La propaganda araba su Israele (e l’Olocausto) ha colpito anche Obama
19 Agosto 2010
Nella sua rassegna di antiche doglianze, Obama non ha menzionato i milioni di musulmani – inclusi i palestinesi della West Bank, a Gaza – che hanno gioito per l’attacco all’America dell’11/9 perpetrato da fanatici islamici. Né si è lamentato per il fiorire di teorie complottiste anti-israeliane e anti-americane legate a quell’attacco verificatosi nel mondo musulmano, anche in Turchia. Ancora nel 2008, i sondaggi rivelavano che il numero dei turchi che indicavano Usa o Israele quali mandanti dell’11 settembre era tanto alto quanto quello dei turchi che davano la colpa a Osama bin Laden e al-Qaeda: in entrambi i casi, 39%.
Ancor più inquietante è stato il fatto che Obama abbia utilizzato la sua visita in Turchia per rompere con la politica Usa di trattare le nazioni che ospitano terroristi come nazioni nemiche. Il presidente Bush aveva dichiarato che non c’è spazio per la neutralità nella guerra contro il terrore: “O siete con noi, o contro di noi”. Ma Obama adesso rassicura i suoi ascoltatori in Turchia e in tutto il mondo musulmano che i loro governi non devono più fare una scelta tra America e al-Qaeda. “Le relazioni americane con il mondo musulmano – ha detto Obama – non possono e non debbono essere basate sull’opposizione ad al-Qaeda”.
La compiacenza di Obama verso la sensibilità araba e musulmana era già stata mostrata in modo alquanto imbarazzante qualche giorno prima, quando compì il gesto, senza precedenti per un presidente degli Stati Uniti, di fare un profondo inchino di fronte al re saudita Abdullah, sovrano di una nazione in cui è illegale portare con sé una Bibbia o costruire una chiesa, e dove alle donne non è permesso portare automobili. L’incidente ebbe luogo al summit economico del G-20 a Londra. Quando arrivarono le critiche per quel gesto di sottomissione al despota arabo, l’amministrazione fu colta di sorpresa e tentò di negare che la cosa fosse mai avvenuta. Purtroppo per la Casa Bianca, una telecamera aveva ripreso la scena.
Lo spostamento di Washington verso il mondo arabo entrò in una nuova fase due mesi più tardi, con il discorso di Obama al Cairo. Da una parte, il presidente difese le campagne militari in Medio Oriente in quanto “imposte dalle circostanze”, condannò la negazione dell’Olocausto e l’odio verso gli ebrei di cui trabocca il mondo arabo (e che i governi arabi promuovono), e si appellò ai palestinesi perché abbandonino la violenza contro Israele. Ma queste dichiarazioni sono state accompagnate da altre che appaiono particolarmente inquietanti alla luce delle mosse fatte in seguito dalla Casa Bianca.
Mentre Obama condannava, giustamente, l’Olocausto, lasciava però l’impressione che la legittimità di Israele derivi unicamente dall’eredità lasciata dall’antisemitismo europeo e dallo sterminio nazista di sei milioni di ebrei. Ciò riecheggia la propaganda araba secondo cui Israele è un problema creato dagli europei, e imposto arbitrariamente al mondo arabo. Ancora una volta Obama stava rilanciando un mito arabo volto a delegittimare lo stato di Israele.
L’Olocausto non è soltanto un’eredità europea. Stati mediorientali come Iran e Iraq si schierarono apertamente con Hitler; generali arabi servirono sotto Rommel, il comandante nazista in Africa; e lo sterminio degli ebrei ebbe il plauso e l’attiva collaborazione di capi arabi. Il fondatore della Fratellanza musulmana, Hassan al-Banna, era un ammiratore di Hitler e nel 1930 aveva adottato una traduzione in arabo del Mein Kampf come testo per i suoi discepoli. Haj Amin al-Husseini, il Grand Mufti di Gerusalemme nonché fondatore del nazionalismo palestinese, era un attivo e vociante sostenitore della “soluzione finale” nazista, e passò gli anni della guerra a Berlino reclutando arabi per la causa del Terzo Reich. Al-Husseini, un uomo il cui nome nella West Bank è riverito come se si trattasse del George Washington della causa palestinese, organizzò pogrom anti ebraici negli anni Venti e Trenta, progettò la realizzazione di un suo personale Auschwitz nel Medio Oriente, e venne bloccato nei suoi intenti soltanto dalla sconfitta di Rommel a El Alamein.
Il ritornello arabo secondo cui Israele non è altro che un tentativo dell’Europa di scaricare i suoi problemi sulle spalle degli arabi non tiene conto – come Obama – del fatto che Gerusalemme è stata la capitale spirituale del popolo ebraico per quasi tremila anni, e che gli ebrei hanno vissuto nella loro patria storica senza interruzione nel corso dei secoli. Gerusalemme è al centro della tradizione spirituale ebraica, e gli ebrei sono stati la sua più numerosa comunità religiosa sin dal 1864. Il primo ministro Benjamin Netanyahu è stato storicamente preciso quando ha ammonito Obama, dicendo che “il popolo ebraico stava costruendo Gerusalemme tremila anni fa, e la sta costruendo adesso. Gerusalemme non è un insediamento. E’ la nostra capitale”. Nel suo discorso del Cairo, Obama ha anche mostrato scarsa considerazione per la storia moderna di Israele, una nazione che non è stata costruita su terra araba – e ancor meno palestinese. Lo stato di Israele venne cerato sulle rovine dell’impero turco.
Nel 1922, la Gran Bretagna creò la Giordania, che racchiudeva l’80 per cento del Mandato di Palestina – una designazione geografica, non etnica. Il territorio del Mandato, nei quattro secoli precedenti, aveva fatto parte dell’impero turco (e non arabo). Poi, nel 1948, un “piano di divisione” dell’Onu distribuì la parte restante del Mandato agli arabi e agli ebrei che vivevano lungo le sponde del Giordano. Il piano, in definitiva, assegnava il 10% del Mandato di Palestina agli ebrei, il 90% agli arabi. Nulla di quelle terre è mai appartenuta a una nazione “palestinese”, o a una qualsiasi entità palestinese. Nei precedenti quattrocento anni non vi fu mai una provincia ottomana chiamata “Palestina”. L’intera regione su cui sorsero Giordania, Iraq, Libano, Siria, Israele, Gaza e la West Bank era conosciuta semplicemente come “Siria ottomana”.
In quello che poi divenne uno schema consueto, gli ebrei accettarono i termini grossolanamente iniqui di tale divisione. La loro fetta di territorio consisteva in tre regioni separate, il 60 per cento delle quali erano deserto. Gli arabi, che già avevano avuto l’80% del Mandato, rifiutarono l’ulteriore parte di terra che era stata loro assegnata, come avrebbero in seguito rifiutato qualsiasi accomodamento suscettibile di legittimare l’esistenza di uno stato ebraico. (Fine della Quarta puntata. Continua…)
Traduzione di Enrico De Simone
Tratto da National Review
