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La Rice in Medio Oriente per rafforzare Olmert e Abu Mazen

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Condoleezza Rice sembra sempre più il deus ex machina del conflitto israelo-palestinese. Quando le trattative preliminari tra i due contendenti sembrano arenarsi, ecco che il segretario di Stato americano prende un aereo e atterra in Israele, nel tentativo di gettare acqua sul fuoco. L'ultima visita, in ordine cronologico, risale a domenica: la Rice è giunta in Medio Oriente per parlare con Olmert e Abu Mazen, nel tentativo di spianare la strada a quella conferenza di Annapolis (Maryland) che dovrebbe sancire una pace definitiva tra israeliani e palestinesi. Più che un progetto, un sogno ricercato da decenni.

Il segretario di Stato ha subito incontrato Olmert, il ministro degli Esteri Livni e quello della Difesa Barak. Ieri, invece, la Rice ha avuto un incontro a Ramallah con il leader dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen. Il viaggio della Rice, che dovrebbe durare cinque giorni, si configura come un tentativo di dare forza ai due leader delle opposte fazioni: tanto Olmert quanto Abbas, infatti, sembrano troppo deboli per poter giungere ad una conferenza risolutiva. In occasione della visita mediorientale, la Rice dovrebbe incontrare anche Re Abdullah di Giordania.

Condoleezza, appena scesa dall'aereo, ha indirettamente confermato lo stallo delle trattative: "Non mi aspetto che ci sarà nessun particolare risultato nel senso di una svolta sul documento, voglio avvertirvi in anticipo di non aspettarvi questo perché si tratta di un autentico work in progress". Il documento di cui parla il segretario di Stato americano è il nodo principale dell'attuale contesa: da un lato, i palestinesi premono per arrivare in Maryland con un testo che esprima scadenze e indicazioni precise sulle tappe che dovrebbero portare alla creazione dei due stati, mentre Israele vorrebbe stilare un documento condiviso che affronti solo in termini generali temi spinosi come le frontiere, il destino di Gerusalemme e la questione dei profughi. Domenica mattina, Olmert ha ribadito che "il documento non è una condizione, e non è mai stato una condizione, per l'incontro di novembre": l'opposto di quello che dicono i palestinesi e il loro ministro degli Esteri, Riad Malki, per il quale "senza un documento per risolvere questo conflitto, non potremo andare alla conferenza di novembre". Le distanze, insomma, sembrano insormontabili sin dalle fasi preparatorie: secondo i negoziatori israeliani, la conferenza di pace dovrà segnare l'inizio delle trattative, mentre secondo i palestinesi – e secondo la Rice, che cerca un successo tangibile per il presidente Bush – Annapolis dovrà essere una sorta di traguardo che metta fine alle dispute.

Il compito del segretario di Stato americano è dunque quello di gettare un ponte tra Olmert e Abu Mazen. Al termine dei colloqui di domenica, Olmert ha dichiarato di essere "molto interessato al fatto che le basi del documento congiunto possano essere approvate da israeliani e palestinesi, con conseguenti trattative per l'eventuale nascita di uno stato palestinese a fianco di quello israeliano". Riguardo all'imposizione di un calendario preciso, però, Olmert ha parlato di "ostacolo" più che di aiuto per il raggiungimento di un accordo. Tzipi Livni, invece, ha messo in guardia dal rischio di una crisi nelle trattative a causa di "aspettative esagerate tanto da parte palestinese quanto da parte della comunità internazionale". Olmert ha ribadito le proprie convinzioni anche durante l'incontro con la Rice, che ha cercato invece di spingerlo alla stesura di un testo maggiormente vincolante e vicino alle richieste palestinesi: "Le decisioni devono essere prese senza evitare le questioni fondamentali".

