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La miopia dei giornali sugli aumenti salariali

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Stefano Livadiotti è una delle penne più brillanti dell’Espresso ed è anche dotato della diabolica capacità di trasformare il fango in oro e viceversa. Nell’ultimo numero mette in campo la prima di queste sue “abilità” spiegando la perfetta scelta strategica del duo Marchionne & Montezemolo nel delineare un nuovo sistema contrattuale partendo dall’anticipo di 30 euro sugli accordi contrattuali, concesso dalla Fiat ai suoi dipendenti. Così il geniale amministratore delegato del Lingotto d’intesa con il presidentissimo avrebbe – secondo Livadiotti - definito un percorso che presto porterà in Italia un sistema contrattuale moderno. Ma sono veramente andate così le cose? In realtà il problema di Marchionne era solo quello di mantenere buone relazioni sindacali soprattutto in vista di prossime massicce richieste di straordinari.

Luca Cordero di Montezemolo di fronte alla richiesta del suo “presieduto” non ha naturalmente avanzato (quando parla con il duro del Lingotto, gli si intrecciano le dita) nessuna obiezione, ma si deve essere reso conto – persino lui – che la scelta strideva con il ruolo di leader di “tutti” gli industriali, tanto è vero che non ha avuto il coraggio di informare il direttore di Federmeccanica, Roberto Santarelli, il poveretto che dovrebbe condurre le trattative con Fim-Uilm-Fiom per conto di “tutti” gli imprenditori metalmeccani. Un altro poveretto, Alberto Bombassei, è stato costretto ad allinearsi alla linea autonomamente assunta dalla Fiat, perdendo così molti suoi antichi amici “duri” dentro Federmeccanica e indebolendo in modo forse definitivo le chance di essere eletto presidente di Confindustria. Un bel colpo lo ha subito anche Massimo Calearo, presidente di Federmeccannica, industriale di Vicenza, grande fan di Montezemolo, trattato come cosa inutile e finito, dopo un lungo silenzio, a fare dichiarazioni balbettanti. Forse così si è giocato una vicepresidenza di viale Astronomia.

Dal male verrà il bene? Il Sole 24 ore descrive (in modo appena appena apologetico) l’allargarsi di accordi separati che dalla prima mossa di Marchionne si stanno definendo in tante parti d’Italia, rompendo la logica chiusa e centralistica soprattutto di un sindacato come la Cgil. L’amministratore della Fiat (che si tiene ben lontano dai giochi confindustriali) ha già cambiato molto in questo Paese, mettendo mano all’organizzazione feudale della compagnia d’automobili torinese, e oggi magari riuscirà anche a dare un contributo a una rivoluzione nelle relazioni industriali italiane. Però a Torino i frutti si sono raccolti “grazie” a una leadership, non ad un’anarchia condita da “frasi senza senso” (copyright Prodi).

Nella scorsa settimana un altro grande giornalista, non soltanto brillante ma dotato di una rara e acuta capacità di analisi, Dario Di Vico, ha affrontato un tema di stretto interesse anche confindustriale: la questione salariale. Sul Corriere della Sera, Di Vico ha spiegato che ci troveremmo di fronte a un’importante rivoluzione promossa dal segretario della Cgil, Guglielmo Epifani: il riconoscimento della centralità della questione fiscale. Finalmente il più importante sindacato italiano sarebbe passato dal “questa finanziaria (la più tassarola d’Europa: d’altra parte il leader della Cgil non si distingueva molto da quello della Confindustria che  aveva detto “meno tasse, meno sviluppo, ndr) l’abbiamo scritta insieme” a un fermo e deciso “meno tasse agli operai” con una richiesta di diminuire di almeno 100 euro al mese il prelievo fiscale sulle buste paga dei lavoratori dipendenti.

Ci sono un po’ di cose che non convincono nell’ottimismo divichiano. La prima è che non si è di fronte a una nuova strategia di Epifani bensì alla registrazione del suo sbandamento. Sconfitta la sua impostazione politica, sconfitte le proposte del congresso del 2006 della Cgil, lacerata l’organizzazione tra i veri riformisti dei tessili e dei chimici, il blocco conservatore del pubblico impiego (il vero padrone oggi di Corso d’Italia) e gli ideologi (ma efficaci salaralisti) metalmeccanici, ben ricompattati, Epifani non sa più che pesci prendere. E alla fine, si è accomodato – dopo molte resistenze - a seguire Cisl e Uil sul terreno del fisco, proprio per questo motivo: non sapeva più che sbocco dare al sindacato che – per così dire – dirige.

Proprio perché è costretto ad agire su un terreno non suo, non ha bene un’idea di che proposte fare: quella del “meno 100 euro al mese per tutti” evidentemente non regge, è troppo costosa e accentuerebbe il clima di lotta di tutti contro tutti che c’è in Italia. Così come quella di detassare gli aumenti contrattuali, nazionali o aziendali: provochebbe il caos delle buste paga.

L’unica via seria è quella proposta da Cisl e Uil: detassare radicalmente (soprattutto infrangendo la “progressività” del fisco con un sistema tipo cedolare secca) straordinari e premi di produttività. Ecco una mossa che farebbe emergere del nero, in parte si pagherebbe da sola e recuperebbe quella produttività che oggi è essenziale per l’economia italiana. Ma darebbe pure un colpo forse definitivo alla logica centralista e dirigista che anche sotto il nome di “confederalità” la Cgil vuole mantenere sul sistema delle relazioni industriali. Da qui i mal di pancia e le ambiguità che Di Vico farebbe meglio ad analizzare con più cura. Si potrebbe incalzare più duramente la Cgil? Sicuramente, soprattuto se alla testa della controparte confindustriale non vi fosse uno come Montezemolo che sul tema ha fatto esattamente il contrario di quel che si doveva fare: ha corteggiato Corso d’Italia e snobbato via Po, sede della Cisl nazionale.

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