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La quadra a Taranto sta nella tutela di tutti i diritti chiamati in causa

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Nell’ultima settimana di marzo, a distanza di pochi giorni, si sono tenuti a Taranto due cortei contrapposti: lunedì 26 quello degli ambientalisti, che sono scesi in piazza in duemila, venerdì 30 quello degli operai dell’Ilva, con circa ottomila partecipanti. Stando ai numeri verrebbe da dire che hanno vinto i lavoratori dell’acciaio, preoccupati che le battaglie degli ambientalisti finiscano per far chiudere l’industria dei Riva, i quali potrebbero trasferirla altrove. Eppure hanno ragione anche i partecipanti, soprattutto giovani, del primo corteo, alla luce di quanto scaturito dalle due perizie sull’inquinamento prodotto dall’Ilva, commissionate dalla Procura di Taranto, che rivelano nelle loro conclusioni come l’inquinamento del siderurgico si traduca “in eventi di malattia e di morte”.

Al di là delle gare sui numeri e delle ragioni contrapposte, il caso Taranto mostra piuttosto l'assurdità di qualunque scontro a carattere ideologico e l’impellente necessità di coniugare la difesa del lavoro degli oltre 11 mila addetti della grande fabbrica siderurgica con quella della loro salute e della salute di tutti i tarantini; evitando atteggiamenti di chiusura orientati ad un processo di deindustrializzazione della città che avrebbe conseguenze drammatiche non solo per la sua economia ma per quella dell’intera Puglia e del Mezzogiorno.

Orientamenti animati da un ambientalismo fine a se stesso non favoriscono interventi di incremento produttivo, traducendosi in atteggiamenti che portano, di fatto, al declassamento del sistema industriale pugliese, rischiando di penalizzare pesantemente l’imprenditoria locale e le migliaia di lavoratori coinvolti in una fase congiunturale già segnata da un prolungato rallentamento delle commesse e dal conseguente massiccio ricorso alla cassa integrazione. Meglio, dunque, instaurare un dialogo tra i due mondi, quello dell’impresa e quello dell'ambientalismo, anche istituzionale, che permetta una gestione più razionale delle criticità nei nuovi investimenti in un’ottica di reciproco interesse per uno sviluppo sostenibile.

E’ in questo spirito che sia da destra che da sinistra è giunto l'auspicio affinché l’incontro del 17 aprile prossimo sul caso Taranto con il Presidente del Consiglio Monti non sia all'insegna dello scontro pregiudiziale ma del confronto. Perché in situazioni così delicate non ci possono essere strappi e forzature ma equilibrio e responsabilità. Non ci può essere la rivincita dell’Ilva o l’offensiva del sindacato che teme di essere cacciato nell’angolo dall’azienda, o addirittura la chiusura degli impianti, come chiedono alcune frange ambientaliste. Non ci può essere una linea che prevale in termini assoluti sull’altra quando è in gioco il bene comune. E il bene comune consiste nella possibilità dell’azienda di investire, ammodernare la fabbrica e ridurre al tempo stesso il suo impatto inquinante affinché Taranto possa uscire una volta per tutte dal dilemma che l’assedia: quello di vivere nell’inquinamento per non restare disoccupati. Gli operai e i cittadini comuni che nei giorni scorsi hanno sfilato separatamente nelle strade della città esprimono insieme diversi diritti: il diritto al lavoro, al futuro, alla salute. Diritti che meritano tutti attenzione e rispetto.  

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