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La guerra non ci piace ma bisogna conoscerla

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di Fiamma Nirenstein

La guerra non mi piace, proprio perché ne ho vista parecchia in Medio Oriente. Ho visto proprio quella guerra asimmetrica in cui da una parte troviamo, in difesa, una civiltà che tiene cara la Convenzione di Ginevra, e dall’altra, in posizione di attacco, un esercito sempre più vasto di terroristi, sempre meglio organizzati e armati, che dei civili, i quali dovrebbero secondo ogni norma essere tenuti lontani dal teatro di guerra, se ne fanno uno scudo e un obiettivo.

Proprio perché la guerra non ci piace, tuttavia, pensiamo che sia indispensabile esaminare questa nuova guerra senza i paraocchi di un pacifismo di maniera, che gridando “pace” di fatto favorisce il conflitto; cercheremo quindi di scegliere per L’Occidentale i migliori commenti, gli studi e le analisi più aggiornate, tutto ciò che provi a indagare e spiegare l’attacco dell’integralismo islamico, la larga trama antioccidentale che lo sostiene, i suoi piani, le sue ricchezze, la sua aggressività, e i modi per difendersene. Per arrivare almeno a concepire una pace, che non somigli a una resa. Questo sarà questa pagina, e i vostri commenti troveranno grata ospitalità.

 

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5 COMMENTS

  1. Il rapporto con la guerra e con la pace
    approvo molto il tono e la filosofia ispiratrice di questo articolo. E’ immorale alimentare le guerre, ma e’ impossibile arrivare ad una pace vera senza conoscere le guerre, i motivi, i contesti e le alternative.
    La pace non esiste se c’e’ sopraffazione e svilimento totale di una parte rispetto all’altra. La pace vera e’ riconoscimento, ricostruzione, dialogo, ma anche difesa di identita’.
    In fine tra Pace e pacifismo nostrano esiste un abisso !

