La magistratura ora se la prende con il governo per i segreti su Abu Omar
04 Dicembre 2008
E’ una faccenda da non crederci. Un pm di Milano rivolge una pesante accusa contro il premier in carica – e il suo predecessore Prodi – per aver posto il segreto di Stato su questioni di interesse nazionale che si intrecciavano con le indagini sul rapimento, da parte di agenti dell’intelligence statunitense, dell’egiziano Abu Omar, l’Imam di Milano indagato per terrorismo.
“Gli ultimi due presidenti del Consiglio hanno utilizzato in modo strumentale il segreto di Stato per impedire all’autorità giudiziaria l’accertamento della verità" è quanto ha sostenuto il pm Armando Spataro. Questa dichiarazione è grave non solo per la forma ma anche per il luogo in cui è stata formulata. E’ avvenuta, infatti, nell’aula del tribunale durante l’udienza fissata per decidere sull’istanza, presentata dai difensori di un agente dei servizi, di annullamento delle testimonianze sottoposte al segreto. In tale sede dovevano essere decise anche il rinvio del processo a data successiva a quella in cui la Corte Costituzionale deciderà sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato (a suo tempo sollevato da Prodi) e, in subordine, l’istanza di proscioglimento dell’imputato. Il Giudice ha poi deciso di sospendere il processo fino al 18 marzo prossimo, in attesa della pronuncia della Consulta sul conflitto di attribuzione ravvisato.
Per il pm Spataro, sia Prodi che Berlusconi avrebbero fatto “un uso del segreto di Stato che ostacola la giustizia e l’accertamento della verità”, trasformando il conflitto giuridico citato in gravi accuse sull’esercizio delle funzioni di Capo del Governo. Viene da chiedersi se le garanzie in difesa della loro dignità e della loro funzione giurisdizionale – sempre sbandierate dai magistrati –, trovino, anche per questo caso, nel Consiglio Superiore della Magistratura, l’attenzione richiesta per riportare alla cautela e al rispetto per le istituzioni e per le funzioni dello Stato gli atti e le parole dei magistrati. Gli atti pubblici assumono valenza di liceità e devono, pertanto, essere valutati per responsabilità e per prudenza, e ricondotti al rispetto del sistema della democrazia.
Si ha l’impressione, invece, d’essere dinanzi a un uso improprio della funzione requirente, ossia di quella esercitata dai pm con il compito di esprimere richieste o pareri in vista delle decisioni degli organi giudicanti. In democrazia, di norma la giustizia regola i comportamenti pubblici e privati, per ricondurli ai principi sanciti dai codici che stabiliscono gli equilibri tra i diritti ed i doveri di tutti.
La funzione giurisdizionale contiene, però, dei limiti che attengono alla sicurezza dello Stato ed alla conseguente tutela del cittadino. Sono limiti posti per scoraggiare l’uso improprio della legge: perché questa, in sostanza, non finisca per tutelare coloro che minano la sicurezza nazionale, limitando così di fatto la difesa di inermi cittadini dinanzi al pericolo del terrorismo. Per il diritto alla sicurezza lo Stato ha il dovere di prevenire le azioni di coloro che col terrore vogliano minare la fiducia nelle istituzioni e destabilizzare il Paese. Per queste funzioni, delicate e particolari, ma fondamentali e necessarie, agiscono i servizi segreti cautelati per l’appunto dal segreto di Stato.
Le attività dei servizi sono in relazione a circostanze in cui i rapporti con uomini e Paesi non vengono affrontati né in via riservata (come quella della diplomazia), e né in rapporti diretti tra i governi dei paesi interessati. Attengono soprattutto alla creazione di una rete informativa sulle questioni di sicurezza nazionale, utili a prevenire attentati, trame ed atti contro uomini e beni nel nostro Paese.
La segretezza viene resa necessaria dall’interesse nazionale e non dal capriccio o dall’interesse personale di alcuni. Anche i limiti della legalità eventualmente violata nel merito è direttamente proporzionale alla pericolosità dei soggetti coinvolti ed alle circostanze ravvisate.
Il controllo delle finalità dei servizi è lasciato di norma alla responsabilità degli uomini indicati dai governi e a un Comitato di controllo che per prassi è presieduto da un rappresentante dell’opposizione per garantire l’uso democratico e non politico degli interventi.
Le notizie di cronaca sulle intercettazioni a Milano di fanatici fondamentalisti che progettavano attentati appartiene, ad esempio, a un’azione di prevenzione quantomai necessaria e tempestiva. Sarebbe, invece, un bel danno se, in nome del protagonismo giudiziario, ora di questo e ora di quel magistrato, venisse meno la fiducia nell’azione informativa e preventiva della nostra “intelligence”.
