La mafia ai tempi del fascismo

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La mafia ai tempi del fascismo

25 Novembre 2007

Forse non tutti sanno, o
ricordano, che il famoso articolo di Leonardo Sciascia pubblicato dal Corriere della Sera il 10 gennaio 1987
con il titolo “I professionisti dell’antimafia” era, giornalisticamente, una
recensione di una monografia sulla lotta alla mafia in epoca fascista scritta
da un allievo di Denis Mack Smith: il libro s’intitolava La mafia durante il fascismo e il suo autore rispondeva al nome di
Christopher Duggan (l’editore era Rubbettino).

Ora il brillante editore di
Soveria Mannelli manda in libreria una nuova edizione del volume, che scopriamo
essere ancora attuale, come lo sono le considerazioni di allora di Sciascia.
Partiamo da quest’ultime. Lo scrittore siciliano innanzitutto sottolineava come
la mafia fosse (e sia) un fenomeno essenzialmente culturale e come il libro centrasse
correttamente questo aspetto cruciale (“l’attenzione dell’autore è rivolta non
tanto alla «mafia in sé» quanto a quel che «si pensava la mafia fosse e
perché»”).

Entrando nel merito della
questione le osservazioni di Sciascia diventavano ben più trancianti: “L’idea,
e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della
mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a
sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo.
Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel
fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche come il fascismo, altre cose”.
Cosa intendeva dire? Alludeva certo alla dedizione totale che sia mafia che il
fascismo richiedevano ai suoi aderenti e alle evidenti ascendenze socialiste
(nella versione rivoluzionaria, specialmente soreliana) del “fascismo-movimento”,
come De Felice ha chiamato la fase che ha preceduto la presa del potere,
denominando invece “fascismo-regime” quella successiva. E ancora: “fascismo che
– nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e
imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa
continuità agli interessi “risorgimentali” – volentieri avrebbe fatto a meno di
loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari e quindi con la mafia”. Il
libro infatti tratta ampiamente del prefetto Cesare Mori – definito da Duggan
“per natura autoritario e fortemente conservatore” – e dei suoi tentativi di debellare
il fenomeno mafioso, muovendo dalla personale convinzione che la chiave di
volta del sistema fossero i “gabellotti”, cioè i grandi affittuari (che
Sciascia definisce le “guardie del feudo”) che prendevano in gestione la terra
dai latifondisti per subaffittarla ai contadini.

Sotto questo profilo, ancora una
volta viene alla luce l’analogia fra le trame di potere mafiose ed il mondo
feudale: carattere informale delle relazioni di potere (potremmo addirittura
dire rapporti di