Con qualche dubbio

La prima volta di Isis in Iran

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Cosa sappiamo precisamente dell’attacco terrorista che ieri ha fatto una dozzina di morti e decine di feriti nel parlamento e alla tomba di Khomeini in Iran? Che a rivendicarlo, subito dopo e con un video inusuale, è stato lo Stato islamico, Isis. E’ la prima volta che Isis colpisce in Iran e sferra un colpo destinato a fare rumore. Proprio mentre lo Stato islamico viene dipinto come sotto pressione in Siria e Iraq, con gli affiliati che in Europa, per colpire, in mancanza di armi devono ricorrere ad auto-killer, coltelli e false cinture esplosive, in Iran, al contrario, Isis entra dalla porta principale, con un commando kamikaze, veri giubbotti esplosivi e fucili d’assalto opportunamente modificati per essere nascosti prima di aprire il fuoco. 

Gli attentatori si sono fatti esplodere o sono stati eliminati dalle forze di sicurezza iraniane. Una delle piste seguite dagli analisti è quella del fondamentalismo sunnita presente in alcune regioni del Paese, ma se così fosse significherebbe che il “politburo” religioso alla guida dell’Iran, con le sue strutture della forza, non è in grado di prosciugare sacche eversive ben addestrate e ben armate, in casa propria. Non è una buona notizia per un Paese che si presenta al mondo come lo stato guida della rivoluzione sciita. E quali sono state le reazioni iraniane agli attacchi? 

I “pasdaran” hanno subito lanciato un messaggio politico all’esterno: dietro il sangue versato in Iran c’è un mandante (neanche troppo) misterioso, quei sauditi che insieme all’alleanza benedetta dal presidente americano Trump, dopo aver tagliato le relazioni diplomatiche con il Qatar, ora diventano i mandanti dell'eccidio in Iran. Un teorema che trova il suo corollario nelle urla risuonate nel parlamento iraniano, “morte agli Usa!”, il solito slogan che sottintende una cosa tipo 'Washington attraverso Riad usa Isis per destabilizzarci'. 

I pasdaran fanno quindi un uso strumentale degli attacchi all’esterno, ma anche all’interno, nella lotta politica, gli attentati dei giorni scorsi diventano l’occasione per i falchi ed i “conservatori” sconfitti alle ultime elezioni dal “riformista” Rohani per delegittimare il governo in carica, dicendo che non è in grado di garantire la sicurezza nel Paese. La comunità internazionale, Putin ma anche l’arcinemico Trump, manifesta con diverse sfumature la sua vicinanza ai mullah iraniani. Ma l’elite al potere nell’antica Persia sta già pensando a come usare quegli attentati per sfidare ancora una volta l’America e la comunità internazionale.

 

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1 COMMENT

  1. Per l’ennesima volta…
    No, caro Roberto Santoro, non è la prima volta che l’Iran subisce attentati, informati.
    Da qualche decennio si tenta di destabilizzare la Repubblica Islamica, colpevole di non essersi allineata e coperta ai capricci degli USA, con attentati, sabotaggi, false flag, false rivoluzioni colorate di verde e uccisioni di scienziati ed ingegneri, atti a spingerla verso un conflitto bellico non voluto.
    Ma l’Iran non è la Siria, o l’Iraq o la Libia: i circa 80 milioni di iraniani hanno un forte spirito di appartenenza che li rende tutti militanti della propria patria, prova ne è la nota guerra di 8 anni scatenata dall’Iraq negli anni ’80, quando tutti gli iraniani parteciparono compatti alle vicende belliche (con il contributo della numerosissima comunità ebraica, che difese con onore il Paese che l’ospitava).
    Altro che Isis, i tentativi di destabilizzazione e le provocazioni per spingere l’Iran ad affrontare militarmente la Trimurti sionista (USA-Israele-Emirati arabi), affiancata dai Servizi inglesi e francesi, sono in continua escalation ma la Repubblica Islamica è un osso troppo duro da rosicchiare!

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