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Dal Pakistan al Tibet

La nuova Asia: confini che vanno, confini che vengono

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Di questi tempi, gli unici continenti caratterizzati da confini irremovibili sembrano essere l’America e l’Africa. Nel vecchio continente i confini non sono ancora stabilizzati: dopo la riunificazione tedesca e le frammentazioni di Unione sovietica (da un Paese a 15), Cecoslovacchia (da uno Stato a due) e Iugoslavia (da una repubblica a sette) ora è la volta della Groenlandia a nutrire pulsioni separatiste dalla Danimarca dopo 3 secoli di sudditanza a Copenaghen: così si sono espressi i 39.000 elettori (più o meno quanti ne ha Campobasso) dell’isola più grande del mondo in un referendum a fine novembre 2008.

Ma il continente dai confini più traballanti è l’Asia, dove la seconda guerra mondiale non è mai finita. A parte il Medio Oriente, dove i confini fra Israele e il futuro Stato palestinese sono ben lungi dall’essere definiti, a parte il confine fra le due Coree, che un giorno non lontano potrebbe sparire, e a parte l’annosa questione Cina-Taiwan, dove lo sbocco finale può oscillare fra l’indipendenza dell’isola, il suo fagocitamento da parte di Pechino e lo status-quo, è il subcontinente indiano l’area caratterizzata dal più elevato tasso di fragilità confinaria.

Prendiamo il Tibet (a proposito: vi siete accorti che, finite le Olimpiadi, del Tibet non gliene importa più niente a nessuno?), occupato militarmente dalla Cina fin dal 1949. La sua bandiera, tornata alla ribalta durante i disordini dell’estate del 2008, quella con il sole giallo che brilla su una montagna bianca sullo sfondo di un cielo a raggi rossoblu, è vietata dalle autorità cinesi in quanto simbolo di separatismo. Tuttavia, mentre i monaci tibetani manifestavano per la libertà malmenati dalle forze dell’ordine cinesi, quelle bandiere hanno sventolato in un gran numero di esemplari. Prodotte da chi? Da ditte cinesi: gli affari sono affari.

Il Dalai Lama, capo del governo tibetano in esilio, è l’uomo più “seguito” dalle autorità di Pechino: ogni visita cui partecipa, ogni ricevimento in suo onore, ogni suo discorso pronunciato, ogni applauso ricevuto e ogni riconoscimento tributatogli comportano un grosso lavorìo diplomatico: proteste formali, ritorsioni, lettere di biasimo, minacce di rottura di relazioni. Ma la grande Cina detiene un potere contrattuale che nelle relazioni internazionali pesa enormemente di più dell’autorità morale e spirituale del Dalai Lama, e pertanto qualche governo ogni tanto cede a Pechino: nel 1938 l’appeasement si faceva con qualcuno, oggi lo si fa con qualcun altro.

Ad esempio il 29 ottobre 2008 il ministro degli esteri britannico David Milliband ha dichiarato che Londra, dopo aver riconosciuto per quasi un secolo il Tibet come entità a se stante, ha cambiato idea (senza peraltro consultare né il proprio parlamento né l’Unione Europea): finora la posizione inglese era anacronistica, ma d’ora in poi il Tibet verrà considerato da Londra come parte integrante della Cina. Pechino ringrazia: la concessione britannica è il maggiore risultato ottenuto nel dossier Tibet fin dai tempi della cessazione degli aiuti americani alla guerriglia tibetana poco prima della storica visita di Nixon in Cina nel 1972. E poi, in tempi di crisi finanziaria globale da chi può giungere un maggiore aiuto? Dalla Cina o dal Tibet? Forse questa domanda non è estranea alla mossa inglese. Mossa che è stata accompagnata da un cortese invito, rivolto a Pechino, a concedere una maggiore autonomia al Tibet, cosa tenuta in alcun conto dalla Cina che, al contrario, il 10 novembre ha sferrato un duro attacco al Dalai Lama, le cui aspirazioni all’autonomia non sarebbero altro che “pulizia etnica, indipendenza camuffata, reintroduzione della schiavitù e della teocrazia”. A fine novembre, inoltre, era previsto l’11° summit annuale fra UE e Cina, ma quest’ultima lo ha fatto rinviare per protesta contro il fatto che nello stesso periodo il Dalai Lama stava viaggiando in diversi Paesi dell'UE dove avrebbe incontrato vari capi di Stato e di governo, a cominciare da Sarkozy, presidente di turno dell’Unione Europea fino a fine anno. E così il summit avrà luogo probabilmente nel primo semestre 2009 sotto presidenza ceca (a meno che al presidente ceco non venga in mente di incontrare il Dalai Lama).

L’India, da parte sua, non è estranea alla questione dei confini con il Tibet. Nuova Delhi, in base alla convenzione di Simla del 1914 che aveva definito quei confini, reclama parte del territorio tibetano e la faccenda non è di poco conto, avendo già causato due guerre fra India e Cina, una nel 1962 e un’altra nel 1987. Ma la guerra più antica, cominciata nel 1947 e mai finita, è quella con il Pakistan per il possesso del Kashmir; l’ultimo episodio di questa guerra è stato l’attacco terroristico di Mumbai (173 morti) ad opera di una decina di estremisti islamici tutti di origini pakistane, alcuni sembra proprio del Kashmir. Detto per inciso, due anni fa il Pakistan (l’unico Paese musulmano dotato di un arsenale nucleare, è bene non dimenticarlo) fu percorso da lunghe e violente dimostrazioni di piazza, in cui qualcuno perse anche la vita, per protestare contro le vignette danesi sul Profeta Maometto. Oggi non si ha notizia di dimostrazioni contro gli attacchi a Mumbai.

