La “nuova stagione” romana ricomincia con Rutelli

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La “nuova stagione” romana ricomincia con Rutelli

23 Febbraio 2008

In questa campagna elettorale si è già sentito ripetere tante volte lo stesso motto: Berlusconi è il vecchio, perché si candida per la quinta volta alla guida dell’Italia. Nessuno si è reso conto, tra gli esponenti del Pd, che questo tipo di argomentazione si ritorce contro un candidato illustre del Partito democratico: Francesco Rutelli. Lui si candida non per la quinta ma per la terza volta a Sindaco della Capitale, con la differenza che ha governato Roma per sette anni, a differenza dei cinque anni e otto mesi di Berlusconi alla guida del Paese (anche se Veltroni in questi giorni basa i suoi ragionamenti su un dato stravagante: il centrodestra, a suo dire, avrebbe governato per otto anni: ma come si arriva questa cifra tonda?). Rutelli per di più è stato anche candidato premier nel 2001. Insomma la tesi del vecchio non regge.  Ciò che conta, evidentemente, è la proposta politica e la possibilità di portare avanti il proprio programma. Proseguendo in questo confronto a distanza tra due candidati “vecchi” – volendo ammettere che Veltroni dopo più di trent’anni di vita politica possa definirsi nuovo – si può osservare una prima sostanziale differenza: mentre Berlusconi  non usa Palazzo Chigi per rifugiarsi da un “nubifragio” imminente, ma semplicemente per tornare a governare, Rutelli sembra ricalcare lo schema già usato da Veltroni nel 2001. In altre parole, vista la mala parata, cioè la molto probabile sconfitta a livello nazionale, tutti e due in tempi diversi e a ruoli rovesciati hanno optato per questo accogliente riparo con veduta sui Fori, la cui conquista è, anche per oggettive responsabilità del centrodestra romano, abbastanza a portata di mano.

Veltroni e Rutelli si sono scambiati curiosamente i ruoli facendo diventare la corsa a sindaco di Roma per il centrosinistra una questione giocata tra due persone, per un arco temporale che, qualora Rutelli vincesse e si ricandidasse con successo nel 2013, potrebbe diventare addirittura di un quarto di secolo.

Mentre Veltroni nel 2001 si avviò a passo svelto verso il Campidoglio, lasciando il suo partito senza segretario durante una campagna elettorale, Rutelli scese dal più alto scranno capitolino, reduce dai fasti giubilari e andò ad immolarsi coraggiosamente nella mission impossible di battere il Cavaliere, recuperando parte dell’abbissale distacco nei sondaggi. Al contrario oggi lascia la carica di vicepresidente del Consiglio del Governo Prodi e si rifugia nella apparentemente agevole conquista della poltrona già stata sua per due mandati. Veltroni invece, recupera coraggio (ma in realtà sa che cascherà in piedi, ricevendo in dote seppur sconfitto l’egemonia del neonato PD)  si lancia nella solitaria e valorosa, ma non più tanto dopo l’apparentamento con Di Pietro e il controverso accordo con i radicali, sfida al Cavaliere, copiandone smaccatamente il programma.

Ma al di là delle considerazioni sul “nuovismo” del Pd, la questione da porsi sulla candidatura Rutelli è: prenderà il più possibile le distanze dal suo predecessore, per rendersi credibile o sceglierà l’opzione della continuità, dicendo: siamo sempre noi? Soprattutto in considerazione della calante popolarità di Veltroni a Roma, sarebbe consigliabile a Rutelli di evitare di  presentarsi come il continuatore di Veltroni. E in effetti la presa di distanza è già iniziata. 

Il bilancio dei quindici anni di governo ininterrotto del centrosinistra non è tale da vantarsene, anzi. Rimangono i problemi di sempre, quelli senza i quali  parrebbe quasi di “offendere” il buon nome della Città Eterna, caotica e immobile, come prima, più di prima. E in questo Rutelli – seppur “filtrato” dai due mandati di Veltroni – porta una parte di responsabilità non indifferente.

Insomma in questa strana campagna elettorale nella quale si assiste a un continuo rinnegare il governo precedente –  anche quando in fondo è un rinnegare se stessi – Francesco Rutelli si accinge a lanciarsi anima a corpo per superare l’ostacolo più evidente di fronte a sé: l’avvenuta scoperta  che il cosiddetto Modello Roma è un grande bluff.