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La guerra civile palestinese: un’occasione per Israele

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Israele sta perdendo una grande occasione per cambiare l’approccio diplomatico internazionale sulla questione palestinese. La permanente situazione di anarchia all’interno dell’Autorità Palestinese (AP) e l’imminente guerra civile tra le varie milizie, offre a Israele l’opportunità di sventare una volta per tutte il fallace luogo comune degli ultimi vent’anni. Quello secondo cui la soluzione dei “due popoli-due stati” è l’unica speranza di stabilità e di pace nell’area tra il Mediterraneo e il Giordano.

Molti hanno suggerito che il movimento nazionale palestinese sia in grado di giungere ad un compromesso con il movimento sionista e di conseguenza stabilire e mantenere uno Stato che possa vivere pacificamente accanto ad Israele. Sfortunatamente entrambe queste premesse si sono rivelate false.

Di fatto, la creazione di un embrione di stato Palestinese (l’Autorità Palestinese nel 1993)  ha prodotto ancora maggiore spargimento di sangue e instabilità. Mentre l’ormai screditato processo di Oslo ha consentito all’Olp – una organizzazione terrorista  - di ottenere una base territoriale in Terra Santa.

Le organizzazioni terroristiche sono molto più pericolose e letale quando dispongono di una base territoriale. Infatti il numero di vittime israeliane (e palestinesi) è aumentato di dieci volte dal 1993. Inoltre, la creazione dell’AP ha condotto alla militarizzazione della frammentata società palestinese, la quale è minata all’interno dallo scontro di una miriade di opposte milizie.

L’incapacità o la non volontà di Arafat di mantenere il monopolio dell’uso della forza e l’escalation di attentati e attacchi contro Israele a partire dal 2000, hanno ulteriormente eroso le capacità di governo della AP, portano al collasso della legge e dell’ordine e a una diffusa corruzione.
L’arrivo al potere dei radicali di Hamas nel 2006 non ha portato miglioramenti nel governo della PA, nonostante si ritenesse che gli islamisti potessero rivelarsi amministratori più onesti ed efficaci. Inoltre, il rifiuto del governo di Hamas a riconoscere Israele ha ulteriormente eroso la fiducia sul fatto che i Palestinesi fossero in grado di stringere un grande e storico compromesso con il movimento nazionale ebraico. Possibilità che era già stata fortemente messa in dubbio dal rifiuto di Arafat di firmare l’accordo con Israele a Camp David nel luglio del 2001.

Lo scetticismo sull’abilità dei palestinesi di tenere in vita uno stato funzionante si è ampiamente diffuso nel mondo. Israele dovrebbe tratte profitto da questa consapevolezza, in primo luogo con i  paesi amici, portandoli a comprendere come l’esperimento iniziato ad Oslo sia sostanzialmente fallito e non esista più una opzione palestinese.

Anche perché, poco può essere fatto dall’esterno per mettere ordine nel caos palestinese. In genere la capacità di soggetti stranieri di influenzare le dinamiche sociopolitiche delle società mediorientali è molto limitata. Le pressioni politiche o gli aiuti economici dei paesi occidentali difficilmente possono avere effetto su modalità consolidate di condurre la politica interna. E ogni tentativo israeliano di intervenire nelle faide interne della società palestinese è destinato al fallimento.
Per esempio, l’invio di 100 milioni di dollari da parte israeliana verso Mahmoud Abbas servirà solo a marchiarlo come un collaboratore di Israele e a rendere ancora più debole la sua posizione.
L’aiuto esterno ai palestinesi o la continuazione del sistema di aiuti dell’UNRWA  serve solo a mantenere lo status quo, consentendo una ulteriore militarizzazione della società palestinese e prolungano la sua capacità di ignorare  la triste realtà in cui i suoi leader l’hanno condotta.
Tutti i piani messi in campo falliscono sul punto centrale: il caos palestinese. I palestinesi hanno il bisogno urgente di un governo efficace e non di un “orizzonte politico”, che è l’eufemismo usato per indicare il rapido formarsi di uno Stato palestinese. Questa è un’impresa impossibile e i palestinesi hanno già ampiamente dimostrato la loro inettitudine alla costruzione di uno stato. Gli ci vorranno decenni per maturare politicamente. Nutrire queste speranze nazionalistiche porterà solo maggiori sofferenze ai palestinesi e ai loro vicini.

L’unica possibilità di migliorare l’attuale situazione dei palestinesi consiste in un’amministrazione straniera, anche se suona politicamente scorretto. Nonostante questo, i loro migliori amici – la sinistra israeliana – chiede da tempo un mandato internazionale, ammettendo che i palestinesi non sono pronti per l’autogoverno. Ma perché un mandato internazionale, sostenuto da forze armate internazionali, dovrebbe funzionare meglio dell’azione americana in Iraq è tutto da dimostrare. Se si guarda ai precedenti coloniali inglesi o francesi in Medio Oriente, se ne deduce un’unica verità: solo gli arabi posso governare sugli arabi, con metodi arabi.

Per questo la ricerca di pace e stabilità nella zona richiede l’immediato stop dell’esperimento palestinese. E poiché Israele non ha alcuna voglia di governare sugli ingovernabili palestinesi, tocca alla Giordania e all’Egitto, entrambi arabi, di contenere il movimento nazionalista palestinese e governare sui palestinesi. Ed è quello che entrambi gli stati hanno fatto con relativo successo prima del 1967.

Con le sorti dell’Autorità Palestinese così compromesse, Israele dovrebbe usare la sue risorse diplomatiche per indebolire e delegittimare questa entità ostile, piuttosto che pagare un prezzo ipocrita al paradigma perdente dei “due stati”. Israele dovrebbe invece incoraggiare un maggiore coinvolgimento di Egitto e Giordania negli affari palestinesi. Questi stati hanno firmato trattati di pace con Gerusalemme e si comportano con più responsabilità della leadership palestinese.
Se essi si rifiutano, il prevalere del caos si ritorcerà in primo luogo contro i palestinesi. E nelle attuali circostanze questo non potrà che influenzare la “curva di apprendimento” dei palestinesi stessi. Purtroppo c’è gente che impara solo le lezioni più dure.

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