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Primo giro di vite

La lunga notte del Dpcm: considerazioni a caldo

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Uno. A quanto si intuisce dagli spifferi filtrati dalle varie cabine di regia, in termini comparativi il premier all’interno della compagine di governo appare il meno inconsapevole – o fra i meno inconsapevoli – degli effetti che potrebbe produrre sull’Italia una nuova batosta economica dei livelli della scorsa primavera. Non osiamo illuderci che a determinare questa prudenza sia più l’amor di patria che l’attenzione al proprio futuro politico, ma intanto cogliamone il buono: in base alle intenzioni di certi ministri, poteva andare addirittura peggio. Insomma, par di capire che finché l’opposizione non farà un salto di qualità tocca attaccarsi a Giuseppi. Ragione in più per sollecitare l’opposizione a darsi una mossa. Anche perché, gialli o rossi che siano, questi sempre leninisti restano, e il rischio che siamo solo all’inizio di una nuova serrata resta forte e concreto.

Due. Il dettaglio più eloquente è contenuto nella circolare del ministero della Salute contenente le nuove regole per le persone entrate in diretto contatto con positivi. La quarantena resta di quattordici giorni se ci si vuole risparmiare il secondo test o tampone, scende a dieci giorni se prima della liberazione ci si fa accertare la negatività. Un passo da giganti verso la relativizzazione del virus, un significativo indice di consapevolezza di quanto la sua offensività sia diminuita. Incrociando i due provvedimenti – il dpcm e la circolare sanitaria – appare ancor più evidente come l’unico scopo delle nuove restrizioni sia evitare disagi nelle regioni con la sanità più disastrata. Ma allora la domanda sorge spontanea: oltre alla campagna elettorale, cosa si è fatto per migliorarla nei mesi nei quali si paventava la seconda ondata a reti unificate?

Tre. Se il problema è non saturare gli ospedali nelle regioni messe sanitariamente male, che senso ha privare dell’autonomia gli enti di governo territoriali (le Regioni) e imporre regole uniformi in tutto il Paese? Non potevamo fare come in molti altri Stati, dove ci sono chiusure circoscritte nei territori in cui serve e si lascia vivere il Paese laddove i fattori di rischio sono più limitati?

Quattro. Fare caciara con le anticipazioni per poi far vedere che magnanimamente si cede su qualcosa è una tecnica di psicologia sociale vecchia quanto il mondo. Nel caso in specie, non sappiamo se le regole sulle feste private siano state derubricate da imposizioni a raccomandazioni per una strategia calcolata (essendo situazioni pressoché incontrollabili, meglio “sparare” su una misura impraticabile per poi dimostrarsi pronti a trattare…) o per rimediare all’infelice sortita del ministro Speranza sulle delazioni. In ogni caso, la gaffe ha aiutato a far capire al governo che ci siamo rotti i cabasisi. Grazie Bob.

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