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La profanazione della messa scalfariana e la fine di un’era a Rep

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Siamo oltre il sacrilegio, siamo all’apostasia, siamo alla profanazione del comandamento primigenio che viene ancor prima del decalogo dettato a Mosè sul Monte Sinai: “Non avrai altro io al di fuori di me”. Laddove “io” non sta per un pronome personale qualsiasi, ma per quell’entità che sola può rivolgersi la parola e osare dialogare con sé medesima.
Proprio così: mentre l’Italia era intenta a dibattere del sacrificio dei fedeli privati della partecipazione alla celebrazione eucaristica, nell’incredibile indifferenza dei più si consumava uno strappo di dimensioni epocali: per la prima volta nella storia della Repubblica italiana (quella cartacea, intendiamo) la firma di un direttore ha osato sconsacrare la messa cantata domenicale di colui che è sì eccelso da essere in grado, da ateo, di dialogare con Dio e tramite Dio, passando per papa Bergoglio, giungere addirittura alle supreme altezze del proprio “io”.

Lo avrete capito, stiamo parlando di Eugenio Scalfari e del segno più evidente della rivoluzione consumatasi a “Repubblica” con l’arrivo di Maurizio Molinari nella cabina di comando. Mai finora un direttore aveva mostrato tale ardimento da apporre la propria firma sulla prima pagina del quotidiano, in calce a un editoriale, nel giorno consacrato al Fondatore. Molinari – carta canta – questa domenica se ne è impipato, e l’intemerata, assai più del repentino cambio di linea politica, ha chiaramente chiuso un’epoca.
Molinari è persona troppo intelligente da non rendersi conto della portata del gesto. Se ce ne siamo accorti noialtri sempliciotti, figuriamoci un giornalista di rango assurto alla direzione del tabloid più identitario della sinistra liberal e radical chic del nostro Paese, fino a qualche settimana fa tempio di Saviano e Gad Lerner, e oggi capace di squadernare inchieste sul ritorno degli scafisti e scoop sulle clausole-capestro su quel Mes che l’intellighenzia nostrana vorrebbe spacciarci come privo di condizioni.
Ora è più chiaro perché capitan De Benedetti minaccia addirittura di fondarne uno tutto suo, di quotidiano. Chissà se compirà davvero il gran salto. Di certo Molinari con una semplice firma ha chiuso un’era. Magari il paragone scalfariano tra Conte Giuseppe e il Conte di Cavour dev’essere parso troppo anche a lui, oppure temeva una nuova puntata del Catechismo di Barbapapà o del Vangelo secondo Eugenio. O semplicemente ha sparato a freddo, aprendo le danze. Vedremo chi ci sarà a ballare, di certo è tutto molto divertente.

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