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Bufera inutile

“La Molisana” e quel “sicuro sapore” politically correct di cui dobbiamo fare a meno

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La bufera che ha investito il noto marchio di pasta “La Molisana” ormai è su tutti i social e su tutti i siti di informazione. La “colpa” gravissima di cui si sarebbe macchiata la nota azienda molisana è quella di aver messo in commercio un tipo di pasta dal nome “Abissine” che richiama alla conquista dell’Abissinia (poi Etiopia) durante gli Anni Trenta, in pieno fascismo.

È bastato un post apparso in rete dove si denunciava la “comparsa” del tipo di pasta sugli scaffali del supermercato, per portare più di qualcuno a minacciare pubblicamente di non voler acquistare più pasta dal marchio “La Molisana” definendola “fascista”, per scatenare la solita bufera social in salsa antifascista e dal chiaro sapore politically correct.

In realtà, come al solito, tutto si tratta tranne che di apologia del fascismo. Basta dire che il tipo di pasta non è in commercio da poco e La Molisana non è l’unica a produrlo. Le ‘abissine’ sono uno dei tanti tipi di pasta nati nella prima metà del novecento e denominati in questo modo in omaggio alla cronaca e all’attualità dell’epoca. Quindi non si tratta di un omaggio al Ventennio, bensì di un pezzo di storia della pasta di casa nostra. Storia, appunto. Non apologia.

Sicuramente la scheda del prodotto, dove si fa riferimento al “sapore littorio”, poteva essere redatta meglio. In ogni caso, da qui ad arrivare ad etichettare l’intera azienda come “fascista e colonialista”, ce ne passa. La cosa si può tranquillamente ascrivere nella categoria degli “errori”, categoria che gli alfieri del politicamente corretto probabilmente non conoscono abbastanza bene, dall’alto del loro perfezionismo. Non si può certo dire, invece, che non conoscano bene come infangare inutilmente chi, a loro detta, si macchia di una non specificata colpa.

Tralasciando lo sciame di fango che la vicenda ha generato sui social tra chi invitia al boicottaggio e chi ha chiesto all’azienda pubbliche scuse – peraltro già arrivate con annesso cambio nome delle ormai famose “Abissine” -, una domanda sorge spontanea: abbiamo davvero bisogno di tutto questo? Una azienda come La Molisana, italiana, una delle poche che utilizza solo grano italiano, che privilegia la filiera corta e che valorizza territori martoriati da disoccupazione e calamità naturali come Molise, Abruzzo, Marche, davvero meritava tutto questo?

Crediamo francamente di no. Soprattutto in un momento come quello che stiamo attraversando dove più che perdere tempo con sterili polemiche dovremmo impegnarci tutti per costruire il futuro.

Eppure si sa, a distruggere siamo tutti bravi, a costruire un po’ meno. E dato che tutti ora si fregiano del titolo di “costruttori”, sarebbe interessante iniziarlo a praticare. Magari rinunciando al facile “sapore politically correct” che di corretto pare avere solo il nome…

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1 COMMENT

  1. Qui siamo alla follia pura. Fra i miei amici ci sono anche dei medici psichiatri: devo segnalare loro la questione, perché facciano una diagnosi clinicamente motivata?
    Fra l’altro, già al tempo della guerra italo-etiopica l’aggettivo “abissino/a” apparteneva già alla storia. Compariva, nel genere femminile, nella canzone “Faccetta nera”, solo perché faceva rima con “già l’ora s’avvicina”. Il regno del Negus Neghesti aveva già ripreso da tempo il nome “storico” di Etiopica. Mi sembra addirittura d’aver letto, non ricordo dove e quando, che “abissini” non era altro che l’adattamento alla fonetica italiana d’un nome, forse d’origine araba, con cui i mussulmani del Corno d’Africa chiamavano i cristiani copti dell’Amhara e del Tigrai…

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