La manovra è legge, il governo incassa la maggioranza assoluta
15 Luglio 2011
Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sulle manovre di Palazzo e su quelle di certa stampa internazionale contro l’Italia e il governo Berlusconi, ora c’è la conferma. Il ‘disegno’ lo svela il Financial Times che da Londra dice cosa ci serve per riacquistare credibilità sulle scena estera. Non serve la manovra, l’unica cosa necessaria “idealmente, potrebbe essere la rimozione di Silvio Berlusconi, primo ministro, e la sostituzione del suo esecutivo con un governo di tecnocrati”. E voilà. Più o meno gli stessi concetti argomentati a Montecitorio da Bersani, Di Pietro, Casini, Della Vedova prima del via libera definitivo della Camera alla manovra (314 sì e 280 no) economico-finanziaria.
Dopo il sì’ del Senato, Silvio Berlusconi incassa la fiducia sulla manovra anche alla Camera, incassando la maggioranza assoluta. Tutti presenti i 59 deputati della Lega, come i 29 del gruppo dei Responsabili; solo tre gli assenti ‘giustificati’ nel Pdl. I tre ex finiani Adolfo Urso, Andrea Ronchi e Giuseppe Scalia, confluiti nel Misto, non partecipano al voto di fiducia ma votano sì al provvedimento del governo. Nelle file dell’opposizione mancano all’appello 9 deputati del Pd, tre di Fli e uno dell’Api.
Dopo una settimana di assenza dalla scena politica e mediatica, il Cav. è in Aula, partecipa al voto, parla coi suoi deputati, vede Tremonti e Bossi. Rompe il silenzio per dire che no, non è mai stato assente e che la sua è stata una scelta di “responsabilità”: “Ho lavorato intensamente ma davvero con grandissima intensità in questi giorni per l’unica cosa che era importante fare, cioè la manovra”, spiega leggendo ai giornalisti una dichiarazione scritta (cosa insolita per lui) dopo il via libera dell’Aula al provvedimento.
E a chi dai banchi dell’opposizione lo ha accusato di essere ‘latitante’ (copyright Di Pietro) risponde: “Ho sentito che qualcuno ha detto che il governo non si muove, ma bisogna ricordare che in due settimane il governo è riuscito a preparare la manovra, vararla in Cdm, ottenere la firma del Capo dello Stato, presentarla al Parlamento e discuterla con le opposizioni e votarla con la fiducia e 34 voti di maggioranza. In questo momento era l’unica cosa importante da fare in queste due settimane”.
Adesso, rivendica il Cav, l’Italia esce “più forte anche se le incognite della crisi internazionale restano e restano purtroppo i problemi riguardanti le eredità negative che impediscono alla nostra economia un andamento in linea con gli altri paesi europei”. E’ un messaggio rassicurante il suo, anche se nella consapevolezza che la situazione resta complessa, difficile e che forse ci sarà bisogno di contrastare ancora l’assalto degli speculatori internazionali. Ma il governo c’è, lavora, va avanti è il concetto di fondo, il messaggio che vuole mandare al paese. Ed è il ragionamento col quale Fabrizio Cicchitto nel suo intervento in Aula respinge quell’”andate a casa” urlato da Di Pietro, ripetuto da Bersani e Casini. Perché insistere con la richiesta di dimissioni vuol dire vanificare “i sacrifici fatti con la manovra” e il contributo di maggioranza e opposizione che hanno ascoltato l’appello di Napolitano.
Non solo, significherebbe consegnare il paese “inerme alla speculazione internazionale perchè si provocherebbe solo un vuoto politico senza possibilità di soluzione”. Della serie: un governo si sfiducia in Parlamento – è la sfida di Cicchitto a Bersani – e in Parlamento c’è una “maggioranza che non ha alcuna intenzione di arrendersi e di sciogliersi, ma che intende continuare a fare il proprio dovere possibilmente in un confronto positivo con l’opposizione”.
La prova di coesione nazionale in un momento di emergenza, torna nel ragionamento del vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello secondo il quale ciò che “è stato autorevolmente definito (riferimento a Napolitano, ndr) un miracolo” è dovuto alla politica. E’ stato possibile perché l’opposizione ha rinunciato a utilizzare gli strumenti regolamentari a sua disposizione per rallentare l’approvazione della manovra, ma ancor di più la maggioranza. Chiunque conosca il funzionamento del nostro sistema politico sa che non si approva una manovra da circa 50 miliardi in cinque giorni se non c’è una maggioranza solida, coesa e con i numeri a posto: l’onere dei miracoli, in questi casi, è soprattutto sulle spalle di chi governa”.
E se questo è il quadro, è altrettanto chiaro il clima, il disegno e la campagna in atto contro l’esecutivo, nel Paese e a livello internazionale. Non a caso Quagliariello cita l’editoriale del Financial Times per dire che l’obiettivo di fondo è “commissariare la politica per riconsegnare il Paese agli eterni tecnocrati che ritengono di non aver bisogno di alcuna legittimazione e disprezzano la sovranità popolare, e per questa strada indebolire il nostro Paese”. E non a caso invita Bersani & C. a non farsi “catturare dalle sirene di certa stampa estera: dietro l’anti-berlusconismo si nasconde l’anti-italianità e il tentativo di delegittimare la politica in quanto tale. Se la manovra dovesse riuscire, non sarebbe certo l’opposizione italiana a beneficiarne”.
Quindici minuti dopo l’ok della Camera, Napolitano promulga la legge. Che è diventata legge in due giorni e col contributo e la responsabilità di tutte le forze politiche. La migliore risposta a chi se ne sta affacciato al balcone dell’Europa e fa il tifo perché l’Italia finisca come la Grecia. La migliore prova di italianità che ora andrebbe portata avanti, con orgoglio. Bipartisan.
