La Livni sceglie le elezioni anticipate e vola nei sondaggi
30 Ottobre 2008
L’annuncio tanto atteso è arrivato domenica pomeriggio dal Beit HaNassi, la residenza presidenziale a Gerusalemme. C’è il presidente Shimon Peres, di fianco a lui prende la parola Tzipi Livni: "Ero incline a fare dei sacrifici per costruire una nuova coalizione di governo, ma non ero disponibile a mortificare l’economia e il futuro politico di Israele, la speranza per un futuro migliore o per un tipo di politica diversa".
Durante la conferenza stampa, la Livni ha spiegato con chiarezza la sua rinuncia a ulteriori trattative: "Ci sono prezzi che possono essere pagati, prezzi che altri sono inclini a pagare – ma non li pagherò a spese dello Stato, a spese dei cittadini israeliani". Il prezzo da pagare è quello dell’accordo col Labour di Ehud Barak, sceso a compromessi con Kadima la scorsa settimana. Quello che non può essere pagato – o che non è stato possibile pagare – è il mancato accordo col partito ortodosso Shas: i finanziamenti a favore dei sussidi infantili e l’indivisibilità di Gerusalemme erano davvero troppo, anche per un partito centrista e incline al compromesso come Kadima.
Per questo, ha concluso
Invece Kadima ha scelto di seguire la Livni. Ex agente del Mossad, rispettata a destra e a sinistra, il ministro degli Esteri pensa davvero di poter seguire la strada tracciata da Golda Meir. E gli israeliani sembrano gradire il suo coraggio: un sondaggio "a caldo" del Dahaf Research Institute, reso pubblico lunedì mattina, assegna a Kadima 29 seggi alla Knesset contro i 26 del Likud di Netanyahu; a perdere posizioni è invece il Labour di Barak, che passerebbe dagli attuali 19 seggi a 11. La stessa situazione è stata registrata da TNS Teleseker: Kadima si assesterebbe a 31 e il Likud a 29, con uno scarto sempre pari ai due seggi. Non male per
"Yediot Ahronot" – il principale quotidiano israeliano – è uscito lunedì con un editoriale molto critico firmato da Eitan Haber. "Sono rimaste poche le persone che rifiutano di fare i conti con la realtà: i tre principali partiti politici israeliani sono andati in bancarotta. Hanno esaurito il loro ruolo e sono entrati nel periodo dei saldi. Kadima, Labour e Likud non hanno più nulla da vendere". Concetti ribaditi dal presidente Peres con un lessico più diplomatico e istituzionale. Ma se il male minore – secondo Haber – sarebbe quello di un governo di unità nazionale, non la pensano così la maggioranza degli israeliani e degli attori politici, non solo nel Likud ma anche in Kadima. Secondo
Quali saranno i prossimi passi? Prima di annunciare ufficialmente il ritorno alle urne, il presidente Shimon Peres ha terminato le consultazioni con i rappresentanti di tutti i partiti. Dopo l’incontro con il presidente, il leader di Shas Eli Yishai si è detto "felice di aver tenuto duro sul concetto della indivisibilità di Gerusalemme". Kadima, forte del successo riscontrato nei sondaggi di ieri mattina, pensa addirittura di stringere i tempi: d’accordo con
Le prossime settimane saranno completamente occupate dalla campagna elettorale: uno scontro a tutto campo dai risultati incerti. Da un lato, il Likud di Benjamin Netanyahu farà di tutto per tornare al governo: gioca a suo favore l’insofferenza condivisa per il governo Olmert, del quale
Resta aperta la questione del conflitto israelo-palestinese. Saeb Erekat, capo negoziatore per conto di Abu Mazen, spera che "gli israeliani decidano di rimanere in corsa nel processo di pace". Abu Zuhri, portavoce di Hamas, è stato più esplicito: "Ora gli israeliani useranno le elezioni come una scusa per non fare alcuna concessione a Mahmoud Abbas, diranno di essere troppo impegnati con le elezioni nei prossimi mesi". Questo, ha concluso Zuhri, è la prova che Hamas "aveva ragione quando diceva che il cosiddetto processo di pace era una perdita di tempo e che non ci sono possibili punti di negoziazione con l’occupante". Ma al di là della retorica di Hamas è certo che sia
