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La linea delle Nazioni Unite

La “moratoria” imposta a Israele potrebbe costare cara a Obama

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Per quasi 40 anni, dal primo veto di Richard Nixon in difesa di Israele il 10 settembre 1972, ogni presidente americano ha usato il veto per bloccare le risoluzioni ostili a Israele. Richard Nixon ha posto il veto su due di questi progetti di risoluzioni del Consiglio di sicurezza, Gerald Ford quattro, Ronald Reagan 18 (!), George HW Bush 3, Bill Clinton 3 e George W. Bush 9. Anche Jimmy Carter ha chiamato a raccolta tutto il suo coraggio per un veto, il 30 aprile 1980, perché era ostile agli accordi di Camp David che aveva mediato. In tutto, sette presidenti americani hanno totalizzato 41 veti in difesa di Israele al Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

La mancanza di equilibrio nei 41 progetti di risoluzione su cui è stato posto il veto è stato il motivo esplicito o implicito usato più frequentemente per spiegare la necessità di una decisione del genere. Le risoluzioni che deploravano l'uso della forza di Israele o le misure di sicurezza israeliane sono state respinte perché non venivano riconosciute né criticate le azioni sul fronte arabo, in particolare gli atti terroristici, che hanno dato luogo ai provvedimenti di autodifesa da parte israeliana. La proposta di risoluzioni prese durante le conferenze internazionali e altre iniziative diplomatiche favorite dagli arabi sono state respinte perché sarebbero state in conflitto con le iniziative di pace degli Stati Uniti e dei negoziati diretti tra le parti. Diversi progetti di risoluzione sono stati posti sotto il veto perché erano ritenuti in contrasto con le risoluzioni 242 e 338 o con accordi di pace già siglati. Almeno due progetti di risoluzione hanno avuto il veto perché accusavano il governo di Israele per degli atti estremi, commessi da alcuni cittadini israeliani che però sono stati indagati e perseguiti dalle autorità israeliane.

In circa la metà delle 41 dichiarazioni di veto, il rappresentante americano ha riconosciuto che gli Stati Uniti condividevano le preoccupazioni circa una determinata azione israeliana, ma ha contestato la formulazione della risoluzione o giudicato inopportuno portare la questione in Consiglio di Sicurezza. Il numero effettivo di risoluzioni anti-Israele e dichiarazioni presidenziali a cui è stato impedito di giungere a una votazione a causa di una credibile minaccia di un veto americano è stato probabilmente molto più grande di questi 41 voti registrati. Nahory Céline, un esperto del Consiglio di sicurezza, dice che "se ne devono aggiungere fino a molte centinaia... in consultazioni informali a porte chiuse [dove] il Consiglio dirige gran parte del suo potere". Ma questo "veto nascosto" è efficace quanto la minaccia di un veto reale. Se diventa evidente che c'è una politica di veto da parte di Obama, altri membri possono perdere il loro timore di uno schiaffo americano - e andrà perso anche il veto nascosto.

Obama è morbido sul veto? Ci sono molte situazioni che suggeriscono esattamente questo. Il 29 aprile, il Guardian ha riferito che David Hale, uno degli uomini dell'inviato speciale statunitense George Mitchell, ha detto al presidente palestinese Mahmoud Abbas che Obama "può prendere in considerazione la possibilità che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu possa biasimare Israele per le attività di insediamento... piuttosto che usare il suo veto".

Il 14 giugno scorso la rivista Foreign Policy ha riportato una dichiarazione del Consigliere della Sicurezza Nazionale Jones secondo cui la Casa Bianca avrebbe previsto di esaminare separatamente queste questioni, rispetto ai procedimenti che sono stati avviato alle Nazioni Unite. Quel giorno, il portavoce del Dipartimento di Stato PJ Crowley ha risposto senza sbilanciarsi "Ascolteremo quello che il segretario generale ha in mente e poi esprimeremo un giudizio". Reuters ha concluso che "sotto il presidente Barack Obama, gli Stati Uniti non forniscono più un supporto automatico a Israele alle Nazioni Unite, nel momento in cui lo Stato ebraico deve affrontare una raffica costante di critiche e di condanne".

