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La morte in tribunale

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C'è una grande folla al capezzale di Piergiorgio Welby: medici, giornalisti, fotografi, politici, militanti, esperti, bioeticisti, giuristi di varia estrazione, avvocati e infine anche magistrati.
Può essere che tutta questa variopinta compagnia allevii e dia un senso al lungo e tragico finale della vita di Welby. Non fosse così sarebbe lui il primo a chiedere di esser lasciato in pace, magari con un battito di ciglia.

Ma i suoi fan e sostenitori politici sostengono anche che la grande attenzione suscitata dal caso Welby sarà utile a tutti quelli che giacciono nelle sue stesse condizioni e in generale ad una migliore consapevolezza pubblica sui temi della vita e della morte. E di questo ci sentiamo di molto dubitare.

Più si amplia il dibattito mediatico, tecnico e giuridico sul tema dell'eutanasia, più esso si fa oscuro, ingarbugliato, controverso e specioso. Il significato stesso delle parole diventa ambiguo, ambivalente, varia a seconda delle tesi che si intendono sostenere. Anche il tanto atteso parere dei magistrati della Procura di Roma, oggi sui giornali, riceve interpretazioni opposte. Poi ci sono i comitati vecchi e nuovi, i tavoli etici, gli ordini professionali, i ministri, i partiti, le associazioni di categoria: ognuno con il suo editto, con la sua ricetta, con la sua voce da far sentire.

Era proprio quello che avremmo voluto non accadesse mai. La morte ridotta ad un guazzabuglio burocratico, stiracchiata di qui e di là per meglio adattarla all'ideologia preferita, privata del suo mistero ed esposta alla luce cruda di una pubblica vivisezione. E infine posta nella mani capienti dei magistrati, dove ogni cosa di questo paese sembra destinata a finire.
Così, tra un grado e l'altro di giudizio e confortati dei nostri collegi difensivi potremo finalmente spirare in nome del popolo italiano.

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