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L'analisi

La luna di fiele

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Forse siamo stati troppo impulsivi nell’attendere il cambio della guardia a Palazzo Chigi come una sorta di carnevale dopo una lunga quaresima, e il fatto che Mario Draghi si presenti alle Camere per pronunciare il suo discorso programmatico e chiedere la fiducia del Parlamento il mercoledì delle ceneri serve a riportarci con i piedi per terra. O forse, invece, ad essere prematura è la stroncatura alla quale l’esecutivo è stato sottoposto, ancorché essa fosse motivata da una squadra che non è esattamente un “dream team” (ma comunque meglio di quella precedente) e da una partenza a dir poco accidentata.

Sia come sia, sta di fatto che il nuovo esecutivo sconta dalla nascita due ipoteche. L’enorme, onerosa aspettativa che l’arrivo dell’uomo del “whatever it takes” ha generato nelle persone e nello stesso mondo politico. E la perdita dell’attenuante di cui in questo anno di pandemia hanno goduto “quelli di prima”: essere una banda di scappati di casa trovatisi improvvisamente al cospetto della più grave crisi sanitaria, economica e sociale dal dopoguerra a oggi.

Il governo Draghi avrebbe potuto averne un’altra, di attenuante: la situazione disastrosa ereditata, frutto certamente delle contingenze ma anche del malgoverno con il quale esse sono state gestite. Ma, omettendo di dare un chiaro segnale di discontinuità a partire dai nomi, questa chance se l’è oggettivamente giocata.

Smaltiti i preliminari, quando c’era da gettare il cuore oltre l’ostacolo e da farlo al buio, si tratta ora di capire come il presidente del Consiglio intenderà declinare il proposito consegnato alle forze politico-parlamentari nel corso delle consultazioni: quello di sottoporre il Paese a una cura antidepressiva, nel presupposto – largamente condivisibile – che uscire dalla depressione psicologica sia un presupposto fondamentale per iniziare a venir fuori dalla crisi economica.

Un primo segnale avrebbe potuto essere il rinvio di ventiquattr’ore dell’ingresso delle regioni in zona arancione, salvando per i ristoratori una domenica di San Valentino alla quale si erano preparati con costosi approvvigionamenti. Occasione mancata. Poi è arrivata la doccia fredda dello sci: fermare la riapertura delle piste a poche ore dalla data prevista, dopo aver lasciato che i gestori vendessero skipass e corsi e sostenessero spese non indifferenti per adeguarsi ai protocolli di sicurezza diffusi appena qualche settimana prima, è qualcosa di molto lontano da una cura antidepressiva.

C’è da scommettere che il presidente Draghi sia consapevole dell’importanza delle parole che consegnerà alle aule parlamentari e all’Italia intera. Sarebbe velleitario attendersi un piano di navigazione dettagliato al cospetto di una traversata gravida di incognite. Ma una rotta, quella sì. Il segnale che a fronte di una ricreazione che per gli italiani è finita da un pezzo, per la politica è finito il tempo dell’improvvisazione. Tra il facile entusiasmo e la repentina bocciatura, ci auguriamo che il presidente del Consiglio sappia suscitare una ragionevole speranza. Ce n’è davvero bisogno.

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