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La libertà di stampa nella Russia di Putin. Il caso Politkovskaja

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“A volte la gente paga con la propria vita per dire a voce alta ciò che pensa”. A volte, e questa volta è successo davvero che una giornalista di origine ucraina, una certa Anna Politkovskaja, nota per aver raccontato senza mezzi termini i lati più controversi della Russia postsovietica nel suo Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin (Mondadori, Milano 2007), il 7 ottobre 2006 sia stata ritrovata nell’androne della sua casa moscovita uccisa da quattro colpi di arma da fuoco. Pochi giorni dopo, per la precisione il 9 ottobre, sarebbe dovuto uscire un articolo che conteneva una grave denuncia contro Ramzan Kadyrov e i suoi uomini, per le torture e i trattamenti disumani ai danni di prigionieri e presunti guerriglieri ceceni.

Anna Politkovskaja era una giornalista della “Novaja Gazeta” presso la cui redazione era approdata nel 1999. Un lavoro, oserei dire una passione, che la portava ad ascoltare le richieste delle madri dei soldati e dei giovani spariti nel nulla, a denunciare le ingiustizie commesse in territorio ceceno e russo e le inchieste per reati di corruzione regolarmente insabbiate in patria.

I crimini e le nefandezze commesse dall’esercito russo in Cecenia, le vicende della scuola di Beslan e del teatro Dubrovka, che hanno tenuto tutto il  mondo con il fiato sospeso, un veloce excursus sulla Russia di oggi, breve ma sufficiente a chiarire come la legalità per il governo Putin sia ancora un optional sono i temi principali che la giornalista ha affrontato nella sua opera e che hanno destato il timore dei vertici di Mosca.

La Cecenia è ad oggi un paese in cui giurisdizione e giustizia sono due termini ancora sconosciuti alle autorità, ovvero satelliti del governo russo, che la governano. Si susseguono esecuzioni di massa nei piccoli villaggi del paese, rapimenti da parte di “sconosciuti armati e mascherati”, come è accaduto al giovane ventiduenne Muslim Bubaev, rapito nel dicembre 2004, molto probabilmente non dai federali ma dagli stessi ceceni. Infatti, da quando Mosca ha piazzato in Cecenia Kadyrov e gli uomini a lui fedelissimi, i sequestri di persona compiuti con ferocia, senza lasciare una minima traccia, sono compiuti sia dai federali che dai kadyrovcy.

Ramzan Kadyrov, il figlio dell’ex vicepremier ceceno Akhmad Kadyrov,  il pupazzo ceceno di Mosca a cui la Politkovskaja ha dedicato diverse pagine affatto lusinghiere. Nominato governatore della Cecenia dopo l’assassinio del padre, durante il suo governo è notevolmente aumentato il diffuso clima di paura e diffidenza. Attraverso una impeccabile campagna pubblicitaria condotta all’estero e all’interno, Kadyrov è riuscito a far credere che grazie a lui la situazione cecena abbia guadagnato in stabilità e che il paese è in via di ricostruzione.

Nonostante l’immagine di un Kadyrov “edificatore”, la realtà è un’altra: tutti hanno paura di tutti, nessuno è al riparo dalle delazioni di amici e parenti, sono aumentati i rapimenti, le torture e gli omicidi. E poi, dov’è la ricostruzione tanto decantata da Kadyrov? I villaggi ceceni non possono neppure definirsi tali. Sono piuttosto una serie di microquartieri e nella peggiore delle ipotesi delle “baraccopoli” o meglio ancora degli “accampamenti”, veri e propri:  tuguri di legno non verniciati, messi insieme in fretta e furia e circondati da tubature interrotte.

Questa, e non è certamente una giustificazione, è la drammatica situazione che ha portato i nazionalisti ceceni a compiere i gravissimi attentati del Teatro Dubrovka. Il delirio più completo, in quei giorni, aveva cominciato a diffondersi fra i parenti delle vittime, che mentre seppellivano i corpi dei loro cari chiedevano aiuto e giustizia al governo di Mosca. I vertici, anche questa volta, come sottolinea la Politkovskaja, sono rimasti distanti dal dolore dei cittadini.

Dov’era Kadyrov padre quando i terroristi hanno preso come ostaggi gli spettatori del Nord-Ost? Era stato invitato dai guerriglieri ceceni, proprio lui, il capo della Cecenia, il prescelto di Putin, ed in cambio avrebbe ridato la libertà a cinquanta ostaggi. Non ci andò, spiegando in seguito che non l’avevano avvertito. Dov’era Putin? L’avrebbe fatto, come qualcuno ha insinuato, se ci fossero state le sue figlie ad assistere allo spettacolo?

Francamente, il comportamento dei vertici moscoviti “ci fa un po’ schifo” come ha affermato anche la Politkovskaja. E non è un caso che in occasione del lancio di un nuovo rapporto sulle violazioni dei diritti umani in Russia, Amnesty International abbia definito il sequestro degli ostaggi al Teatro Dubrovka "un altro esempio della clamorosa mancanza di rispetto per i diritti umani della gente comune" nella Federazione Russa.