  2. La guerra al terrorismo
    Eppure una guerra dobbiamo vincerla. Oppure saremo noi, tra un anno o tra dieci, che perderemo anche il diritto di esser quelli che siamo. Dobbiamo vincere la guerra del deterrente anche militare ad ogni aggressione. Non è necessariamente una guerra tra eserciti ma la consapevolezza di un principio e di una realtà. Dobbiamo vincere la guerra che invocava Oriana Fallaci contro il buonismo, le mistificazioni ed il lasciar perdere che Lei definiva “codardia”. Dobbiamo avere gli attribuiti per gridare che le nostre scelte di democrazia e di pluralismo e la nostra civiltà sono valori irreversibili, e che nessuno si deve permettere di metterli in discussione. Dobbiamo avere la forza di far rispettare in casa nostra le nostre regole e di affermare le nostre tradizioni. Dobbiamo gridare e dire che nel nostro Paese siamo noi a decidere. Quando da alcune parti politiche, e persino tra la gente comune, si tende a far passare per vera una forzata realtà brutale in cui ogni cosa debba necessariamente avere uno scopo, un interesse recondito, che non sia la difesa preventiva della nostra civiltà, si porge una mano a coloro che mirano a questo per scardinare le certezze anche della libertà di pensare. Sarò anche un illuso, ma quanto in questi giorni si vagheggia nei blog, adirittura della guerra nell’Afghanistan per colpire l’Iran, è solo lo scimmiottare delle posizioni della sinistra radicale che assume il suo tradizionale antiamericanismo. Quando l’Onu stabilì di stanare Bin Laden ed il terrorismo dall’Afghanistan non fu certo per i confini con l’Iran o con il Pakistan o con la Russia. Se si parla della nato spesso si allude agli USA ed ai suoi interessi, senza considerare che la Nato è un’alleanza strategica che ha garantito per 60 anni la tranquillità dei paesi occidentali, Italia compresa, da possibili situazioni di difficoltà o di diffusione di dottrine totalitarie. Chi non ricorda, ad esempio, la dottrina di Breznev sull’Italia, paese a sovranità limitata, per essere stata perdente nell’ultimo conflitto mondiale? In Europa 60 anni senza conflitti non c’erano mai stati. La crisi di questi giorni tra Inghilterra ed Iran, se non sortirà una soluzione diplomatica, potrà essere una scintilla di un problema ben più vasto. Sfido chiunque a venir a dire domani che la Gran Bretagna ha mirato al petrolio del Golfo Persico. Se si ha dignità e coscienza di popolo, e la Gran Bretagna ne ha, non si cede al ricatto e non si ignorano i pericoli che il cedimento nasconde. L’evoluzione delle cose ha spesso costituito un buon pretesto per ogni strumentalizzazione, specie quando si è in malafede. La prima guerra del golfo per l’invasione irachena del Kuwait non era stata programmata per il petrolio iracheno…forse più per difendere quello degli sceicchi Kuwatiani. Le sfide di Saddam all’America ed al mondo intero, a prescindere dagli interessi economici, ed alla realizzazione del nucleare, hanno motivato il secondo intervento. In politica internazionale alcuni paesi sono abituati a tirar lentamente la corda…un passo alla volta nelle provocazioni e nelle efferatezze. Alcuni pensano che tirandola piano, un poco alla volta, si possa mettere gli altri dinanzi a fatti compiuti. Alla fine, però, spesso la corda si spezza: non tutto va secondo le previsioni ed alcuni calcoli sono spesso sbagliati. Saddam era convinto che senza la Francia e la Russia non ci sarebbe stata la seconda guerra del Golfo. Aveva acquisito la benevolenza della Francia intervenendo direttamente su Chirac ed il suo entourage, stringendo patti economici convenienti ed alimentando interessi personali; comprava le armi dalla Russia sottobanco e si serviva della sua rete per aggirare l’embargo. All’interno aveva instaurato uno dei regimi più cruenti e spietati, esercitato vendette, alimentato la pulizia etnica, emarginato anche i principi religiosi che vedevano la fazione sciita, più filo iraniana e opposta alla sua fazione sunnita, prevalente e maggioritaria. Aveva sterminato villaggi interi e popolazioni accusate di non essersi opposte con maggiore vigore all’avanzata delle forze dell’Unu nella prima guerra del Golfo. Aveva tollerato che i suoi figli si scatenassero in orge di sangue e di violenze. Si dirà che il terrore non è cambiato e che con la caduta di Saddam sia venuto meno, in vaste zone dell’Irak, il deterrente dell’ordine costituito dalla guardia nazionale di Saddam, ma è sempre e proprio questo il vero nemico: il terrorismo. E’ questo il nemico da battere. “La pace si fa con i nemici” dice Fassino infilandosi nelle sua tipica demagogia di lungo corso. Ma chi sono i nemici? La Nato, sotto l’egida dell’Onu è andata in Afghanistan non a fare una guerra ad una nazione nemica ma a compiere un’azione di polizia, a snidare il terrorismo ed i suoi profeti. Il nemico è il terrorismo! Se l’esercito andasse in Sicilia o in Campania a fermare la mafia o la camorra, a missione compiuta non firmerebbe armistizi con le bande criminali: lascerebbe i poteri alle istituzioni ed ai legittimi rappresentanti del popolo. In Afghanistan , caduto a Kabul il governo spietato e sanguinario dei talebani che avevano imposto la più efferata e repressiva legge coranica a tutto il Paese, ora c’è un governo legale. E’ un governo debole militarmente e sottoposto alle insidie della guerriglia di minoranze ben armate dai signori della droga e signori della guerra…ed è questa la ragione della presenza dell’Onu. Con chi ci si siede intorno ad un tavolo? Con il loro leader Dadullah a negoziare le quantità di oppio da esportare nei mercati clandestini occidentali della droga? O la quantità annua di gole da tagliare? O le ragazzine da massacrare perché imparano a leggere e scrivere? Ora Dadullah chiede la liberazione di ulteriori due terroristi per la liberazione dell’interprete catturato assieme a Mastrogiacomo e penso si appresti ad attaccare gli italiani perché sanno, qualcuno li ha istruiti in proposito, che l’attacco all’Italia ed ai suoi militari è la chiave di volta per mettere in crisi la missione della Nato. Quale la soluzione alla questione? Se fosse così facile! Incominciamo con i principi che sono alla base di ogni impresa: sia che si tratti di perseguire obiettivi esaltanti (nello sport, nello studio, nel lavoro), sia nelle scelte dolorose e meno esaltanti come la lotta e la strenua difesa dei principi in sui si crede. Diciamo allora che occorre fermezza, determinazione, convinzione, coerenza. La soluzione è quella di battere il terrorismo e le sue centrali. Non è facile ed è rischioso ma è la sola soluzione che abbiamo.

