La resistibile ascesa della ricerca extra-universitaria italiana
16 Ottobre 2009
Ragionare sulla condizione e sugli esiti della ricerca extra-universitaria, significa considerare il forte apporto e l’opportunità che essa può diventare per lo sviluppo del Paese. E’ stato questo l’obiettivo dell’incontro svolto lo scorso 1° ottobre a Roma, presso il Parlamentino del CNEL, nel quale si sono riuniti i rappresentanti dei “quattro stati”, proprio come avveniva nella Francia dell’ancien régime con la rappresentazione dei diversi corpi sociali. All’evento, infatti, hanno partecipato diversi esponenti del sistema politico, i presidenti dei principali enti pubblici di ricerca (EPR), il mondo imprenditoriale (Confindustria) e le parti sociali, in particolare la Cisl confederale e il sindacato di categoria Fir-Cisl, promotori e organizzatori dell’incontro.
Della ricerca universitaria si è dibattuto già abbastanza e sono stati più volte sviscerati i punti più significativi della riforma del settore avviata dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. La ricerca extra-universitaria, invece, è stata sostanzialmente trascurata dalla stampa d’opinione e dal dibattito politico, tranne quando si è dovuto affrontare la questione della stabilizzazione dei precari che operano presso gli EPR e dei finanziamenti pubblici da destinarvi. Quest’ultima circostanza è paradossale, posto che la logica imporrebbe di considerare preliminarmente, in via analitica, le problematicità e le potenzialità di un settore e, quindi, destinarvi le opportune risorse finanziarie.
La materia della ricerca extra-universitaria è di assoluta rilevanza perché, se la ricerca universitaria – per definizione – è produttrice di conoscenza scientifica di base, quella extra-universitaria, svolta direttamente dalle imprese e dagli EPR, ne è mera applicazione. La principale differenza è che quest’ultimo tipo di ricerca è guidata da una domanda a carattere istituzionale, espressa dagli EPR medesimi, ossia dalle esigenze del mercato interpretate dalle stesse imprese. Quando la domanda istituzionale non è ben definita a livello di governo centrale o di ministero vigilante (come spesso accade per gli EPR), interviene una sorta di autoreferenzialità, che determina una crescente frammentazione e divaricazione tra produzione della conoscenza e suo sfruttamento applicativo, a fini di crescita sociale ed economica. Per quanto riguarda le imprese, invece, le istanze di carattere innovativo, che provengono dal mercato, non sempre sono – o, realisticamente, possono essere – colte dalle piccole e medie aziende nazionali, principalmente a causa delle loro note caratteristiche di elevata specializzazione settoriale, forte segmentazione territoriale e ridotta dimensione. Tali caratteristiche strutturali, inoltre, molto spesso determinano una debole percezione dei fabbisogni tecnologici e innovativi, così come una loro difficile definizione.
E’ importante chiarire che, soprattutto negli ultimi decenni, le imprese italiane hanno sottovalutato l’importanza cruciale della ricerca applicata e, quindi, della rilevanza del rapporto con gli EPR, nell’ottica di rafforzare la loro stessa competitività sul mercato. Di conseguenza, l’integrazione tra EPR e imprese è stata carente per colpa dell’assenza di incentivi selettivi di tipo professionale, sociale ed economico. Per di più, il terzo attore di questo scenario, cioè il Governo, ha brillato per la sua frammentaria e improvvisata azione. Per quanto riguarda gli esecutivi di corto respiro e scarse aspettative di vita – come molti di quelli della Prima Repubblica e per i debolissimi governi espressi dal centrosinistra – tutto questo è facilmente comprensibile, considerata la natura della ricerca applicata, suscettibile di offrire ritorni di natura politica, economica e sociale solamente a medio e lungo termine. In assenza di una politica della ricerca, le poche misure per promuovere l’interazione tra preposte istituzioni pubbliche e impresa sono state affatto insufficienti.
Questo stanco paradigma non può, certamente, ripetersi oggi, in presenza di un Governo che ha i numeri, la forza e l’intelligenza politica per portare avanti un vero disegno riformista nel campo della ricerca, tanto universitaria quanto extra-universitaria. In un nuovo contesto così positivo, anche il “quarto stato”, cioè il sindacato, deve trovare la capacità di giocare un ruolo da protagonista nella definizione di un “Patto nazionale della ricerca”. Occorre, però, che il sindacato si confronti finalmente sui problemi e sulla loro risoluzione, consapevole – in chiave correttamente utilitaristica – che i propri iscritti hanno tutto da guadagnare da un sistema economico in salute. In altre parole, c’è la necessità di un sindacato riformista, dimentico dello sterile, vetero armamentario della lotta di classe: l’opposto, cioè, di un sindacalismo cialtrone, solo rivendicativo e conflittuale, figlio di un bipolarismo sindacal-politico.
