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La Puglia è terra di fuga perché chi la amministra non sa renderla produttiva

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E’ ormai profonda convinzione comune che la travolgente passione con cui tanti giovani hanno favorito l’elezione di Vendola a governatore della Puglia si stia trasformando in una dolente ferita per tutti i ragazzi che non trovano occupazione e vedono dissolversi, nella evanescente oratoria vendoliana, speranze e attese. Per la verità, tanti non si rassegnano ad ammettere l’incredibile errore commesso, ma i più svegli e attenti vanno accorgendosi, un po’ alla volta, di essere stati essi stessi gli involontari artefici di una situazione, ormai patologica, che non vede sbocchi. I più cercano ancora ostinatamente di negarlo, perché è duro ammettere di aver preso una cantonata tanto clamorosa, ma sarà difficile rifiutare a lungo l’evidenza.

Quello stato di benessere che essi pensavano si celasse dietro il rigurgito dell'utopia marxista, tanto cara al loro leader, non c’è, non si trova, non esiste. Al contrario, invece, incombe sempre più minaccioso lo spettro di una irreversibile condizione di miseria regionale. Ancora una volta la fiducia posta nel “Sol dell’Avvenire” è stata tradita. La storia non inganna, ma si ripete tristemente e ci svela che chi mente non è la memoria, ma solo i cantori di quella teoria. 

Capita, assistendo ad alcuni eventi, di ascoltare gli ipocriti lamenti con cui il governatore manifesta la sua infelicità e il suo disappunto per la delusione dei tanti giovani che non riescono ad affrancarsi dalla dipendenza economica dalle proprie famiglie. E’ una grande sofferenza quella che rattrista il presidente della Regione, specialmente quando pensa a quelli che, pur vantando il possesso di un impegnativo titolo di studio, fanno le valige e vanno a cercare fortuna altrove.

Come è possibile che ci sia un così massiccio esodo di cervelli proprio dalla terra in cui egli governa? Vendola non si dà pace perché, nella vana ricerca di cause improbabili e fantasiose, non comprende come mai, una volta esaurite le risorse di denaro pubblico con cui prova ad “internalizzare” soggetti da cui si aspetta probabilmente sostanziosi ritorni elettorali, non si trovano imprenditori caritatevoli disposti a dissipare il proprio patrimonio inventandosi finti posti di lavoro.

Purtroppo, la realtà è che la Puglia ha un governatore che non governa, ma che impiega piuttosto il suo tempo provando a narcotizzare i pugliesi con chiacchiere tanto zeppe di ideologia quanto prive di contenuti sostanziali: le stesse tragiche chiacchiere che hanno ripetutamente condotto tanti paesi al fallimento proprio sul piano socio-economico.

Vendola, grazie alla sua fede ideologica, non comprende che le opportunità di lavoro si creano attirando investimenti sul territorio. Questo, però, può avvenire solo se si assicurano condizioni di competitività alle imprese, se si favoriscono le realizzazioni di grandi opere, se si taglia la spesa parassitaria e improduttiva, se si riduce la palude burocratica, se si ripristina la certezza del diritto (che in Puglia è divenuta dubbia in parecchie occasioni, grazie a vicende confuse e laceranti quali quelle di Punta Perotti, della Cittadella della Giustizia, del Petruzzelli, ecc.). Si tratta di accorgimenti fondamentali che devono, sempre e comunque, coniugarsi con la più dura lotta alle attività illegali e criminali che frenano inesorabilmente qualsiasi iniziativa imprenditoriale. Nichi, invece, ama giocare con le parole e fa nella pratica l’esatto contrario di ciò che dovrebbe fare.

E cosa dovrebbe fare? Semplicemente favorire il verificarsi di condizioni idonee affinché sia produttivo e conveniente investire in Puglia piuttosto che in altre Regioni o all’estero. Vediamo alcuni esempi: innanzitutto, se Vendola avesse voluto attirare investimenti e moltiplicare l’offerta di posti di lavoro, non solo avrebbe dovuto incoraggiare il buon esito della trattativa di Pomigliano, invitando imprenditori e sindacati pugliesi a rilanciare lo stesso modello anche nella nostra Regione, ma avrebbe potuto fare molto di più, studiando forme contrattuali convenienti da adottare sul territorio pugliese. Avrebbe potuto offrirsi come mediatore, ad esempio, per rinegoziare, con sagge modifiche, il modello retributivo delle cosiddette “gabbie salariali”.

E’ di tutta evidenza, infatti, che il costo della vita nelle Regioni del Nord è molto più elevato di quello rilevabile nel Mezzogiorno. Perché non sfruttare questa realtà per mettere a punto un modello retributivo in grado di assicurare una parità di condizioni di vita con costi inferiori? Egli, invece, a differenza dei più accorti esponenti della sua stessa parte politica (vedi Chiamparino, Fassino, Renzi, ecc.) ha fatto esattamente il contrario, ed è andato persino a fomentare i dipendenti di Mirafiori, inebriato dalle iper garanzie dei vecchi contratti di lavoro pur consapevole che, con quelle regole, le imprese non possono essere competitive e non sono in grado di sopravvivere, specie quelle del Mezzogiorno.