Se i fatti verificatisi nell’autunno del 2002, da una parte, hanno acuito il senso di smarrimento e distanza del popolo russo dalle autorità, dall’altra hanno avuto la conseguenza di inasprire il forte sentimento di appartenenza ceceno, dando vita ad una profonda ammirazione verso quelle donne kamikaze che si sono sacrificate in nome della causa comune. Madri e mogli che hanno deciso di morire per vendicare la sparizione e/o la morte dei loro figli e dei loro mariti, senza preoccuparsi, però, di mettere in pericolo la vita di giovani o adulti che potevano avere la stessa età dei loro famigliari scomparsi.

Concezioni scioccanti che non possono non riportarci con la mente alla tragedia di Beslan, verificatasi nel settembre del 2004, che ha avuto delle conseguenze drammatiche per l’intera comunità cittadina. La rabbia dei genitori dei bambini morti nell’attentato, si è riversata e continua a farlo ancora oggi nei confronti dei sopravvissuti, in particolar modo di quelle maestre, ree di non aver salvato i loro alunni e di aver pensato solo alla propria salvezza.

Può capitare che un immenso dolore possa tramutarsi in odio feroce verso coloro che hanno avuto la fortuna/sfortuna di restare in vita. E dico, riprendendo le testimonianze raccolte dalla Politkovskaja, fortuna/sfortuna perché alcune di queste insegnanti, come Elena Sulidinovna Kasumova, o come la stessa preside, Lidija Aleksandrovna, vivono ormai da diverso tempo chiuse nelle loro case, schiacciate dai sensi colpa e dalla vergogna che provano ogni volta che, uscendo, incontrano i genitori dei loro ex alunni.

Paradossalmente, dei terroristi, che sì vengono maledetti ma mai come gli insegnanti sopravvissuti, si parla pochissimo e di Putin, sebbene nessuno l’abbia mai visto recarsi a Beslan ad esprimere il suo cordoglio ai parenti dei defunti, non se ne parla proprio. E’ come se si fosse verificato uno slittamento di responsabilità che ha portato, apparentemente senza un valido motivo, alla creazione di una verità assurda, a tratti mostruosa, dove i genitori, non riuscendo a darsi pace, considerano come carnefici coloro che sono in realtà delle vittime.  

La posizione russa di “tolleranza zero” nei confronti del terrorismo forse per certi versi può essere considerata legittima. La strategia del premier Putin inizia, tuttavia, ad essere poco sostenibile quando le vite dei civili vengono messe in pericolo e soprattutto quando lo Stato non fa nulla per garantire la sopravvivenza degli ostaggi russi. E poi, non converrebbe domandarsi il perché? Cercare di individuare la ragione a monte di quegli attentati che hanno colpito la coscienza della società russa non significherebbe scendere a patti con i nazionalisti ceceni, né tantomeno giustificare il loro operato, che resta sotto ogni punto di vista esecrabile.

Una cosa credo però sia chiara e condivisibile: forse qualcuno dovrebbe ricordare ai russi le loro gravi responsabilità, la loro politica della terra bruciata, le atrocità che hanno compiuto per anni contro il popolo ceceno. Un terrorismo che, è vero, ha colpito in modo drammatico la Russia, ma di cui Putin è stato abile stratega nell’attizzarne il furore e la follia.

Resta un ultimo nodo da sciogliere, quello della condizione della società russa nel XXI secolo. I cittadini russi non sono esonerati da abusi di potere, da una giustizia fantasma e da un giornalismo sempre legatissimo ai vertici. Un anno e mezzo fa, due studenti universitari, usciti per festeggiare l’esito di un esame, sono stati malmenati e considerati due tossicodipendenti, non sono stati aiutati né da una pattuglia della polizia che passava da quelle parti, né dai medici dell’ospedale in cui sono stati trasportati l’indomani mattina. Solo grazie all’intervento della madre, Denis Vasil’ev, uno dei due ragazzi picchiati, ha ricevuto le cure adeguate anche se tardive ed è tutt’ora sottoposto ad “una terapia sistematica”. L’orrore infernale di questa storia non appartiene a un caso isolato. Né clamoroso. L’orrore sta nella sua prosaicità. Tutti in Russia conoscono quel tipo di sbirri, di medici e la cieca indifferenza delle strade, ma poco viene fatto, forse perché spesso non si può fare, per modificare la situazione.

Il trend verso l’autoritarismo nella Russia di oggi è innegabile. Istituzioni come i servizi segreti, l’esercito e il complesso militare-industriale, si sono rinvigorite sotto la presidenza Putin, costituendo la base del nuovo autoritarismo, a discapito della crescita economica, della creatività umana e della libertà di iniziativa, di cui l’assassinio della Politkovskaja è un limpido esempio. Il pensiero di molti in Occidente, e la Politkovskaja sarebbe stata d’accordo, è che il popolo russo merita, senza mezzi termini, una maggiore trasparenza, una maggiore tutela e soprattutto un maggiore rispetto da parte dei suoi governanti. Non ha bisogno di premier, che insieme alla loro cerchia di fedelissimi alquanto distanti dalla legalità, vogliono fare della ex Unione Sovietica una grande potenza, senza garantire ai propri cittadini quella libertà di pensiero che è alla base di ogni stato di diritto che si rispetti.

Uno stato che si definisce democratico, infatti, dovrebbe considerare i suoi giornalisti, come una ricchezza aggiunta, e non come dei pericolosi informatori per i quali sia opportuno commissionare degli omicidi ad hoc.

 

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