La Rice in Medio Oriente per rafforzare Olmert e Abu Mazen

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La Rice in Medio Oriente per rafforzare Olmert e Abu Mazen

16 Ottobre 2007

Condoleezza Rice sembra sempre più il
deus ex machina del conflitto israelo-palestinese. Quando le trattative
preliminari tra i due contendenti sembrano arenarsi, ecco che il segretario di
Stato americano prende un aereo e atterra in Israele, nel tentativo di gettare
acqua sul fuoco. L’ultima visita, in ordine cronologico, risale a domenica: la
Rice è giunta in Medio Oriente per parlare con Olmert e Abu Mazen, nel
tentativo di spianare la strada a quella conferenza di Annapolis (Maryland) che
dovrebbe sancire una pace definitiva tra israeliani e palestinesi. Più che un
progetto, un sogno ricercato da decenni.

Il segretario di Stato ha subito incontrato
Olmert, il ministro degli Esteri Livni e quello della Difesa Barak. Ieri,
invece, la Rice ha avuto un incontro a Ramallah con il leader dell’Autorità
Nazionale Palestinese, Abu Mazen. Il viaggio della Rice, che dovrebbe durare
cinque giorni, si configura come un tentativo di dare forza ai due leader delle
opposte fazioni: tanto Olmert quanto Abbas, infatti, sembrano troppo deboli per
poter giungere ad una conferenza risolutiva. In occasione della visita
mediorientale, la Rice dovrebbe incontrare anche Re Abdullah di Giordania.

Condoleezza, appena scesa dall’aereo, ha
indirettamente confermato lo stallo delle trattative: “Non mi aspetto che
ci sarà nessun particolare risultato nel senso di una svolta sul documento,
voglio avvertirvi in anticipo di non aspettarvi questo perché si tratta di un
autentico work in progress”. Il documento di cui parla il segretario di Stato
americano è il nodo principale dell’attuale contesa: da un lato, i palestinesi
premono per arrivare in Maryland con un testo che esprima scadenze e
indicazioni precise sulle tappe che dovrebbero portare alla creazione dei due
stati, mentre Israele vorrebbe stilare un documento condiviso che affronti solo
in termini generali temi spinosi come le frontiere, il destino di Gerusalemme e
la questione dei profughi. Domenica mattina, Olmert ha ribadito che “il
documento non è una condizione, e non è mai stato una condizione, per
l’incontro di novembre”: l’opposto di quello che dicono i palestinesi e il
loro ministro degli Esteri, Riad Malki, per il quale “senza un documento
per risolvere questo conflitto, non potremo andare alla conferenza di
novembre”. Le distanze, insomma, sembrano insormontabili sin dalle fasi
preparatorie: secondo i negoziatori israeliani, la conferenza di pace dovrà
segnare l’inizio delle trattative, mentre secondo i palestinesi – e secondo la
Rice, che cerca un successo tangibile per il presidente Bush – Annapolis dovrà
essere una sorta di traguardo che metta fine alle dispute.

Il compito del segretario di Stato
americano è dunque quello di gettare un ponte tra Olmert e Abu Mazen. Al
termine dei colloqui di domenica, Olmert ha dichiarato di essere “molto
interessato al fatto che le basi del documento congiunto possano essere
approvate da israeliani e palestinesi, con conseguenti trattative per l’eventuale
nascita di uno stato palestinese a fianco di quello israeliano”. Riguardo
all’imposizione di un calendario preciso, però, Olmert ha parlato di
“ostacolo” più che di aiuto per il raggiungimento di un accordo.
Tzipi Livni, invece, ha messo in guardia dal rischio di una crisi nelle
trattative a causa di “aspettative esagerate tanto da parte palestinese
quanto da parte della comunità internazionale”. Olmert ha ribadito le
proprie convinzioni anche durante l’incontro con la Rice, che ha cercato invece
di spingerlo alla stesura di un testo maggiormente vincolante e vicino alle
richieste palestinesi: “Le decisioni devono essere prese senza evitare le
questioni fondamentali”.