Ma si potrebbe portare anche un altro esempio: se in Puglia il “Piano Casa” fosse stato accolto con interesse ed avesse suscitato la dovuta attenzione, si sarebbero prodotte condizioni molto favorevoli per le aziende edili medio-piccole, perché sarebbe stato facile ed economico intervenire sul patrimonio immobiliare esistente per realizzare piccole modifiche senza cadere in abusi edilizi. Un buon governatore avrebbe dovuto cercare il modo di rendere economiche e il più possibile snelle le procedure attuative, proprio per facilitare l’apertura di piccoli e medi cantieri. Invece, sempre per ragioni ideologiche celate da confusionarie e pretestuose argomentazioni tecniche, è stato di fatto reso impraticabile l’accesso alla legge che prevedeva agevolazioni ed è stata tolta alla gente ogni voglia di investire in progetti finalizzati a modificare il patrimonio immobiliare esistente. Si è perso, così, un treno che avrebbe evitato la chiusura di tante aziende edili e la conseguente perdita di innumerevoli posti di lavoro.

Se Vendola avesse voluto favorire, poi, lo sviluppo di numerosi Comuni, si sarebbe preoccupato di accelerare l’iter di approvazione dei Piani Regolatori già adottati. Succede, invece, che questi rimangano bloccati fra le scartoffie degli uffici regionali, o comincino ad essere palleggiati fra la Regione ed i Comuni per ragioni oscure che in breve si rivelano insuperabili, visto che non si trova chi sia in grado di sciogliere le riserve che ne impediscono il varo. La conseguenza è che ai paesi del circondario viene negato questo strumento essenziale per lo sviluppo. Se ci fosse una precisa volontà, anche ai problemi più ardui si darebbe una soluzione, ma è evidente che questo sarebbe possibile solo in assenza di tabù ideologici che frenano la ricerca di vie d'uscita efficaci (e si può essere certi che neanche i Comuni si affatichino molto per superare lo stallo).

Ma non basta. La Regione, infatti, ha elaborato nuovi regolamenti e ha dettato le nuove direttive che presiedono la progettazione dei P.R.G. (ora chiamati P.U.G.) ancora in fase di studio. I criteri adottati sono a dir poco vessatori e di stampo bolscevico. Avverrà inevitabilmente che le procedure di approvazione dei nuovi strumenti urbanistici si bloccheranno, perché i Comuni saranno sommersi da valanghe di ricorsi anche di natura costituzionale. Il risultato sarà la paralisi dell’edilizia e di tutte le attività indotte ad essa legate, con le inevitabili conseguenze di nuova disoccupazione e di ulteriore frenata dello sviluppo dei territori comunali.

E non è tutto qui. Se ci liberassimo dell’ingiustificato pregiudizio che il nostro governatore ci ha inculcato sul nucleare e ci battessimo per avere la fortuna di installare nel nostro territorio una centrale elettronucleare, faremmo davvero una giusta battaglia. Una centrale del genere, infatti, porterebbe parecchi benefici alla Regione e produrrebbe importanti opportunità di lavoro. Si aprirebbe, in primis, un grande cantiere che, per qualche anno, garantirebbe un'occupazione a tanta gente in maniera diretta e a un vasto indotto in maniera indiretta. A regime ci sarebbe un buon numero di occupati (soprattutto qualificati e ben retribuiti), impegnati a condurre e gestire la centrale. Al territorio pugliese, poi, sarebbero riservate con tutta probabilità tariffe ridotte sui consumi energetici e questo sarebbe un fortissimo richiamo per gli investimenti di quelle aziende che hanno alti fabbisogni di energia: nascerebbero nuovi stabilimenti produttivi ed aumenterebbe, quindi, l’offerta di posti di lavoro.

Anche su un'altra questione è opportuno soffermarsi. Se Vendola avesse considerato con minor pregiudizio e con maggiore saggezza l’opportunità di dotare la Regione di alcuni termovalorizzatori, non solo avrebbe dato un aiuto concreto ed efficace al problema dello smaltimento dei rifiuti, ma avrebbe contribuito ad alleviare la piaga della disoccupazione producendo in loco energia alternativa. Le pretestuose obiezioni di carattere ecologico, benché contraddette dagli esiti di innumerevoli installazioni già in uso e da pubblicazioni scientifiche sono servite, invece, a dare voce a rivendicazioni non solo insensate, ma anche controproducenti.

Si potrebbe continuare a scrivere sul tema elencando tutti gli altri “no” pronunciati dal presidente di Regione: no al dissalatore, no al rigassificatore, no alle trivellazioni, no all’utilizzo dei finanziamenti europei per opere pubbliche. Una cosa, però, è certa: se la Puglia continuerà ad essere governata in questo modo sarà inevitabile assistere ad una lunga fase di declino, con una disoccupazione destinata a crescere a causa di un sottosviluppo che tenderà a radicarsi in maniera irreversibile. Con buona pace per le residue speranze dei giovani.

Intanto, la Puglia è prima nella classifica delle Regioni che hanno perso posti di lavoro negli ultimi due anni, come dicono i dati diffusi da Bankitalia. Si è mai chiesto il nostro governatore per quali buone ragioni un imprenditore dovrebbe aprire un’azienda al Sud? E’ così difficile comprendere che occorre rendere conveniente investire in Puglia? A Vendola non viene da pensare che governare una Regione significhi occuparsi dei problemi dei suoi abitanti e cercare soluzioni, individuando ed adottando provvedimenti efficaci e non di fantasia? Non viene il dubbio che a questo scopo si potrebbe anche sacrificare un pezzetto di ideologia? La risposta a queste domande, purtroppo, la conosciamo.

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