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La guerra dei 6 giorni vinta senza sprechi

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“La vittoria sprecata da Israele”: questo il titolo scelto dal settimanale The Economist per il suo editoriale dedicato ai 40 anni dalla guerra dei sei giorni. L’Economist, che vanta una diffusione di un milione di copie, è considerato autorevolissimo nel mondo della finanza, della politica e delle elite culturali. “Lo dice l’ Economist” è una sentenza che non ammette repliche in molti ambienti internazionali. E tuttavia, nel descrivere la guerra dei sei giorni come una “vittoria di Pirro” e una “calamità per lo stato ebraico non meno che per i suoi vicini”, l’Economist ha commesso un grosso sbaglio.
In realtà, la guerra dei sei giorni ha mutato il corso della storia per il meglio, garantendo la sopravvivenza di Israele e costringendo gli arabi a fare i conti con la sua presenza. Fu grazie a quella vittoria schiacciante e senza mezzi termini che i governanti degli stati arabi dovettero accantonare il sogno di eliminare militarmente Israele. E per mancanza di alternative dovettero prima o poi accettare un dialogo basato sul concetto “terra in cambio di pace”.
Nel suo libro “La guerra dei sei giorni” lo storico Michael Oren ha scritto che gli eventi in Medio Oriente, che fino al 1967 non avevano fatto che spingere verso il conflitto, avrebbero potuto volgersi verso la pace già dopo la guerra. E aggiunge che dopo la guerra presero piede aperture diplomatiche fino ad allora considerate impensabili. A novembre di quell’anno, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvò la risoluzione 242 che da allora costituisce la chiave di volta di ogni sforzo diplomatico nella regione, compresa le recente iniziativa saudita. La risoluzione 242 chiedeva “una pace giusta e duratura” fra arabi ed ebrei. Israele la sostenne subito. All’Egitto ci volle un’altra decina d’anni perché facesse sua la 242 e arrivasse a firmare un accordo di pace con Israele in cambio della restituzione del Sinai. Alla Giordania ci volle un’altra quindicina d’anni. La Siria annunciò la sua disponibilità a firmare un accordo di piena normalizzazione con Israele nel gennaio 2000.
Ecco, dunque, un dato di fatto incontrovertibile: grazie alla vittoria militare israeliana nel giugno 1967, Israele è stato lentamente accettato da parte del mondo arabo come uno “stato ebraico” che ha diritto di esistere entro confini di pace su terre che fino ad allora erano considerate “occupazione sionista”.
Per qualche motivo l’Economist riesce a ignorare questi sviluppi e a minimizzarne il significato. L’editoriale si concentra tutto sui rapporti fra israeliani e palestinesi. Israele, scrive il settimanale britannico, “si è lanciato nella folle velleità di annettere la metà araba di Gerusalemme e sfidando diritto, demografia e buon senso, di impiantare insediamenti ebraici su tutti i territori occupati per assicurarsi la Grande Israele”. E quando, “decenni più tardi, Egitto e Giordania fecero la pace con Israele, i palestinesi non recuperarono Gaza e Cisgiordania”.
I palestinesi non recuperarono Gaza e Cisgiordania? Ma fino al 1967 Gaza e Cisgiordania erano stati territori amministrati da Egitto e Giordania. E si può tranquillamente affermare che il regime giordano, se fosse rimasto in quella terra, non avrebbe mai permesso ai profughi palestinesi, ai loro figli e ai loro nipoti di esercitare la loro sovranità nazionale su Gaza e Cisgiordania creandovi uno stato palestinese indipendente.
Per quanto riguarda, poi, le politiche di annessione e insediamento da parte di Israele dopo il 1967, ampi settori della popolazione israeliana – compreso chi scrive – condivide la posizione critica [verso tali politiche]. Questa sì era una follia. Ma era solo nostra? In Israele il movimento “Terra in cambio di pace” sfidò fin da subito quello per l’Integrità della Terra d’Israele, e la società israeliana si divise al proprio interno. Non così quella palestinese. Va detto senza remore: se i palestinesi avessero veramente voluto uno stato per loro, questo stato sarebbe sorto già da un pezzo. Neanche la più grande forza militare d’Israele sarebbe stata sufficiente per impedire la nascita di questo stato entro determinati confini. Ma i palestinesi hanno preferito uno stato di “non stato”, senza responsabilità, senza doveri e senza soluzione, insieme all’incessante terrorismo. Generazione dopo generazione, il nazionalismo palestinese è stato bravissimo solo ad accusare. Se Yitzhak Rabin e Shimon Peres non avessero trascinato controvoglia la dirigenza dell’Olp agli accordi di Oslo del 1993, essa di sua iniziativa non avrebbe avviato niente del tutto.
L’Economist sbaglia di grosso. Per Israele, la vittoria del 1967 non è stata sprecata. La popolazione israeliana è cresciuta da 2,6 milioni a 7,1 milioni, compresi due milioni di nuovi immigrati. Il prodotto nazionale lordo è cresciuto del 630%. Il prodotto reale pro capite, punto di riferimento per misurare lo sviluppo economico, è cresciuto del 163% e l’anno scorso ha superato la soglia dei 21,000 dollari. Lo standard di vita medio in Israele è solo del 22% inferiore a quello della Gran Bretagna: alla vigilia della guerra dei sei giorni lo era del 44%. E lo stesso Economist ha spesso sottolineato i successi israeliani nella information technology. Tra i palestinesi, invece, la situazione si è molto deteriorata. Tutta colpa nostra? No: nostra almeno quanto è colpa loro.
Due stati per due popoli: se questa prospettiva è andata sprecata non è stato per colpa della guerra dei sei giorni, ma nonostante la guerra dei sei giorni. E se verrà realizzata, essa sarà un ulteriore frutto della sconfitta del progetto arabo di debellare Israele nel giugno 1967.

(pubblicato da www.israele.net)

 


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