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Democrazie contro totalitarismi

La più grande minaccia per l’Iran è la rinascita della democrazia in Iraq

A molti risulta quasi impossibile ammetterlo, ma sembra proprio che la Storia alla fine abbia dato ragione a George W. Bush e a quel profetico “già vi manco?”, apparso un mese su un grande manifesto in Minnesota. Come abbiamo avuto modo di scrivere in queste settimane sull’Occidentale, in effetti almeno su un punto il Presidente repubblicano ha avuto ragione: l’Iraq è diventato una democrazia. Ancora debole, ancora scossa dalle bombe e da irrisolte questioni etniche e settarie, ma le elezioni del 7 marzo scorso sembrano aver confermato, con quello storico dato sulla affluenza – il 62 per cento della popolazione è andato a votare –  che la costruzione di istituzioni democratiche nel Paese procede.

A questo punto la domanda, e il dilemma, tra gli osservatori internazionali è un’altra: è vero che la guerra in Iraq ha finito per favorire il potente vicino di Baghdad – l’Iran dei mullah – come ha scritto l’agenzia di intelligece Stratfor, oppure, al contrario, il regime di Teheran è stato e sarà sempre più penalizzato dalla rinascita della democrazia a Baghdad?

Sulle colonne della National Review, Victor David Hanson sostiene questa tesi in controtendenza. Allo stato di cose attuale, l’Iran teme la transizione democratica del suo ricco vicino. La ricchezza sta ovviamente nel petrolio e la stabilità di Bagdad incide in particolar modo sul prezzo del greggio. La tattica di Teheran è sempre stata quella "gestire" il disordine in Medio Oriente per mantenere alto il prezzo del greggio, in modo da fare cassa e finanziare operazioni terroristiche oltre che il suo decollo nucleare. Tutto questo ha garantito ai mullah l’esclusiva sull’esportazione e ovviamente una maggiore speculazione sui prezzi. Ma nel frattempo, la stabilizzazione dell’Iraq e la politica sulle concessioni petrolifere seguita dal governo al-Maliki hanno permesso a Baghdad di raggiungere cifre record in termini di export dell'oro nero. Una concorrenza sicuramente indigesta a Teheran. E così l’Iran ha fatto di tutto per fomentare il terrorismo in Iraq, senza però raggiungere i risultati sperati.

Gli Usa, dunque, avrebbero tra le mani una occasione d’oro per contrastare l’espansionismo di Teheran e le manie di grandezza di Ahmadjnejad – tanto più che, di recente, Obama ha deciso di rivedere almeno in parte la strategia del dialogo col presidente iraniano, che dalla “mano tesa” ora tende a un inasprimento delle sanzioni (per adesso solo a parole). La vulgata sulla guerra ha descritto l’Iraq come un pantano, un secondo Vietnam, ed una visione del genere è dura a morire tra gli americani. Così molti continuano a sostenere la tesi che che, sul lungo periodo, sarà soltanto Teheran a trarre benefici dalla guerra in Iraq, rafforzando la sua posizione di "stato-guida" nella Regione. L’idea alla base di queste tesi è che, con gli sciiti al potere a Baghdad, i giochi sono fatti e che Ahmadjnejad non smetterà mai di soffiare sotto la cenere irachena.

Eppure, se qualcuno avesse provato a sottoporre i numeri della rinascita irachena al vicepresidente americano Biden solo qualche mese fa, chi ci avrebbe creduto? Lo spauracchio della guerra civile aveva spinto il braccio destro di Obama a prendere addirittura in considerazione l’idea di uno spezzettamento della nazione irachena in tre grandi aree: sciita, sunnita e curda. Ma l’abbassarsi degli indici di violenza politica, l’aumento della partecipazione pubblica da parte dei cittadini, il rafforzarsi di coalizioni elettorali interconfessionali, la diffusione dei mass media e della stampa libera, la presenza di forze armate e della sicurezza interna, hanno profondamente cambiato la situazione.

Come dire, è possibile che da un ritiro seguito a un sanguinoso conflitto si passi a una vera e propria  vittoria, cioè a un radicamento delle istituzione democratiche irachene? Potrebbe essere, visto che, dall’altra parte del confine, c’è un regime liberticida, che reprime con violenza ogni manifestazione di dissenso politico, s’impone con i brogli elettorali, tappa la bocca agli oppositori, caccia via i giornalisti occidentali, un regime che si fonda su una serie di norme, proibizioni e divieti che alla lunga finiranno per indebolire lo stato maggiore di Ahmadinejad e Khamenei. Peccato che – ecco la considerazione conclusiva di Hanson – la sinistra americana non abbia mai creduto, e continui a non credere, al “miracolo” iracheno, così come non s’indigna anzi tutto sommato tollera la repressione in Iran.

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