contesto di assoluta reverenza per lo studio. Quindi, per Kristof, occorre creare un sistema di “onore pubblico” per gli studenti eccezionalmente bravi, sistema che ha per corollario un nuovo prestigio sociale per gli insegnanti.

Tra l’altro, il professore Alessandro Duce, analizzando l’attuale forma che sta prendendo quella millenaria civiltà (che in permanenza riflette sul proprio divenire), la Cina, mette in luce il fatto che gli attuali quattro pilastri del sistema che la sorreggono sono 2 occidentali e 2 orientali: marxismo, leninismo, maoismo e confucianesimo, combinati in un’inedita alchimia. Infatti, mentre i riformatori

russi – fallendo – ritenevano di poter salvare il marxismo sacrificando il lenismo, il Partito Comunista Cinese ha fatto in modo che queste due dimensioni potessero alimentarsi in modo vicendevole proprio nella fase della dirompente crescita economica, e oggi Xi Jinping recupera al fianco del maoismo che, durante la Rivoluzione Culturale, lo aveva combattuto (in quanto simbolo del tradizionalismo e dell’autoritarismo), il confucianesismo, e lo fa su diversi livelli: certamente il nazionalismo, ma soprattutto la ricerca dell’eccellenza attraverso lo studio e la lotta alla corruzione per ridare credibilità e autorevolezza alla classe dirigente nelle sue diverse articolazioni, dalla politica, all’impresa, passando per il mondo accademico.

Questi temi sono centrali in tutte quelle società che non sono state colpite dal virus del ’68 che in Occidente ha scardinato i principi della disciplina, dello studio, dell’abnegazione come motori di crescita e di affermazione individuale e sociale. E tutto questo, mentre più di una ricerca sociale fotografa come proprio dal ’68 nelle nostre società si sia bruscamente arrestato l’ascensore sociale.

Fino a quanto riusciremo a mantenere il primato tecnologico e innovativo che ci hanno consegnato le generazioni precedenti?

Intanto, nei Usa sfibrati dal Covid19 (con le decine di migliaia di morti e le devastanti conseguenze economiche, le atroci diseguaglianze sociali dettate dalla mancanza di un sistema di sanità pubblica e con il massimo storico di disoccupazione) il prestigioso Financial Times accende i riflettori sulla bolla dei debiti scolastici che crescono alla vertiginosa cifra di 100 miliardi l’anno e che oggi la disoccupazione di massa rende per molti ancor più difficili da sostenere. Tutto ciò si aggiunge al fatto che la stessa crisi economica del 2008 aveva messo in discussione la credibilità dei più prestigiosi titoli di studio occidentali perché, ai vertici delle istituzioni pubbliche e private travolte da scandali e inadeguatezza, c’erano manager e politici che avevano collezionato proprio questi blasonati titoli. Allo stesso modo, nella Gran Bretagna prima della pandemia era esploso un mezzo scandalo nazionale (con un corollario di durissimo dibattito pubblico) quando sempre il FT aveva pubblicato con grande enfasi uno studio dell’Ocse che certificava la drammatica carenza di competenze per affrontare le trasformazioni produttive della forza lavoro targata UK. Una situazione tanto grave da posizionare la Gran Bretagna al secondo posto di questa poco edificante graduatoria. E qual è il Paese che invece detiene questo triste primato? Nella più assoluta indifferenza, l’Italia. L’unico che sembra avere a cuore questo tema è il presidente Sergio Mattarella, che nel suo messaggio di fine anno ha fatto un significativo passaggio proprio sull’emergenza educativa di giovani e meno giovani.

Questi temi ci mettono di fronte alla grande emergenza che attanaglia il nostro Paese e che si chiama “educazione”. Un’emergenza che Roger Abravanel non si stanca mai di indicare come la priorità da affrontare e che Roberto Ippolito ha fotografato nel suo implacabile “Ignoranti – L’Italia che non sa / L’Italia che non va” (Chiare Lettere).

A questa voci, si è unita anche quell’Associazione Italiana Formatori guidata da Maurizio Milan (recentemente rieletto presidente). Aif ambisce sempre più a ricoprire il ruolo di tessuto connettivo tra questi mondi, senza confondere formazione al lavoro ed educazione, e come afferma proprio Milan, di fronte alla crisi in atto, «intende lavorare per introdurre una nuova “narrazione multidisciplinare” in grado di avvalersi dei contributi delle scienze sociali, neuroscienze e scienze del comportamento. Multidisciplinarietà e nuove competenze pratiche dovranno rendere la formazione più dinamica e adattiva ma soprattutto più sostenibile e consapevole rispetto ai grandi cambiamenti che la nostra società dovrà affrontare. Diventa quindi oggi fondamentale ripensare ai processi educativi, di lavoro, di formazione, alle modalità di collaborazione sempre più virtuali, ma soprattutto saper scegliere la tecnologia e gli strumenti di comunicazione più idonei in base alla situazione».

Da più parti sta così maturando la consapevolezza che la competizione del futuro si svolgerà sempre più sulla qualità del capitale umano dei singoli Paesi (come ho scritto in un mio saggio Innovazione e potere mondiale). Vincerà chi riuscirà a massimizzare appunto l’investimento sul capitale umano, la promozione dell’impresa attraverso la creazione di una base industriale nuova, più moderna e competitiva (in questo senso la sfida si misurerà appunto sulle biotecnologie, sui calcolatori quantistici, sull’intelligenza artificiale e sulla capacità di collezionare e analizzare dosi sempre più massicce di dati), e infine la trasformazione del vecchio Stato sociale in una nuova rete di solidarietà, diffusa nella società e incentrata sui reali bisogni dei cittadini oltre che sul loro diritto di scelta. E nel dare ai propri traguardi sociali, culturali, economici anche un’appetibilità nello scacchiere globale grazie a quella che Joseph Nye ha definito Smart Power.

La globalizzazione non è un pranzo di gala, ma una serrata competizione per il talento: speriamo che se ne rendano conto presto anche i nostri rappresentanti politici.

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