La magistratura politicizzata non ha meriti storici da rivendicare
09 Luglio 2008
Scorrendo le cronache politiche di questi giorni, che ripropongono il conflitto tra mondo politico e ordine giudiziario, mi è venuta alla mente quasi in modo irriflesso la parafrasi di una battuta di Shakespeare: "la politica è una cosa noiosa, come una storia raccontata due volte". Allora, per evitare la noia, ma soprattutto il disgusto, si può tentare di cambiare direzione e guardare alla cronaca quotidiana da un punto prospettico più ampio.
Se andiamo alle radici del conflitto tra politica e magistratura siamo riportati a tangentopoli. In quella, oramai lontana, stagione matura lo squilibrio fra poteri che è alla radice anche degli avvenimenti odierni. In quegli eventi, infatti, sta il presunto titolo di legittimità che i settori politicizzati della magistratura, e i loro referenti nelle istituzioni, hanno fatto valere in passato e fanno valere ancora oggi contro qualunque tentativo di riassetto dell’ordine giudiziario o di ricostituzione di un corretto equilibrio fra potere politico e magistratura. La implicita legittimità del protagonismo giudiziario si riporta a quanto accaduto fra il 1992 ed il 1993. Ricordate, sembra dire il giudice che fa trapelare stralci d’intercettazioni piccanti e senza alcuna rilevanza penale, se non fosse stato per i magistrati il paese non si sarebbe mai liberato da un regime corrotto come quello della prima repubblica.
Rispetto a questo presunto merito storico viene da chiedersi, se le cose stiano proprio così o non ci si trovi di fronte a un pregiudizio del tutto infondato. Per capirlo occorre giudicare gli eventi di oltre quindici anni addietro con la mente non appannata dal clamore delle inchieste, ma attenta ai reali equilibri di politici.
La crisi della prima repubblica può essere intesa solo considerando il contesto storico generale in cui essa si colloca. In particolare, è necessario porre mente al fattore che determina un mutamento epocale: la fine della guerra fredda. La guerra fredda è stata la struttura portante dell’Italia repubblicana, perché fissava il cleavage di fondo che ne ha determinato in modo sostanziale lo svolgimento: la contrapposizione tra mondo libero e comunismo. Ancora nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso era la paura del comunismo a motivare le scelte elettorali di fasce consistenti dell’opinione moderata. Fino a quando l’Unione sovietica è apparsa una potenza forte, in grado di condizionare gli equilibri internazionali, il sistema politico italiano ha goduto di una legittimazione popolare. Detto in altri termini, l’elettore non estremista continuava a votare la Democrazia cristiana, anche quando il partito dello scudo crociato era in una crisi irreversibile, ridotto a una nomenklatura inamovibile intrisa di patrimonialismo. Solo la caduta del muro di Berlino mette repentinamente in crisi il sistema.
Se tiene conto di questa cornice generale si comprende subito come la prima repubblica non sia stata delegittimata dalle inchieste della magistratura, perché era già largamente delegittimata dalla fine della guerra fredda. Per capirlo basta fare un unico esempio. Nella primavera del 1991 si tiene un referendum del tutto marginale, quello sulla preferenza unica. Promosso dal movimento per la riforma della legge elettorale animato da Mariotto Segni, quel referendum era l’unico di un pacchetto di tre sul quale la Corte costituzionale aveva dato il via libera. Nonostante la scarsa rilevanza del quesito, la percentuale di elettori favorevoli all’abrogazione fu superiore al 95%. Una percentuale che in un regime libero si può registrare solo in situazioni eccezionali. In sostanza, gli elettori profittarono di un tema del tutto residuale per esprimere la loro marcata sfiducia verso l’intero sistema dei partiti. Che le cose stiano così lo conferma una sorta di controprova empirica. Le cronache degli anni Settanta ed Ottanta del XX secolo sono piene di indagini che vedono coinvolti uomini politici. Nel 1978 venne costretto alle dimissioni anche l’allora presidente della repubblica Giovanni Leone. Pure, ciascuno di questi episodi non provocò sconvolgimenti perché il sistema era ancora ampiamente legittimato. Solo quando mutò lo scenario internazionale le inchieste giudiziarie ebbero un esito che apparve dirompente.
In sostanza, tangentopoli fu solo un fragoroso e ininfluente epifenomeno. Prendere coscienza di questo fatto può essere utile anche per le scelte politiche dell’oggi. Se si è consapevoli che la magistratura non ha alcun merito storico da rivendicare, sarà più facile arginare l’ondata giustizialista di questi giorni.
