La missione impossibile del Cavaliere in trincea

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La missione impossibile del Cavaliere in trincea

19 Settembre 2011

Tecnicamente Berlusconi è incastrato. Quel che emerge dalle intercettazioni non è reato, non è un crimine, ma è peggio: è un devastante errore politi­co. Un uomo di Stato non deve parlare con un telefonino pe­ruviano, non deve maneggiare i liquidi in quantità sconsi­derate, non deve trovarsi in mezzo a piccole intermediazio­ni con aziende pubbliche, non deve imbarcare una compa­­gnia di giro rutilante sugli aerei di Stato, non deve fare in pri­ma persona quel che l’amicizia il diletto o l’imbarazzante condizione di sorvegliato speciale gli suggerisce, e per giun­ta n­on deve a nessun costo essere esposto in questi compor­tamenti davanti a tutti. Incastrato. È la parola giusta, di veri­tà, che chi ama Berlusconi e lo sostiene con consapevolez­za politica, e perfino amicizia personale, non deve nascon­dere. Né a sé stesso né ai lettori né a lui.

Dunque se ne deve andare? Subito? Difendersi da privato cittadino o da depu­tato? Deve farlo nell’interesse del­la maggioranza che lo ha eletto e poi lo ha sostenuto in Parlamen­to, nell’interesse del suo partito e del suo Paese, soprattutto del suo Paese? La mia risposta è «no», non deve. C’è qualcosa di importante e dignitoso che gli resta da fare. De­ve andare dai magistrati e dir loro la verità, che non è una verità cri­minale. Si è divertito in modo im­­prudente, ma si è solo divertito. E quando una ragazza ha insistito un po’ troppo, le ha detto che «a tempo perso» faceva il primo mini­stro. Ridendo, con l’autoironia che è sua, con la percezione da mo­nello del fatto che la faccenda sta­va diventando un po’ imbarazzan­te, perché poi lui, sì, se la godeva co­me desiderava e voleva, il che è in­sindacabile, ma aveva molte altre cose da fare, e le faceva.

Berlusconi deve scuse formali, non per il gusto delle belle donne («che sono care», come diceva nel documentario Silvio forever! con bella e simpatica improntitudine italiana, condivisa dal resto della vecchia nazione maschia), non per quello, ma per la situazione in cui si è cacciato, aiutato dalla sua folle giocosità, da una punta di in­nocentemanonimpeccabilesciat­teria, dalla solita corte che i grandi si portano sempre appresso. Le co­se specifiche per cui deve scusarsi le ho elencate all’inizio di questo articolo, che non avrei mai voluto scrivere (come chi legge immagina da sé). Le scuse ci vogliono, l’interrogatorio va reso, e non a Palazzo Chigi ma a Napoli. Con o senza av­vocati. Berlusconi non è un gang­ster, non deve nascondersi dietro il collegio dei bravi avvocati che fan­no di tutto per preservarlo di fronte all’accanimento che lo colpisce: è stato per quasi due decenni il capo degli italiani, di un’Italia diversa da quella che c’era sempre stata, un dandy colpito dall’invidia purita­na ma anche un uomo di idee e di fatti incancellabili, ha meriti e re­sponsabilità storiche, pubbliche, che non può nascondere sotto la sabbia della mera difesa della vita privata. Deve essere umano come lo è sempre stato. Sa di avere sba­gliato, deve scusarsi.

Poi, il contrattacco. Gli italiani sa­ranno anche cinici ma non sono stupidi. Sanno che la vita privata è grigioscura. Sanno che se Agnelli, Carli, Colombo e molti altri emi­nenti protagonisti della nostra sto­ria, come è avvenuto per Martin Lu­ther King e per John Kennedy, fos­sero stati sottoposti allo screening barbarico, oltre che grottesco, toc­cato a Berlusconi, nessuno sareb­b­e sopravvissuto per la monumentalizzazione in memoriam. Sanno che nel modo in cui è trattato Berlu­sconi, da un pugno di magistrati e dai mass media, c’è qualcosa di atroce, di losco, di civilmente irre­sponsabile, di antinazionale, di sommamente ingiusto. Un grande imprenditore e impresario corag­gioso, pieno di idee e di fuoco nella pancia, ha conquistato la guida del­­lo Stato, ed è questo il peccato origi­nale che l’Italia parruccona non gli ha mai perdonato. E in questo la maggioranza degli italiani sente di essere stata manipolata e inganna­ta.

L’ultimo inganno sarebbe darla vinta ai suoi avversari e nemici. C’è una soluzione sana, seria, politicamente credibile e responsabile per interrompere la legislatura o for­mare un nuovo governo che sap­pia fare alcune cose recenti fatte dall’armata Berlusconi, come la nomina di Draghi a Francoforte, quella di Saccomanni alla Banca d’Italia, una manovra di argine fi­nanziario al disastro internaziona­le della «comunità di debito» chia­mata Europa (banche tedesche comprese)? C’è gente in grado di affrontare con forza questioni dram­matiche e urgenti come il mercato del lavoro, i livelli abnormi di spesa pubblica improduttiva, il bisogno di misure per la crescita economi­ca capaci di scardinare assetti cor­porativi e sindacali arcaici? Non c’è.

Eliminato Berlusconi personal­mente, posto che Berlusconi accet­ti di andarsene senza un’ordalia elettorale che oggi nessuno vuole, le soluzioni possibili, interne alla maggioranza o di unità nazionale, non danno alcuna garanzia di riu­scita, di significato. Eppoi, questo è il punto decisivo, l’Italia non deve festeggiare la liberazione da Berl­u­sconi e dal berlusconismo in nome di disvalori belluini come quelli che hanno portato a centinaia di migliaia di intercettazioni usate co­me arma impropria di lotta politi­ca, alla esibizione di un tredicenne nel ruolo di Torquemada in uno sta­dio di Milano, e alla trasformazio­ne di peccati personali in reati pub­blici, la via più sicura verso l’ingiu­s­tizia e l’asservimento a una mora­le insincera, più fatua e dannosa di qualsiasi telefonata tra il premier e Tarantini.

Fatte le sue scuse, ammessi i suoi errori, umano e vero, Berlusconi deve resistere e contrattaccare.

È una missione quasi impossibile, l’unica degna.

(Tratto da Il Giornale)