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La Gran Bretagna di Brown ripensa l’alleanza con gli Stati Uniti

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Durante il discorso tenuto in occasione della visita della regina inglese a Washington, il presidente Bush ha messo in risalto i tanti legami storici che uniscono gli Stati Uniti con il Regno Unito. Ha parlato delle radici comuni del sistema giudiziario e politico dei due paesi, che ha come fondamento la Magna Carta e le idee del filosofo seicentesco John Locke, per finire con la comune difesa della libertà a Kabul e Baghdad. Al tempo stesso, però, Bush ha sottaciuto il fatto che la stretta alleanza tra i due paesi sta per entrare in una fase critica. Con il prossimo avvicendamento a Downing Street tra Tony Blair e Gordon Brown, il rapporto tra Washington e Londra potrebbe complicarsi.

In un’intervista rilasciata alla BBC già nel mese di gennaio, Brown ha sottolineato che la vittoria sul terrorismo avverrà sul campo della propaganda e non su quello militare. Secondo Brown, l’Occidente dovrebbe concentrare i suoi sforzi nella campagna per la conquista “dei cuori e delle menti” delle popolazioni musulmane, mettendo in dubbio la validità di un impegno strettamente militare. In passato Brown non ha mai fatto mancare il suo sostegno alla politica estera di Blair ma in ragione del fatto che sarà lui a guidare il partito laburista alle prossime elezioni, ha cominciato ha esprimere alcune riserve sulla politica americana per evitare di perdere consensi  data l’impopolarità della guerra in Iraq. L’International Institute for Strategic Studies ha addirittura ipotizzato che la vera ragione dietro il parziale ritiro delle truppe inglese dall’Iraq sia stata proprio la pressione di Brown. La Gran Bretagna ha programmato il ritiro entro l’inizio del 2008 di quasi 3 mila dei suoi 7 mila e 100 soldati. Nella stessa intervista con la BBC, Brown ha messo in chiaro che la Gran Bretagna non seguirà gli Stati Uniti in caso d’intervento militare in Iran.

Tuttavia, in un articolo apparso sul quotidiano Independent, si legge che le riserve di Brown sull’attuale politica estera degli Stati Uniti sono ancora più pronunciate. Stando all’Independent, Brown cercherà di dare una svolta strategica alla politica nei confronti di Iran, Iraq e Israele. A quanto pare, Lord Levy, l’inviato personale di Tony Blair in Medio Oriente, si è dimesso anticipando le intenzioni di Brown di sollevarlo dall’incarico perché difensore troppo appassionato dello Stato ebraico. Per di più, Brown avrebbe avvertito la necessità di dialogare direttamente con l’Iran, coinvolgendo il governo di Teheran nelle discussioni per una soluzione della questione irachena. Tony Blair, invece, non ha mai criticato il governo Bush per aver ignorato le raccomandazioni dell’Iraq Study Group di cercare il dialogo diretto con Teheran. Secondo Brown, invece, questo passo è un indispensabile.

Se Brown come primo ministro dovesse distaccarsi veramente dalla politica estera degli Stati Uniti, la maggioranza nel suo partito ne sarà certamente contenta. L’alleanza di Blair con Bush ha fatto arrabbiare la base dei laburisti e ha imbarazzato alcuni ministri che erano visti come esponenti di sinistra. Più interessante, però, sarà l’effetto sull’elettorato. Alcuni elettori di sinistra che altrimenti si asterrebbero alle elezioni, su queste nuove basi ridaranno fiducia al Labour Party. D’altra parte, però, non è certo che la guerra d’Iraq costituirà ancora un tema elettorale centrale nella prossima campagna elettorale. Sia Gordon Brown che David Cameron non avranno grande interesse a metterlo in primo piano visto che entrambi hanno votato in favore della guerra nel 2003 e hanno preso a criticarla solo da poco.

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