È venuto poi il turno di Abu Mazen.%0D Durante la conferenza stampa congiunta, la Rice ha ribadito innanzitutto come la fine del conflitto israelo-palestinese sia uno dei principali obiettivi della presidenza Bush – ed è soprattutto per questo che gli Stati Uniti vorrebbero delle indicazioni preliminari concrete, al pari dei palestinesi –, per poi passare alle questioni concrete. "Francamente è venuto il momento della creazione di uno stato palestinese", ha detto la Rice, e l'amministrazione americana "ha di meglio da fare che invitare gente ad Annapolis per una foto di gruppo". Abbas, dopo aver chiesto agli Stati Uniti di vigilare sull'espansione delle colonie israeliane, ha ostentato ottimismo: "Non ci sono dubbi che il documento sarà pronto prima di andare in America", salvo rimarcare che "i negoziati non dovrebbero essere a tempo indeterminato, ma stabiliti da scadenze certe".

L'aria della Rice sembra fare bene ai contendenti: Olmert, per la prima volta, ha parlato ieri pubblicamente della possibilità di dividere Gerusalemme. Nel corso di una manifestazione in ricordo di un parlamentare ucciso da terroristi palestinesi, il premier ha sottolineato come assumere il controllo dei quartieri arabi di Gerusalemme sia stato "inutile": dando quei quartieri ai palestinesi, secondo Olmert, sarebbe infatti "possibile avanzare richieste legittime". Fortemente contrari alla spartizione di Gerusalemme, però, sono molti esponenti della destra in parlamento.

Ma la debolezza dei due leader in campo si configura sempre più come il maggior ostacolo sulla via per il Maryland. Partiamo con Olmert. Il premier israeliano è fortemente osteggiato dall'opposizione, che lo accusa di voler cedere altri territori che finiranno nelle mani di Hamas: la nomina della Livni, più "dura" di Ramon, come capo dei negoziatori può essere letta come una risposta ai detrattori. Tra gli oppositori alla politica del premier, poi, in prima linea ci sono i Rabbini: i religiosi temono infatti di perdere il muro del pianto nell'eventuale spartizione di Gerusalemme. Ma i problemi di Olmert non finiscono qui. Ieri il procuratore generale Menachem Mazuz ha annunciato l'apertura di una terza indagine penale nei suoi confronti, riferita a presunti favori elargiti ad un proprio amico quando era ministro dell'Economia: in molti, anche tra le fila del suo partito, gli hanno chiesto di rassegnare le dimissioni.

E se Olmert appare debole, Abu Mazen non è certo da meno. Il maggior problema per il leader dell'Anp è come sempre Hamas, che regna indisturbata in quella Striscia di Gaza che dovrà essere parte importante del futuro stato palestinese. Il leader di Hamas Ismail Haniyeh, qualche giorno fa, ha nuovamente ammonito Abu Mazen di non cadere in una trappola: Hamas teme che vengano garantite concessioni ad Israele, una pericolosa eventualità che potrebbe creare "gravi rischi per i palestinesi". Parlando di fronte a diecimila fedeli, Haniyeh ha poi "consigliato" di "non fare concessioni sulle fondamentali questioni di Gerusalemme, dei rifugiati e dei territori". Sul fronte dei paesi arabi, invitati a prendere parte alla conferenza, si è invece espressa la guida suprema dell'Iran, l'ayatollah Khamenei: riprendendo l'appello al boicottaggio della conferenza inizialmente lanciato da Hamas, Khamenei ha ribadito che "il risultato di tutte le conferenza tenute in nome della pace è stato finora dannoso per la nazionale palestinese".

Che ne sarà allora della conferenza? Si arriverà a un documento congiunto? La Rice ci crede, e i suoi continui viaggi stanno lì a dimostrarlo. Ma l'unica certezza, al momento, è che la data dell'incontro di Annapolis potrebbe slittare ancora: inizialmente previsto per metà novembre, è già stato rimandato alla fine del mese. Ieri è giunta notizia della possibilità di un ulteriore slittamento: tutto dipenderà dai progressi tra Olmert e Abu Mazen, sotto l'occhio vigile di Condoleezza.

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