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La mano di Al Qaeda sull’Algeria

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L’Algeria continua ad essere insanguinata dal terrorismo. Venerdì  21  lo stato magrebino è stato teatro, nell’area montuosa di Bouiran,  regione della Cabilia, di un altro attentato suicida. Bersaglio di un kamikaze lanciatosi con un auto, il veicolo che trasportava i dipendenti della Rezal, una società francese operante nel settore delle infrastrutture. Nove i feriti, tra i quali un italiano e due francesi.

Dall’inizio di settembre è il quinto attentato, dall’inizio del Ramadan il terzo. In sole quarantotto ore, tra il 6 e l’8 settembre circa cinquanta persone sono morte in due distinte azioni terroristiche: il primo a Batna contro il corteo del presidente Bouteflika, il secondo a Dellys, contro una caserma della Marina Militare. Il 14 settembre un ordigno è esploso davanti ad posto di polizia a Zemmouri, provocando sei morti. Il 19 una bomba è deflagrata contro una pattuglia della Guardia comunale, sempre in Cabilia, uccidendo un uomo.

La jihad dopo aver colpito istituzioni politiche, Forze Armate e forze dell’ordine, sposta ora il tiro sull’Occidente, in particolare sull’ex colonizzatore francese. Al Zawairi, numero due di Al Qaeda, che ha rivendicato l’attentato, era stato chiaro nel suo proclama televisivo: ”Ripulite il Maghreb dai figli di Francia e di Spagna”. Parigi, per bocca del ministro degli Esteri Bernard Kouchner, ha preso molto seriamente le minacce ed ha aumentato le misure di sicurezza, rimpatriando immediatamente due connazionali dopo un fallito tentativo di rapimento.

Al Qaeda ha dunque intensificato le sue attività nel Maghreb. D’alleanza con i terroristi del Gruppo salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc), è scaturita l’“Organizzazione di Al Qaeda nel Maghreb islamico”, che ha già dimostrato di saper colpire con tragica cadenza. La Gspc venne fondata nel 1998 da Hassan Hattab, in un’Algeria insanguinata dalla guerra civile tra esercito e gruppi islamici. Dalla scissione di uno di questi, il Gruppo Islamico Armato (Gia), criticato per i massacri di civili innocenti, nacque appunto la Gspc. A settembre 2003, il posto di Hattab fu preso da Nabil Sahraoui, trentanovenne ex comandante del Gia, successivamente ucciso nel 2004, ma che prima riuscì a convincere il Gspc ad aderire alla rete terroristica di Al Qaeda. Hattab, sconfitto dall’ala più integralista, si opponeva all’affiliazione sostenendo invece la necessità di sottoscrivere l’amnistia offerta dal governo di Algeri.

Proprio sull’affiliazione ad Al Qaeda restano divisioni all’interno del mondo del fondamentalismo, che si trasformano in vere e proprie faide, come quella tra Benmessaud Abdelmalek, capo della zona IX (un tratto strategico del territorio algerino, dove passano uomini, armi e denaro), e il leader  della Gspc Abdelmalek Droukdel. Mentre la strategia del primo punta a un jihad globale, in stile Al Qaeda, il secondo considera prioritaria la lotta ad Algeri. La defezione di Abdelmalek priverebbe quindi il jihad di una base logistica importantissima. Le conseguenze di queste faide non sono ancora prevedibili, né tantomeno le posizioni di forza e subalternità all’interno tra le organizzazioni terroristiche. Il dato certo è che lo scenario maghrebino permarrà il più caldo, considerando la costante capacità di Al Qaeda di reclutare forze fresche e di realizzare prontamente attentati dal forte impatto mediatico. Intanto, anche il vecchio combattente Hassan Hattab ha annunciato il proprio ritorno in clandestinità. Ufficialmente è schierato con Droukdel, ma sulle sue reali intenzioni nessuno è disposto a sbilanciarsi e la sua presenza potrebbe aprire un nuovo fronte interno.

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