La libertà come ‘resto del carlino’. Divagazioni semiserie di un liberale d’antan sul ‘terzo tempo’
11 Ottobre 2008
La libertà liberale, una volta, era definita dalla massima <fai quel che vuoi di quel che hai>. La crescente complessità della società moderna indusse ben presto anche gli spiriti più libertari a consentire alcune limitazioni del principio.<Far quel che si vuole>, sì, ma a patto di non importunare il prossimo. < Il diritto, scriveva Immanuel Kant, è la limitazione della libertà di ciascuno alla condizione del suo accordo con la libertà di ogni altro, in quanto ciò è possibile secondo una legge universale e il diritto pubblico è l’insieme delle leggi esterne che rendono possibile un tale accordo generale>. Il <concetto della libertà nei rapporti esterni degli uomini tra loro>, precisava, < non ha nulla a che fare con il fine che tutti gli uomini hanno naturalmente (la ricerca (della felicità) e con la prescrizione dei mezzi per conseguirlo>. Insomma ‘ognuno a suo modo’ purché la rete dei rapporti sociali sia regolata da norme ragionevoli. D’altra parte, non si può disporre interamente di ‘quel che si ha’ giacché il fatto stesso di doverlo mettere al sicuro—dall’arbitrio, dal furto, dalla violenza—comporta dei costi—amministrazione, polizia, tribunali, carceri etc.
Di uno Stato che provvedeva all’ordine, alla sicurezza, al rispetto della legge, si diceva che era uno <Stato al servizio dei cittadini>, anche quando si lamentava che il servizio reso ad alcuni (i beati possidentes) non fosse eguale a quello reso ai molti altri. Col trascorrere delle stagioni, però, i custodi della vita, della libertà e della proprietà sono diventati sempre più costosi ed esigenti. La rete dei sensi unici e il numero dei semafori del traffico sociale sono aumentati al punto tale che andare dove si vuole è diventato un problema: i permessi da chiedere sono centuplicati e molte vie sono percorribili solo in certi giorni e a certe condizioni. Inoltre la quota del ‘proprio’ da versare a quanti attendono ai ‘servizi pubblici’ ricorda sempre di più le antiche corvées: per una certa parte dell’anno si lavora per sé, per l’altra parte si lavora per il signore che non è più quello feudale ma la moderna amministrazione.
In teoria, nessuno osa contestare la filosofia liberale, che inaugura la stagione dell’evo contemporaneo, ma, nella vita di tutti i giorni, si constata come, de facto, non sia <lo Stato al servizio dei cittadini> ma i <cittadini al servizio dello Stato>. In passato quel che i governi chiedevano agli amministrati era <il resto del carlino> ovvero, per ricordare il significato della spiritosa testata giornalistica bolognese, ciò che restava in tasca al contribuente dopo aver fatto fronte a tutte le necessità domestiche (vitto, alloggio, vestiario etc.); oggi il resto del carlino rischia di essere la libertà liberale, sempre più incalzata dai <doveri di solidarietà verso i nostri simili> (lo stato sociale) e ridotta in recinti sempre più angusti. Le disgrazie, però, non vengono mai sole. Se fosse solo questione di libertà e di borsa, la condizione del cittadino del terzo millennio sarebbe ancora tollerabile: non potrebbe andare dove vuole né disporre in toto del suo denaro ma, in compenso, potrebbe godersi i meritati otia che lo aspettano dopo i doverosi negotia. Sennonché, a ben riflettere, l’anoressia della libertà liberale ha comportato, senza che nessun sociologo di regime se ne sia ancora accorto, una rivoluzione epocale nella ripartizione del tempo. Per entrare subito in medias res, i tempi dell’esistenza individuale dai due che erano nell’età della secolarizzazione sono diventati tre. Al tempo del lavoro (dimensione pubblica) e al tempo della privacy (dimensione della ‘casa’ e dei rapporti affettivi)si è affiancato il tempo dell’amministrazione.
