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La letteratura italiana, tra oblio e relativismo culturale

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La Letteratura italiana è un patrimonio culturale straordinario, senza pari al mondo, ed è anche un tesoro di fondamentale rilevanza nella realizzazione della nostra identità nazionale. Per questo motivo lo studio di certi autori e certe opere assume un’importanza particolare nell’educazione delle giovani generazioni.

La questione del canone letterario è molto complessa e ricca di risvolti, anche politici; nel recente passato, abbiamo assistito a vere e proprie rivolte scatenate da questo scottante tema, come quella alla Stanford University nel 1987, che poi si estese a tutti gli USA, provocando accesi dibattiti ed una sostanziale revisione dell’offerta didattica in campo letterario nelle università statunitensi. La discussione americana partiva però da esigenze culturali e tensioni sociali diverse dalle nostre. Infatti il nostro principale problema non pare quello dell’esclusione dal canone di interi patrimoni letterari nazionali prodotti da minoranze, come nel caso americano, ma piuttosto quello dell’inspiegabile esclusione di alcuni autori e di alcune opere in particolare.

In realtà, gli scrittori e i testi in questione sono riconosciuti e largamente apprezzati dalla critica, ma poi vengono regolarmente ostracizzati o comunque fortemente limitati (in termini di spazio e di programma) nelle antologie e nei testi scolastici in generale.

Federigo Tozzi, autore di romanzi indispensabili per comprendere l’evoluzione letteraria del primo ‘900 italiano ed europeo (basti citare “Con gli occhi chiusi”, del 1919), mi sembra un esempio significativo: la critica lo indica da sempre come uno dei più grandi romanzieri del secolo e fin dagli anni ’20 (dalle pagine dell’autorevole rivista “Solaria”) lo pone sul medesimo livello di Svevo e Pirandello (giudizio continuamente confermato da benedizioni prestigiose come quella, negli anni ’60, di Debenedetti, il quale lo definì un classico della modernità), eppure questo genio toscano resta sempre ai margini della formazione scolastica e quindi della cultura comune. Questo caso (ma avrei potuto citarne altri, come Pindemonte, Tommaseo, Campana, Guareschi, …) mostra con chiarezza lo scollamento che spesso avviene tra il canone letterario prodotto dalla critica qualificata ed il canone scolastico proposto agli studenti attraverso le antologie. Un errore grave, che Remo Ceserani ha delineato bene in questo passaggio: “la questione dei canoni non riguarda tanto i problemi dell’estetica e dell’etica, quanto piuttosto quelli delle istituzioni sociali delegate a trasmettere la cultura, e quindi anzitutto, nella nostra società, di istituzioni come scuola ed università.” (R. Ceserani, “Cannonate”, in “Inchiesta”, 1995, pag. 71)

Forse una delle ragioni di tale inquietante scollamento è da ricercare nella progressiva perdita di autorevolezza che ha subito negli ultimi decenni il mondo della critica letteraria, anche a causa del diffondersi di un multiforme ed esiziale relativismo culturale che, attraverso teorie come quella della recezione di Stanley Fish (autore di un volume dal significativo titolo: “C’è un testo in questa classe?”) o come quella del pensiero debole della scuola ermeneutica, vuole negare la possibilità di raggiungere un giudizio di valore sui testi letterari. Tale delegittimazione di cui soffre la critica qualificata ha provocato da una parte il rafforzamento di un canone imposto dal mercato (e quindi qualitativamente basso), dall’altra la definitiva indipendenza dei volumi scolastici rispetto ad un canone nazionale definito attraverso una scala di valori condivisa.

Il tema che ho voluto qui brevemente delineare va risolto al più presto, per il bene del paese, perché non possiamo permettere né l’oblio di un patrimonio letterario di sicuro valore né le scelte ideologiche, o anche solo semplicemente errate, di certe antologie ora in uso.

Conoscere in modo completo il patrimonio culturale della propria Nazione è un dovere per ogni uomo, ma in particolare lo è per chi, come noi italiani, appartiene ad una delle culle più fiorenti della civiltà occidentale.

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