E’ facile quindi capire quali e quanti vantaggi derivano da una crescente integrazione imprese/EPR. Gli istituti di ricerca, detentori di un know how di elevata qualità e di un patrimonio brevettuale non indifferente, anche da un punto di vista quantitativo, potrebbero assai utilmente mettere a disposizione delle PMI le loro competenze istituzionali e scientifiche, non solo in forma di collaborazione, volta a realizzare progetti tecnologicamente innovativi, ma anche di somministrazione di vera e propria formazione alle imprese. Tutto questo, però, è subordinato a una reale vicinanza tra le due realtà: da parte delle imprese, va messa in campo una absorptive capacity, mentre da parte degli EPR vanno abbattuti i troppi steccati organizzavi e culturali che ancora si frappongono tra le due realtà. A rendere indifferibile il prospettato processo di integrazione è anche l’attuale situazione di crisi economica: è evidente, infatti, quanto sia rilevante una ricerca applicata che veda operare in sinergia le competenze scientifiche degli EPR con le esigenze del sistema produttivo nazionale per ridare slancio, qualitativo e quantitativo, allo sviluppo produttivo nazionale.
Valorizzare anche in Italia (come già avviene nei paesi economicamente più sviluppati) la duplice relazione ricerca applicata-innovazione e innovazione-prodotti/produttività gioverebbe non poco al sistema Paese. Anche a livello di letteratura scientifica non si nutrono più dubbi sull’efficacia di tale approccio. Sulla scia della funzione Cobb-Douglas, prima, e della “funzione di produzione della conoscenza” di Griliches, dopo, nonché grazie all’apporto di numerosi contributi successivi, è ormai opinione comune che un’impresa che investe in ricerca applicata ottiene in cambio dei ritorni significativi. L’aumento di innovazione è, infatti, un fattore primario in grado di incrementare tanto la produttività (con innovazioni di processo), quanto il valore aggiunto (con innovazioni di prodotto). La collaborazione EPR/imprese dovrebbe condurre ad un “nuovo patto”, che dia linfa a quello che, in ambito economico, è stato teorizzato come “Sistema nazionale di innovazione”, basato sulle sinergie tra sfera innovativa, sfera organizzativa e istituzionale, e sfera del capitale umano di elevata qualificazione.
Prima di poter affermare che questo “nuovo patto” possa avere delle reali chances di successo e sia suscettibile di superare la complessiva situazione di disorganicità di intervento, ci sono tre snodi cruciali da verificare:
1) la politica del finanziamento della ricerca. La spesa complessiva in ricerca, rispetto al PIL, è attualmente dell’1,1% contro l’1,7% della media europea a 27 membri. È quasi inutile ricordare i record negativi dell’Italia nel sostegno economico pubblico alla ricerca, nella quota di finanziamento da parte dell’impresa privata, nel numero di ricercatori e di laureati occupati negli organismi di ricerca, nella bilancia tecnologica e così via;
2) la politica del personale della ricerca. Il decreto legislativo di attuazione della legge 4 marzo 2009, n. 15, di riforma della Pubblica Amministrazione (la cd legge Brunetta) è stato appena approvato dal Consiglio dei Ministri. Tra i suoi tanti validi aspetti, il provvedimento dispone la riduzione delle aree di contrattazione. Per il comparto qui considerato ciò potrebbe significare, di fatto, un ritorno alla disciplina di cui legge 20 marzo 1975, n. 70 (che incluse gli EPR nel parastato, omogeneizzando lo stato giuridico ed economico del personale addetto alla ricerca con quello dei dipendenti di enti molto eterogenei quanto al profilo funzionale e organizzativo) o, peggio ancora, l’inserimento tout-court nel comparto Scuola. Ferma restando l’ineludibile necessità della forte riduzione delle aree contrattuali nell’ambito della Pubblica Amministrazione, per quanto riguarda il settore della ricerca extra-universitaria (che è dotato di risorse umane di particolare qualificazione) sembrerebbe invece ragionevole unificare il quadro contrattuale del comparto pubblico, da un lato, e quello del privato, dall’altro;
3) il riordino degli EPR. Una galassia formata da 28 enti e 7 Ministeri vigilanti, con 20.000 addetti, impone di:
– delineare un piano pluriennale che individui progetti strategici concernenti la qualità della vita e lo sviluppo dell’economia del Paese;
– definire chiaramente una governance di settore, con un unico punto di coordinamento delle politiche della ricerca;
– valorizzare gli istituti e le strutture esistenti, senza sovrapposizioni di competenze e in stretto rapporto con il mondo produttivo delle piccole e medie imprese;
– salvaguardare l’autonomia della ricerca, innanzitutto garantendo un serio sistema di valutazione dei risultati da essa prodotti
Come si ricorderà, dal punto di vista storico, nella Francia dell’ancien régime dei re capetingi, gli Stati Generali consistevano in un’assemblea di “stati”, intesi non già quali entità politiche territoriali sovrane, bensì come rappresentanza di ceti sociali intermedi della nazione transalpina. Tale situazione è effettivamente ricorsa anche per la riunione tenutasi presso il CNEL, nella quale si sono riuniti gli attuali “quattro stati”, cioè la ricerca pubblica, il Governo, l’impresa e il sindacato riformista. Si tratta di settori che finora sono rimasti distinti e distanti o comunque associati in modo binario e che ora devono puntare ad una sempre maggiore integrazione. Dall’effettiva capacità di “fare squadra” passa infatti il futuro prossimo della ricerca italiana e un importante anello dello sviluppo economico del Paese.
