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La politica ponga un freno allo strapotere della magistratura

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Forse, per meglio intenderne la valenza politica ultima, è opportuno tornare a mente fredda sulla vicenda delle motivazioni con le quali, nella seconda metà di luglio, il gip di Milano, nel quadro delle indagini su caso Unipol, ha chiesto che venissero ascoltati alcuni leader del centro-sinistra. La formulazione scelta dalla dott.ssa Forleo nella sua ordinanza, infatti, conteneva una sorta di accusa indebita nei confronti dei possibili testimoni. Come si ricorderà, sul tenore di quell’ordinanza si sono scatenate subito le discussioni e le polemiche. Alle proteste dei legittimi interessati i giustizialisti di turno hanno risposto ricordando del tutto a sproposito il principio dell’indipendenza della magistratura. Nel centro-destra c’è stato chi, in modo miope, si è rallegrato perché nel mirino della magistratura c’erano esponenti dell’altra parte politica. C’è, infine, chi ha sottolineato la presunta imparzialità della dott.ssa Forleo che in passato aveva preso decisioni di altro segno politico (sic!). Tutte queste oziose discussioni sono state troncate da un sobrio intervento del presidente della Repubblica che, senza nominare direttamente il gip milanese, non solo ha invitato le autorità giudiziarie alla massima serenità e riservatezza nello svolgimento delle proprie funzioni, ma le ha sollecitate a "non inserire in atti processuali valutazioni e riferimenti non pertinenti e chiaramente eccedenti rispetto alle finalità del provvedimento".

Fin qui i fatti. Tuttavia, al di là del censurabilissimo atteggiamento di alcuni magistrati (per fortuna non molti) che, anziché preoccuparsi di amministrare la giustizia, passano il proprio tempo a studiare i mezzi con cui tenere la ribalta delle cronache, questa vicenda risulta significativa perché è la spia di una condizione più generale. Volendo riassumere in poche battute lo stato della questione possiamo dire che la magistratura italiana ha un potere di fatto che travalica di molto le competenze e le prerogative fissate all’ordine giudiziario nella nostra Costituzione. A questo scompenso non si è mai potuto porre rimedio perché la magistratura esercita un potere di veto sulle iniziative di riforma che la riguardano. Un potere di veto che prescinde dal colore politico delle maggioranza di governo o dalla personalità del ministro della Giustizia. Si tratta di un’aura di prestigio derivata da una impropria lettura di avvenimenti della nostra storia recente. Tra il 1992 ed il 1993, all’epoca di "tangentopoli", la magistratura ha acquisito questo potere di fatto, perché si ritiene che le sue iniziative abbiano svolto un ruolo decisivo nella fine della cosiddetta prima Repubblica.

Sarà il caso di ricordare che si tratta di un’illusione ottica e non della realtà. La prima Repubblica non è caduta in seguito alle inchieste della magistratura, ma per una più complessiva mancanza di legittimazione. Il sistema politico italiano era caratterizzato da una sorta di bipartitismo imperfetto, ritagliato sullo scenario internazionale della guerra fredda: un partito di maggioranza relativa, la Dc, ininterrottamente al governo; il secondo grande partito, il Pci, sempre all’opposizione perché ancora filosovietico. Entrato in crisi già alla fine degli anni settanta, perché obsoleto rispetto allo sviluppo della società, il sistema politico italiano sopravvive malamente per circa un quindicennio in uno stato di sclerosi progressiva. Così si arriva alla caduta del muro di Berlino e alla fine della guerra fredda. A quel punto la disaffezione popolare, fino ad allora contenuta, si libera improvvisamente. Il regime a prevalenza democristiana appare di colpo un costoso e ingombrante relitto del passato. In questo clima di delegittimazione galoppante le inchieste della magistratura hanno un effetto dirompente. Ma tale effetto è dovuto alla complessiva fragilità del sistema politico. Per avere una prova a contrario di questa affermazione basta por mente al fatto che in precedenza incriminazioni di uomini politici, per quanto clamorose, non avevano avuto significative ripercussioni sistemiche. Si pensi, ad esempio, alla messa in stato di accusa del presidente della repubblica Leone nel 1977 e alle sue dimissioni nel 1978; oppure si considerino le tante inchieste che costellano le cronache degli anni ottanta del secolo scorso. Prendere coscienza di questa semplice realtà, che con il passar del tempo si impone con sempre maggiore evidenza, può senza dubbio aiutare ad uscire dall’impasse e aiutare quella intesa bipartisan che possa consentire di superare questo squilibrio fra i poteri.

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