  3. la guerra non ci piace
    Anche io sono contro la guerra, ma in questo caso la ritengo necessaria.
    Lunico modo per portare la democrazia in un paese totalitario è quello di portare la libertà, l’educazione, la conoscenza di un nuovo modello di vita e questo non è possibile fino a quando un governo decide cosa la gente deve sapere, deve studiare, come deve vivere, quali ristrettezze deve avere nell’informazione, ecc.
    Fino a quando queste persone non avranno la possibilità di accedere ai canali di informazione e di comprendere che possono scegliere come vivere
    la democrazia non potrà mai nascere e l’inculcamento fin da piccoli del fanatismo integralista non potrà mai cessare.
    Non è possibile trovare un accordo di pace con un popolo che ci vede come il male, il peccato, ecc. perchè così sono stati educati.
    Sono contraria alla guerra, ma in questo caso la ritengo necessaria.

  4. la guerra
    L’ho già detto altrove: si fanno tante conferenze sulla pace, si invitano solo i “grandi della terra” per decidere le strategie da seguire per conseguirla. Non si tiene, però, conto del fatto che è il pensiero occidentale a guidare le mosse senza conoscere per nulla la mentalità dei ribelli che scatenano le mille e una guerre nel mondo.
    Sembra un’utopia, ma perché non tentare una conferenza generale invitando i bellicosi capi di tutte le guerre e guerriglie sparse sulla terra (compreso Bin Laden, se esiste ancora)perché discutano fra loro l’opportunità di trattare con i paesi civili, facendo delle richieste concrete, per verificare se sono accettabili? Può darsi che una simile iniziativa possa far loro comprendere:
    1%29 l’assurdità di certe richieste (quando si riferiscono ad altri).
    2) il risparmio di risorse, sia umane sia economiche, quando in regime di pace si provvede alla ricostruzione di un paese distrutto dalla guerra.
    3) che l’uso dei propri soldati per scopi civili produrrebbe benessere per il loro paesi ed il risparmio sull’acquisto delle armi potrebbe convertirsi in ricchezza.

    Certo che a presiedere una simile “conferenza generale degli stati in guerra” dovrebbero esserci psicologi ed interpreti validi di tutte le lingue, E NON, strateghi militari delle grandi potenze. Potrebbero invece parteciparvi i leaders carismatici delle grandi religioni.
    Non è escluso che, inviando oggi un invito a partecipare, mettiamo fra sei mesi, in un luogo sufficientemente ampio da raccoglierli tutti,(non dimenticando nessuno) si possano contare gli stati veramente disposti a conseguire la pace e quelli che fanno della guerra la loro unica ragione di esistere. Almeno sapremo quanti sono ed avremo una statistica sulla possibilità di raggiungere finalmente la pace attraverso la comunicazione e la politica invece che attraverso le armi. Ma i costruttori di armi permetterebbero questa iniziativa?
    Grazie se ospiterete questo commento. Gaia

  5. Eh, si…
    Mi trovo pienamente d’accordo: in un mondo nel quale i principi pacifici (e non pacifisti) fossero prevalenti, potremmo gettare tutte le armi, ma non siamo in questa condizione. I ‘cattivi’ esistono e, finché ci saranno, i ‘buoni’ dovranno essere più forti e decisi di loro per evitare anche soltanto che possano pensare di mettere mano alle armi.
    Ma la nostra cultura Occidentale è folle, irrealista, temo che il futuro sarà peggiore del presente.

    ps – la definizione di ‘buoni’ e ‘cattivi’ può essere molto politicamente scorretta, in realtà non è una questione di purezza etica: anche i ‘buoni’ hanno il peccato originale, ma lo sanno e se ne vergognano

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