La Lega si gioca tutto non sulla secessione ma sulla successione a Bossi

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La Lega si gioca tutto non sulla secessione ma sulla successione a Bossi

La Lega si gioca tutto non sulla secessione ma sulla successione a Bossi

19 Settembre 2011

La Lega in mezzo al guado. Il problema, oggi, non è tanto e non solo Berlusconi, quanto una parola che solo a pronunciarla chi indossa la camicia verde e vorrebbe la carta d’identità padana, si stranisce: successione. “Il capo e il capo e il capo è Bossi”, l’entrèe. Punto. Ma nell’esercito (parlamentare e istituzionale) di Alberto da Giussano, non è più così.

E’ la successione il ‘tarlo’ che consuma il Carroccio, è il dopo-Bossi che da alcuni mesi ha acceso la turbina del cosa fare dopo, e soprattutto con chi. I settantanni di Bossi (compiuti ieri) e i settantacinque di Berlusconi (li compirà tra dieci giorni) sono un motivo attorno al quale – più o meno specularmente – si comincia a ragionare nel centrodestra, a maggior ragione in una fase della legislatura in cui il governo ha perso lo smalto del 2008; c’è la crisi da superare e l’Europa da convincere che l’Italia non è la Grecia; c’è l’attacco concentrico delle procure al Cav. sputtanato con le sue storie di letto (deprecabili o no, ma non penalmente rilevanti). Un motivo che semina nelle truppe dei militanti padani come tra quelli pidiellini, sconcerto, incertezza, attesa.

Eppure, mentre nel Pdl in qualche modo – e a suo modo –  Berlusconi ha fatto intravedere un ‘dopo’, indicando in Alfano il suo delfino e mettendogli in mano un partito da riconnettere con la base e il territorio, Bossi ha fatto solo un mezzo passo. Dalla tre-giorni dei riti sul Po, per la verità un po’ stanchi e stantii rispetto agli anni clou del leghismo duro e puro, dell’ampolla nel Canal Grande, ha posato la spada di Alberto da Giussano sulla testa di Roberto Calderoli appuntandogli sul petto la medaglia del federalismo e promuovendolo a suo uomo a Roma. Ma questo non vuol dire automaticamente considerarlo il suo erede alla guida del partito.

Il messaggio del Senatur – è apparso abbastanza chiaro – suonava più per i ‘movimentisti’ maroniani che per lo spartito di una strategia di lungo termine, quando e se deciderà di mollare la ‘spada’. Spada che il ‘vecchio’ leone lumbard pare voler lucidare e preparare per il figlio Renzo, detto il Trota, imposto nelle liste elettorali del Pirellone (al prezzo di malumori interni poi sanati con la parola d’ordine di sempre: il capo sono io e decido io) e nella scalata ai vertici del partito. E’ anche su questo, ma non solo, che Roberto Maroni e i fedelissimi (Salvini, Giorgetti, Tosi e la maggiorparte del gruppo parlamentare) da mesi e più o meno sottotraccia, stanno tentando di rompere quel ‘cerchio magico’ costruito attorno al leader. Consapevoli, come osserva un maroniano di stretta osservanza, che è “proprio quello il punto”.

Come ha evidenziato Cristina Giudici nell’articolo su Panorama che ha fatto infuriare i piani alti di via Bellerio e fatto dire al capo che i giornalisti raccontano ‘stronzate’. L’analisi della giornalista (che scrive sul Foglio e scrive di Lega da una vita, suo il libro ‘Leghiste’) ruota attorno a quel ‘muro’ che dal 2004 in poi dopo il lungo ricovero in clinica di Bossi, la moglie Manuela Marrone (tra i fondatori del movimento) avrebbe  alzato nell’intento di ‘gestire’ direttamente la vita, le dinamiche del partito in nome e per conto del marito, ma che alla fine ha portato a una sorta di selezione di chi poteva o non poteva avere diretto accesso al capo.

Si è sfiorato l’incidente politico-diplomatico nella tre-giorni padana in riva al Po, coi colonnelli a chiedere conto al Cav. di quell’articolo e qualcuno anche la testa della giornalista di Panorama. Ma se si guarda alla storia del movimento negli ultimi anni, salta agli occhi il cambio di registro e le mosse per creare attorno a Bossi un entourage fatto ad hoc, dove non c’è posto e spazio per chi ha visioni diverse, sul presente e soprattutto sul futuro.

E qui, forse, sta il vero nodo della partita interna al Carroccio. Bossi ha creato un movimento, lo ha strutturato, lo ha fatto crescere, ha mietuto consensi battendo il tasto di un Nord motore dell’Italia contro un Sud piagnone e ripiegato su se stesso, ha giocato la carta di Berlusconi puntando su un feeling che i due hanno ritrovato e rafforzato dopo lo sgambetto del ’94 e che ha permesso a entrambi di entrare a Palazzo Chigi per quattro volte. Bossi è la Lega, come i leghisti amano ripetere. Tutto vero. Il limite, a sentire il ragionamento dei militanti vecchi e nuovi  è che in tutti questi anni (venticinque, la Lega oggi è il partito più vecchio che sta in Parlamento) il Senatur ha dato un’impronta verticista dove tutto nasce, discende e dipende da lui, ottimizzando al massimo la forza del suo carisma. Per certi aspetti, una cosa analoga è accaduta con Berlusconi prima in Fi poi nel Pdl. 