Eppure anche le vignette talvolta fanno tremare i confini. Come quella (in realtà una mappa) che ha avuto origine negli USA e che ha recentemente messo in subbuglio il Pakistan. Si tratta di una cartina del subcontinente indiano che raffigura un ipotetico assetto futuro dell’area, in cui le sagome di Pakistan, Afghanistan e Iran vengono notevolmente ridisegnate. Il Pakistan viene pesantemente ridimensionato, mantenendo, delle sue quattro attuali province, solo Punjab e Sindh, e perdendo in favore dell’Afghanistan sia la parte settentrionale compreso il Kashmir (a questo punto non c’è più confine comune fra Cina e Pakistan) che quella sudoccidentale e perdendo anche gran parte delle province meridionali che vanno a formare un nuovo Stato: il Belucistan, che si prende anche le province afgane meridionali di Nimroz, Helmand e Kandahar. Anche l’Iran perde parte delle sue province meridionali che confluiscono nel Belucistan. Ne risulta poi un Afghanistan che si allarga a nord in modo da confinare con la Cina in maniera molto più consistente di adesso, recupera qualcosa ai danni del vicino Iran e si ridimensiona a sud in favore del “neonato” Belucistan.

Questa cartina, apparsa sull’Armed Forces Journal degli Stati Uniti, ha soltanto un valore simbolico e di pura ipotesi accademica escogitata da parte di un certo analista (Ralph Peters), ma ha ben presto fatto il giro del Pakistan, dove non ha mancato di scatenare sospetti e polemiche fra i vertici politici e militari. Un alto funzionario governativo ha dichiarato: “Una delle nostre principali paure è che l’India e l’Afghanistan complottino per distruggere il Pakistan; e temiamo che dietro a questo progetto ci siano gli Stati Uniti”. Che l’India stia notevolmente investendo in Afghanistan non è un mistero, come non sono un mistero i sospetti indiani che dietro all’attentato all’ambasciata indiana in Afghanistan (estate 2008) ci siano i servizi pakistani.

Un timore di non minore entità è destato in Pakistan dai sospetti circa la nuova cooperazione nucleare fra India e Stati Uniti. E un ulteriore motivo di preoccupazione sta nel sospetto che gli USA, dopo avere contato per decenni sull’amicizia del Pakistan, ora lo stia scaricando in favore di Nuova Delhi. Anche per questo il neoeletto presidente Asif Ali Zardari si è premurato di visitare due volte in tre mesi gli Stati Uniti e di sperticarsi in elogi nei riguardi dell’amministrazione Bush, cosa che peraltro non ha fatto elevare il suo indice di gradimento da parte dell’opinione pubblica di casa, sensibilmente antiamericana. Addirittura, in Pakistan l’opinione pubblica, secondo taluni sondaggi, è talvolta più incline a simpatie verso Al Qaeda che verso gli USA. E la classe dirigente non sembra essere da meno: il generale americano David Mc Kiernan, comandante delle truppe americane in Afghanistan, quando ha visitato Islamabad lo scorso novembre, in una riunione con i parlamentari pakistani si è sentito chiedere: “Ma cosa ci siete andati a fare voi americani in Afghanistan, che prima era così tranquillo?”.

I confini asiatici, dunque, traballano o quanto meno vengono messi in discussione. E il motivo principale è che oggigiorno in tutto il mondo, fra i due principi contrastanti dell’intangibilità delle frontiere e dell’autodeterminazione dei popoli, è proprio quest’ultimo che sta decisamente prendendo il sopravvento.

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2 COMMENTS

  1. Rispondo ad Alice
    Lo confermo: in Asia la seconda guerra mondiale non è mai finita. Ricorda il tenente Onoda? Era un ufficiale giapponese che si arrese, nelle Filippine, solo negli anni Settanta dello scorso secolo. Dopo la sua resa, lanciò un appello ai soldati suoi connazionali che ancora continuavano a combattere nelle foreste contro non si sa chi, ma nessuno aderì all’appello e qualcuno di loro potrebbe essere ancora vivo. Ma non è questo l’aspetto più appariscente della vicenda. E nemmeno il più esclusivo. Dopotutto, anche nei Paesi baltici i partigiani anticomunisti continuarono a combattere contro l’armata rossa sovietica fino negli anni Settanta.
    Noi occidentali siamo convinti che dopo la seconda guerra mondiale iniziò la guerra fredda, una sorta di conflitto fittizio in cui nessuno moriva. Non è così: la guerra fredda tanto fredda non fu, visto che cominciò con il conflitto di Corea (diretta conseguenza della seconda guerra mondiale) che “terminò” con questo bilancio di morti: 34.000 americani, 3.000 militari di altri contingenti delle Nazioni Unite, 415.000 sudcoreani, un milione e mezzo di nordcoreani e cinesi; in tutto, compresi i civili, più di 2 milioni di persone. Questo è il bilancio ufficiale, ma in realtà quel conflitto attorno al 38° parallelo non è ancora risolto, anzi sta assumendo inquietanti aspetti nucleari.
    Altri esempi sono le guerre nella penisola indocinese, il contenzioso arabo-israeliano (irrisolto) e quello indo-pakistano (in atto più che mai), dirette conseguenze dello smantellamento degli imperi coloniali francese e britannico, a sua volta determinato dall’andamento del secondo conflitto mondiale. La seconda guerra mondiale, pertanto, proprio in Asia ha avuto le sue conseguenze più importanti e durature. Solo il nostro assurdo eurocentrismo ha potuto focalizzare l’attenzione solo sull’Europa.

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