Quest’ultimo riguarda tutte le infinite incombenze—dagli adempimenti burocratici ai versamenti dovuti a tasse, imposte e balzelli vari—che gravano sul cittadino, specialmente se possiede qualche bene al sole. Ci si è mai chiesti seriamente quante ore, nell’arco di un anno, si trascorrono nelle interminabili file davanti agli sportelli postali e bancari, davanti alle segreterie di scuole e di palestre, negli uffici comunali e tributari, nelle anticamere di avvocati, tributaristi, medici etc.? Ottenere i certificati richiesti dall’iter di certe pratiche comporta spesso un impegno in grado di bruciare intere mattine o pomeriggi. E passi quando ‘si chiede qualcosa’ ma che dire quando si ‘dà qualcosa’? Non solo il portafogli viene alleggerito—tra le stizzite considerazioni del tipo<ma a chi vanno, poi, a finire tutti questi soldi?>—ma si deve anche passare attraverso le forche caudine delle lunghe ed estenuanti attese! E non basta ancora perché non di rado può capitare di trovarsi nei guai per un’imposta IRPEF non calcolata correttamente—e quindi pagata solo in parte—di dieci anni fa. In tal caso, l’ente si rivale sui beni del contribuente e gli mette la vettura sotto sequestro. Un danno che potrebbe essere aggravato da un surplus kafkiano entrato ormai nel ‘costume di casa’qualora, per ragioni varie, l’avviso non sia stato notificato (talvolta il postino, per non dover fare le scale o aspettare l’ascensore, dopo il primo squillo di campanello senza risposta deposita un biglietto destinato spesso a perdersi tra lettere, pacchetti e avvisi pubblicitari) : per il malcapitato, fermato casualmente dalla polizia stradale o dai vigili urbani per un normale controllo, si preannunciano allora multe salatissime e non meno di tre/quattro giorni di full immersion burocratica. E questa piccola, probabile, odissea non è ancora il peggio.
L’assurdo attinge vette quasi sublimi quando si ha il sospetto che il calcolo dell’IRPEF (alle origini del sequestro) fatto dagli uffici sia errato e si decide di ricorrere al tributarista di fiducia perché indaghi al riguardo. Può capitare che a sbagliarsi sia stato il solerte funzionario delle Imposte ed ecco altre file, altre pratiche, altre firme per poter rimettersi in circolazione senza scheletri nell’armadio. Ho detto ‘vette quasi sublimi’ perché le sublimi riguardano un ulteriore caso, tutt’altro che rarissimo, quello dello scambio di persone ovvero delle multe per infrazioni del codice della strada recapitate all’indirizzo sbagliato. Anche qui la vittima dell’errore è tenuto a telefonare, a segnalare, a firmare, a dimostrare la sua ‘innocenza’.
Poiché <il tempo è denaro>, in una normale società liberale rispettosa dei diritti degli individui, ci si chiederebbe legittimamente<chi ci ripaga di tutti questi fastidi e delle tante ore perdute>? I permessi chiesti all’ufficio o al superiore gerarchico di assentarsi durante la mattinata, giacché la maggior parte degli sportelli sono chiusi nel pomeriggio, non rientrano nel ‘tempo pubblico del lavoro’ ma non rientrano nemmeno nel ‘tempo privato dei fatti propri’.Se lo Stato fosse davvero al servizio dei cittadini, da un lato, sarebbero previsti dei lauti rimborsi per la perdita di tempo, e talora di guadagno (specialmente nel caso di artigiani o di piccoli negozianti) subita dagli utenti convocati per sbaglio o senza accertato preavviso ,dall’altro, sarebbero garantiti dei servizi rapidi ogni volta che si chiede ai cittadini di mettere mano alla borsa. In virtù dell’ideologia vigente, invece, per la quale il cittadino esiste per lo Stato e non viceversa, lamentarsi per tutto quello che non si è potuto fare a causa del ‘tempo dell’ amministrazione’ sarebbe come lamentarsi di un regalo che non si è ricevuto. Una volta terminata la nostra giornata di operai, impiegati, imprenditori, giornalisti, etc., infatti, noi ‘siamo liberi’ soltanto se non ci attendono altri adempimenti relativi a iscrizioni, pagamenti, bollette, certificati da presentare etc. Il secondo tempo, quello della privacy, in tal modo finisce per essere residuale, un intervallo o meglio un lusso che ci si può permettere se <non c’è altro da fare> (né per il lavoro, né per l’Amministrazione).
Si dirà che a risolvere i problemi della nuova sudditanza provvederanno le recenti tecnologie come l’informatica o leggi ragionevoli come l’autocertificazione. Per quanto riguarda la prima,va però rilevato che–a parte l’ovvia considerazione che non è un dovere civico possedere un personal computer– non sempre è consentito il collegamento per posta elettronica con i vari enti—previsto, invece, per i biglietti ferroviari e certe operazioni bancarie– e se si ricorre a quello telefonico si va incontro a tempi d’attesa non inferiori a quelli delle file reali (e, per giunta, pagati cari , non tutti i numeri essendo verdi). Per quanto riguarda l’autocertificazione, poi, basta andare in una Stazione dei Carabinieri per constatare che non la si accetta neppure per denunciare il furto di un triciclo.
