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Il caso

La Polonia ferma gli aborti eugenetici

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L’eco delle proteste che si sono scatenate in diverse città della Polonia in questi giorni, a seguito della pronuncia del 22 ottobre del Tribunale Costituzionale polacco che vieta l’aborto eugenetico, è giunta fino a noi. Il perché di tanto clamore, che ha portato in piazza masse di femministe e di attivisti abortisti nonostante il divieto di assembramenti, è da ricercarsi nell’iniziativa di 119 deputati, appartenenti per lo più al partito di maggioranza Diritto e Giustizia (PiS), che hanno chiesto al giudice costituzionale polacco di pronunciarsi sull’articolo della legge sull’aborto, risalente al 1993, che consente l’aborto in caso di seria e irreversibile malformazione del concepito.

La corte, presieduta da un giudice donna, Julia Przylebska, valutando la norma come  discriminatoria, ne ha sancito l’incostituzionalità con undici voti a favore e solamente due contrari.

Con questa pronuncia dunque in Polonia vengono tutelate le persone con malformazioni, alle quali viene finalmente garantito il diritto alla vita. Come riporta il Guardian, gli aborti eugenetici costituiscono la maggior parte degli aborti legali praticati nel Paese, circa il 96%, mentre continuano a rimanere legali gli aborti praticati in caso di stupro, incesto o di grave minaccia alla salute o vita della madre.

Non sono più ammesse quindi discriminazioni basate sul criterio della salute, anche in base al principio di uguaglianza, fra nascituri sani e quelli a cui vengono diagnosticate malformazioni. Anche in caso di patologia che preveda l’incompatibilità con la vita, per esempio, al bambino non può essere praticato il cd. aborto terapeutico, ma verrà fatto nascere e vivere in quanto la sua esistenza, seppur breve, è ora considerata degna di essere vissuta.

Il ragionamento dei giudici polacchi non sorprende se si tiene conto non solo della normativa costituzionale interna ma anche del diritto internazionale e comunitario che in diverse convenzioni vieta il ricorso all’eugenetica. Basti pensare all’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che vieta ogni discriminazione fondata “in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche (…)”, all’articolo 11 della Convenzione di Oviedo che sancisce espressamente che “Ogni forma di discriminazione nei confronti di una persona in ragione del suo patrimonio genetico è vietata.” o alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che utilizza il criterio della nascita come uno dei criteri secondo cui è vietata ogni discriminazione al godimento dei diritti e delle libertà garantiti dalla carta convenzionale stessa.

A seguito della sentenza, è stato annunciato dalla portavoce del partito Diritto e Giustizia l’arrivo di una nuova legislazione, che andrà a superare quindi la ormai obsoleta normativa degli anni Novanta in materia di aborto, al fine di sostenere le donne e i loro figli che nasceranno in Polonia d’ora in avanti grazie alla pronuncia del Tribunale costituzionale.

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