Obama potrebbe trovarsi a fronteggiare più progetti di risoluzioni contro Israele in breve tempo. Nel novembre del 2009, "il capo negoziatore" Saeb Erekat disse che l'Autorità palestinese si apprestava ad approcciare il Consiglio di Sicurezza dell'Onu per una risoluzione che dichiarava uno stato palestinese entro i confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale. Abbas aveva presentato questo progetto al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon e alla Russia, disse Erekat, e aveva ricevuto risposte positive. Se il Consiglio di sicurezza avesse riconosciuto uno Stato palestinese che fosse stato conforme ai confini esistenti prima dello scoppio della Guerra dei Sei Giorni nel 1967, le  comunità israeliane sulla "Green Line", comprese le frontiere che delimitavano Gerusalemme est, avrebbero potuto essere considerate nulle e svuotate. Erekat disse anche che gli arabi avrebbero dovuto avvicinarsi al Consiglio di Sicurezza al momento giusto. E potrebbe essere al più presto. Se il governo israeliano riprenderà la costruzione di insediamenti, quando la moratoria di 10 mesi che il governo si è autoimposto si concluderà (la moratoria è scaduta nei giorni scorsi, ndr), i palestinesi potrebbero pensare prudentemente di muoversi seguendo la via della provocazione.

Altre questioni potrebbero anche interessare il Consiglio di Sicurezza dell'Onu nei prossimi 12-24 mesi. La decisione di Obama di rifiutare compromessi sugli insediamenti che erano stati predisposti dalle amministrazioni precedenti ed affrontare il primo ministro Benjamin Netanyahu sulla questione nel maggio 2009 e nel marzo 2010 potrebbe essersi radicata nella mente araba. Questi ultimi possono pensare di poter riuscire a infilare un cuneo tra gli Stati Uniti e Israele, mettendo gli insediamenti e le questioni di Gerusalemme in una risoluzione del Consiglio di sicurezza su cui Obama potrebbe essere riluttante a porre il veto. Né questo esaurisce la lista. Hamas e Hezbollah potrebbero lanciare azioni terroristiche contro Israele nascondendosi dietro gli scudi umani e, inevitabilmente, la risposta israeliana provocherà vittime civili sul fronte arabo; così gli alleati delle organizzazioni islamiche potranno andare al Consiglio di Sicurezza per condannare Israele per l'uso "eccessivo" o "sproporzionato" della forza. È ragionevole prevedere che Barack Obama dovrà presto affrontare la questione di un nuovo veto al Consiglio di Sicurezza.

Se Obama intende essere il primo presidente dal 1970 a non voler esprimere un veto in difesa di Israele, le conseguenze per il Medio Oriente saranno gravi. Se gli Stati Uniti non si metterano più di traverso, perché i palestinesi e gli arabi dovrebbero partecipare a negoziati onesti e diretti con Israele - una cosa che per loro significherebbe fare dei sacrifici? Senza l'intervento del veto degli Stati Uniti, avrebbero una maggioranza automatica al Consiglio di Sicurezza che gli darebbe anche ciò che vogliono, gratis.

Obama stesso potrebbe pagare un prezzo. La storia insegna. Su nove voti sostanziali sul Medio Oriente presi nel Consiglio di Sicurezza tra il gennaio 1979 e l’agosto 1980, l'amministrazione di Jimmy Carter si astenne sette volte, e, nel marzo 1980, votà una risoluzione di condanna per le attività degli insediamenti israeliani a Gerusalemme. I democratici erano sgomenti. Il senatore di New York Daniel P. Moynihan, che aveva servito come ambasciatore delle Nazioni Unite cinque anni prima, disse: "Come risultato diretto della politica [dell'amministrazione Carter], il Consiglio di Sicurezza è degenerato in quelle che sono le condizioni dell'Assemblea Generale".

Carter ammise che nel marzo del 1980 il voto del Consiglio di Sicurezza contro gli insediamenti israeliani a Gerusalemme l'aveva gravemente indebolito alle primarie presidenziali democratiche di New York del 1980, quando i sondaggi prima del voto invece lo davano in testa. Il senatore Edward Kennedy riuscì a battere il presidente in carica, 59 per cento contro il 41. Carter disse al New York Times che la sconfitta dipendeva dal "voto delle Nazioni Unite", una conclusione condivisa dai suoi strateghi. Un augurio interessante per il futuro, forse.

(Tratto da Commentary)

Traduzione di Maria Teresa Lenoci

 

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