È venuto poi il turno di Abu Mazen.%0D
Durante la conferenza stampa congiunta, la Rice ha ribadito innanzitutto come
la fine del conflitto israelo-palestinese sia uno dei principali obiettivi
della presidenza Bush – ed è soprattutto per questo che gli Stati Uniti
vorrebbero delle indicazioni preliminari concrete, al pari dei palestinesi –,
per poi passare alle questioni concrete. “Francamente è venuto il momento
della creazione di uno stato palestinese”, ha detto la Rice, e l’amministrazione
americana “ha di meglio da fare che invitare gente ad Annapolis per una
foto di gruppo”. Abbas, dopo aver chiesto agli Stati Uniti di vigilare
sull’espansione delle colonie israeliane, ha ostentato ottimismo: “Non ci
sono dubbi che il documento sarà pronto prima di andare in America”, salvo
rimarcare che “i negoziati non dovrebbero essere a tempo indeterminato, ma
stabiliti da scadenze certe”.

L’aria della Rice sembra fare bene ai
contendenti: Olmert, per la prima volta, ha parlato ieri pubblicamente della
possibilità di dividere Gerusalemme. Nel corso di una manifestazione in ricordo
di un parlamentare ucciso da terroristi palestinesi, il premier ha sottolineato
come assumere il controllo dei quartieri arabi di Gerusalemme sia stato
“inutile”: dando quei quartieri ai palestinesi, secondo Olmert,
sarebbe infatti “possibile avanzare richieste legittime”. Fortemente
contrari alla spartizione di Gerusalemme, però, sono molti esponenti della
destra in parlamento.

Ma la debolezza dei due leader in campo
si configura sempre più come il maggior ostacolo sulla via per il Maryland.
Partiamo con Olmert. Il premier israeliano è fortemente osteggiato
dall’opposizione, che lo accusa di voler cedere altri territori che finiranno
nelle mani di Hamas: la nomina della Livni, più “dura” di Ramon, come
capo dei negoziatori può essere letta come una risposta ai detrattori. Tra gli
oppositori alla politica del premier, poi, in prima linea ci sono i Rabbini: i
religiosi temono infatti di perdere il muro del pianto nell’eventuale
spartizione di Gerusalemme. Ma i problemi di Olmert non finiscono qui. Ieri il
procuratore generale Menachem Mazuz ha annunciato l’apertura di una terza
indagine penale nei suoi confronti, riferita a presunti favori elargiti ad un
proprio amico quando era ministro dell’Economia: in molti, anche tra le fila
del suo partito, gli hanno chiesto di rassegnare le dimissioni.

E se Olmert appare debole, Abu Mazen non
è certo da meno. Il maggior problema per il leader dell’Anp è come sempre
Hamas, che regna indisturbata in quella Striscia di Gaza che dovrà essere parte
importante del futuro stato palestinese. Il leader di Hamas Ismail Haniyeh,
qualche giorno fa, ha nuovamente ammonito Abu Mazen di non cadere in una
trappola: Hamas teme che vengano garantite concessioni ad Israele, una
pericolosa eventualità che potrebbe creare “gravi rischi per i palestinesi”.
Parlando di fronte a diecimila fedeli, Haniyeh ha poi “consigliato”
di “non fare concessioni sulle fondamentali questioni di Gerusalemme, dei
rifugiati e dei territori”. Sul fronte dei paesi arabi, invitati a
prendere parte alla conferenza, si è invece espressa la guida suprema
dell’Iran, l’ayatollah Khamenei: riprendendo l’appello al boicottaggio della
conferenza inizialmente lanciato da Hamas, Khamenei ha ribadito che “il
risultato di tutte le conferenza tenute in nome della pace è stato finora
dannoso per la nazionale palestinese”.

Che ne sarà allora della conferenza? Si
arriverà a un documento congiunto? La Rice ci crede, e i suoi continui viaggi
stanno lì a dimostrarlo. Ma l’unica certezza, al momento, è che la data
dell’incontro di Annapolis potrebbe slittare ancora: inizialmente previsto per
metà novembre, è già stato rimandato alla fine del mese. Ieri è giunta notizia
della possibilità di un ulteriore slittamento: tutto dipenderà dai progressi
tra Olmert e Abu Mazen, sotto l’occhio vigile di Condoleezza.