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La nuova frontiera della letteratura parte dalla Gran Vìa e arriva a Lisbona

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Una penisola, quella iberica. Due grandi letterature, quella spagnola e quella portoghese. Con parenti diffusi in metà del globo. Tutto il Centroamerica parla castigliano, una lingua che trova sempre più scrittori anche negli Stati Uniti. Spagnolo e portoghese si spartiscono anche l’intera America meridionale. Sono scritti nella lingua di Pessoa anche i romanzi prodotti nelle ex colonie lusitane in Africa. In primis, Angola e Mozambico. Non bastasse, nella stessa Spagna le lingue sono quattro se al più diffuso castigliano si aggiungono il catalano (che ha una solida e quasi millenaria storia letteraria), nonché il galiziano e il basco, due idiomi in fase di resurrezione in cui si scrive sempre di più e sempre meglio. Un orizzonte, insomma, vastissimo che è il campo da gioco prediletto di due giovani e coraggiose case editrici italiane che si dedicano con piglio novatore al mondo iberico con tutti i connessi del caso.

La milanese Gran Vía è poco più che una neonata, ma ha già un catalogo piuttosto ricco. Fabio Cremonesi ha avviato il motore della sua casa editrice all’inizio del 2006 e propone ogni anno una decina di titoli nuovi. La spina dorsale di Gran Vía è la collana m30, che prende nome dalla tangenziale di Madrid da cui si irradiano tutte le strade che attraversano il Paese: il vecchio refrain secondo cui tutte le strade portano a Roma, applicato alla Spagna potrebbe essere tradotto in “tutte le strade partono da Madrid”. m30, in omaggio alla cosiddetta España plural, è una collana poliglotta. I romanzi finora pubblicati sono tradotti sia dal castigliano sia dalle altre tre lingue della Spagna. Anzi, uno dei piccoli bestseller di Gran Vía è “Il club della calzetta” di María Reimóndez che scrive in galiziano.

Cremonesi vuole stare alla larga dai romanzi a rischio di un surplus di intimismo e preferisce scegliere titoli che abbiano il crisma di “essere rappresentativi del sistema letterario da cui provengono”. E la pesca operata da Gran Vía nel bacino delle tre lingue minoritarie è così tempestiva che spesso l’edizione italiana ha preceduto anche la traduzione in castigliano di romanzi originariamente scritti in galiziano o in euskara, la lingua del Paese basco. Una passione, quella di Cremonesi, che talvolta sfiora l’incoscienza commerciale come nel caso de “Il metodo Grönholm e altre eccezioni”, volume che raccoglie quattro autori di pièces che scrivono in catalano. In più, visto che la cultura iberica non si ferma né ai Pirenei né a Cadice, Gran Vía ha anche una collana di narrativa ispanoamericana, be alta, inaugurata dall’antologia di racconti di narrativa chicana “En la frontera”.

La casa editrice romana La Nuova Frontiera ha una storia giusto un po’ più lunga. Nata nel 2000, ha avviato l’anno successivo la collana Liberamente, affidata alle cure di Lorenzo Ribaldi e Giorgio De Marchis. Anche in questo caso il fuoco sacro editoriale è alimentato dalle letterature di derivazione iberica. Con un’attenzione in più, rispetto a Gran Vía, per il mondo che scrive in portoghese; anche alle sue aree più appartate, come testimoniano i titoli in catalogo dell’angolano José Eduardo Agualusa.

Anche La Nuova Frontiera non si fa scrupoli di uscire dal seminato e non vuole ricalcare pedestremente vie già abbondantemente battute dall’editoria nostrana. Prendiamo il caso della narrativa latinoamericana: “Il desiderio era, ed è - spiegano in casa editrice - quello di esplorare e raccogliere i fermenti culturali che vanno oltre la letteratura del boom. Quella del realismo magico, per intenderci”. A lato di autori argentini o portoghesi, l’editore romano pubblica, in ossequio al suo stesso nome, anche i libri di Sandra Cisneros, regina di una della più nuove frontiere della letteratura, la narrativa chicana in cui si mescolano la tradizione statunitense e le ascendenze iberoamericane.

In altri ambiti, come quello della produzione catalana, accanto alla scoperta di autori che hanno poi avuto un qual certo successo, come è il caso dell’autore de “Le voci del fiume” Jaume Cabré, La Nuova Frontiera ha operato anche qualche lodevole ripescaggio. E’ il caso, da ultimo, de “La piazza del Diamante” di Mercé Rodoreda, piccolo capolavoro catalano anni Sessanta che, sottratto all’oblio, sta offrendo più di una soddisfazione alla casa editrice romana.

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