Va pur detto che a volte si ha l’impressione che qualche burocrate, rintanato nei labirinti ministeriali, abbia programmato consapevolmente e sadicamente l’allungamento del ‘terzo tempo’. Se volete spedire una lettera normale a un amico, il tabaccaio vi fornisce il francobollo ma se la lettera, per peso o dimensioni, richiede un valore bollato più alto, non resta che recarvi al più vicino ufficio postale e rassegnarvi alla fila, giacché solo nello ‘spazio burocratico’ si trova il funzionario competente che sa quanto dovete spendere. Può capitarvi, allora, di aspettare interminabili quarti d’ora giacché davanti a voi ci sono utenti che debbono spedire diverse raccomandate o altri che debbono ritirare corrispondenze inevase, che spesso non si trovano con rabbia e disagio di quanti fanno la coda. Chiedersi quale vulnus per lo stato di diritto costituirebbe l’affidare ai tabaccai il compito di pesare le buste e di affrancarle secondo una tabella fornita loro dal Ministero delle Poste e Telecomunicazioni sarebbe, forse, una domanda ingenua dal momento che il garantismo non ‘pratica’ in un paese in cui non sono i cittadini ad assegnare determinati poteri allo Stato ma è lo Stato a riconoscere ai cittadini certi diritti (e a consentirne l’esercizio solo se non gli causano noie e disturbi).
Lettori superficiali di Cattaneo vorrebbero neutralizzare il ‘terzo tempo’ agitando la bacchetta magica delle ‘autonomie locali’. Ma davvero tutte le responsabilità ricadono sulla nostra bellissima capitale?
Tocqueville, parlando del dispotismo in Francia, scriveva quanto poco importasse il numero delle mani poste sul timone del governo: il problema del liberale non è chi comanda ma quali sono i limiti dell’autorità. Un discorso analogo vale per ciò che riguarda gli assetti istituzionali e la distribuzione dei poteri tra centro e periferia. Se la loro somma rimane invariata, se gli spazi di libertà garantiti al cittadino vengono erosi dalla sfera pubblica, essere angariati e tartassati da un centro lontano non è preferibile al ritrovarsi alla mercé di sanguisughe fiscali locali?
Il filosofo libertario Albert J. Nock ha intitolato il suo saggio più noto ‘Il nostro nemico, lo Stato’. In Italia avrebbe dovuto intitolarlo ‘La nostra nemica, la Repubblica’. Nel Titolo V della Costituzione—Le Regioni,le Provincie, i Comuni—si legge, infatti, all’art.114 che < La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i princìpi fissati dalla Costituzione>. E’ la Repubblica, quindi, ente sovraordinato agli altri (e allo stesso Stato), a dover salire sul banco degli imputati ogni volta che avanza il fatale restringimento dei diritti e delle libertà a favore dell’<interesse collettivo>.
E, in effetti, se ripensiamo alle code, alle costose perdite di tempo, alle rabbie dinanzi all’arbitrio e all’irrazionalità delle burocrazie, agli sprechi di denaro pubblico, perché dovremmo riversare ogni colpa su Roma? E’ stata mai fatta una seria e attendibile indagine su quanto ci costano oggi comuni, province e regioni e su quanto ci costa, invece, il vecchio Stato? Sono diventati oggetti di dibattito politico e culturale i rapporti tra il numero di abitanti di regioni, città e provincie e il numero dei funzionari locali? Nelle materie di cui questi ultimi hanno competenza—a partire dalla Sanità– si sono registrati ampi e significativi progressi in termini di efficienza e di funzionalità rispetto alla lenta macchina dello stato accentratore?
I classici del liberalismo—da Tocqueville a Cattaneo, pur così diversi—rivendicavano le ‘autonomie’ perché volevano <meno governo> e più libertà per gli individui, per le famiglie, per le imprese: auspicavano <meno impiegati> e <meno leggi>, non pensavano, certo, di sostituire al Bonaparte di Parigi tanti piccoli bonapartini dei dipartimenti e delle città e ritenevano la ‘partecipazione’ una buona cosa solo se riguardava una serie ben circoscritta di questioni e di decisioni (<lo stile politico limitato>, come direbbero gli storici anglosassoni). Certi federalisti nostrani, al contrario, forse perché convinti che la politica deve seguire la natura dove nulla si crea e nulla si distrugge, si guardano bene dal proporre la soppressione di una qualche competenza di governo: per loro, il problema non è quello di ridurre ma di trasferire controlli e potestà da Roma a Milano. Rilevava Benjamin Constant che basta indossare una divisa da gendarme per essere tentati di importunare tutti i passanti: evidentemente, c’è chi ritiene più gratificante essere importunato da un poliziotto o da un vigile che parla con accento lumbard che non da un agente dell’ordine che parla con accento siculo.