Ma l’errore che a taccuini chiusi i leghisti più critici oggi gli imputano è il fatto di ‘cristallizzare’ ciò che la Lega è stata e ha rappresentato nella seconda Repubblica. Insomma, la secolarizzazione di un partito, anche attraverso la selezione di un gruppo di potere e di vertice, fatto a sua immagine e somiglianza. E se il meccanismo ha funzionato finora, le crepe si sono innescate quando si è capito che il capo più di tutti punta la sua fiches sul figlio. E’ anche per questo che la corrente dei maroniani ha capito che era arrivato il momento di attrezzarsi.

Certo, la guerra frontale e totale al ‘cerchio magico’ non è la strategia giusta, non porterebbe a niente e così ogni volta che Bossi ha bacchettato Maroni (vedi le critiche alla manovra o la prova di forza in Parlamento dei maroniani sul caso Papa), il ministro dell’Interno ha incassato il colpo e si è rimesso sui binari. Ma ciò non vuol dire rinunciare a una visione diversa, tentare di affermarla e costruirci sopra un’idea, un disegno politico che vada oltre e al di là del leader, senza per questo metterne in discussione la leadership. Per ora è una tattica di posizionamento. Ma i nodi restano tutti sul tappeto, a cominciare dal taglio delle province.

C’è dell’altro. La Lega si ritrova a fare i conti con quello che a ben guardare, sembra un paradosso. Un partito nato dal e per il territorio e che nel rapporto con le realtà locali, in primis i ‘suoi’ sindaci ha saputo trovare e rinnovare la sua forza, oggi deve gestire una sorta di scollamento tra i rappresentanti istituzionali e il gruppo dirigente nazionale. La causa, ovviamente, è la manovra economico-finanziaria. A Venezia Bossi non è entrato troppo nel dettaglio: ha rivendicato di essersi messo di traverso sul capitolo pensioni e che se non era per la Lega sarebbe stato un disastro, ma per il resto ha motivato le ragioni di misure tanto pensati col fatto che lo chiede l’Europa e che non si poteva fare altrimenti. Attilio Fontana, sindaco di Varese e maroniano doc, ha tentato di guidare per un po’ la protesta dei primi cittadini ma poi ha dovuto battere in ritirata: il capo non aveva gradito. Altro motivo di fibrillazione interna.  

 

A Venezia Bossi ha spinto sull’unico tasto buono a far da collante, a cementare l’identità leghista: la secessione, magari passando per la via democratica del referendum. E Maroni? Ha scelto un low profile, anche per non enfatizzare troppo gli slogan e qualche striscione che, come a Pontida, lo acclamavano premier. Non c’era alla cerimonia delle ampolle e non si è messo troppo in mostra nella tradizionale parata dei colonnelli. La tregua siglata con Calderoli solo poche settimane non ha tempi né evoluzioni certe. Difficile prevedere oggi ciò che nella Lega potrà succedere tra qualche mese.

Troppi i fattori esterni che ne possono condizionare l’evoluzione nelle prossime settimane (dal caso Milanese al processo Mills). Non è un mistero che Maroni abbia un rapporto consolidato anche dall’esperienza al governo, con il segretario del Pdl Angelino Alfano. Non è un mistero che guardi a Casini come a un interlocutore da tenere in considerazione. E non è azzardato che la sua sia una visione strategica proiettata sul futuro: del dopo-Bossi e del dopo-Berlusconi. Il Senatur, invece, di Casini e dell’Udc non ne vuole sentire parlare e forse è anche per questo che Alfano da Cortina ha respinto con forza qualsiasi ipotesi di accordi o intese coi centristi in chiave futura se non sarà rimossa la pregiudiziale anti-Cav.: quella del passo indietro, poi se ne parla. Nessuno nel Pdl vuole sbarazzarsi di Berlusconi, andiamo avanti, lo spartito suonato dall’ex Guardasigilli anche e probabilmente più per chi dentro il Pdl spinge sulla ‘transizione morbida’.

Nelle file leghiste, comunque, il messaggio di Alfano viene considerato rassicurante dai fedelissimi del capo che pure qualche avvertimento lo aveva mandato. Dal Monviso aveva detto di non essere sicuro che il governo durerà fino al 2013; tanto è bastato a ridare fiato alle fibrillazioni interne. Ieri a parlare è stato ancora Calderoli che è sembrato riaggiustare l’uscita del capo quando ha detto che il Cav. può mangiare ‘il panettone e la colomba’. Mossa per l’alleato.

Eppure se l’uscita sulla secessione ha fatto breccia in una base padana mugugnate e delusa, ha creato imbarazzi e polemiche tra i maggiorenti. Le parole di Luca Zaia, governatore del Veneto, ne sono la prova: “Alla festa dei popoli padani, non ho sentito parlare di referendum. Mi è sembrato che Bossi volesse dire che c’è il pericolo della secessione, quando non si danno risposte”. E Maroni: tace, prudentemente. La vera svolta si giocherà sullo scontro tra due visioni interne: quella più filo-berlusconiana di Bossi (al netto dei toni e delle rivendicazioni padane) e quella dei maroniani, convinti della necessità di un cambio di passo nel governo che coincida con quello indietro del Cav.

Un passaggio strategico per capire cosa si muove dentro il Carroccio ci sarà giovedì col voto in Aula sull’arresto di Milanese, ex braccio destro di Tremonti. Nel primo round Bossi ha dettato la linea e in Giunta per le autorizzazioni i due parlamentari leghisti hanno votato per il no alle manette, ma il quadro si va complicando dopo che proprio ieri il Pd con Franceschini ha annunciato che a Montecitorio ci sarà voto segreto. Non è un mistero, infatti, che la pattuglia maroniana potrebbe votare coerentemente come fatto con Alfonso Papa. Bossi non la pensa così.

La partita politica è solo agli inizi. A voto palese o a scrutinio segreto.