La richiesta d’arresto per Cosentino o è ingiusta o è tardiva

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La richiesta d’arresto per Cosentino o è ingiusta o è tardiva

10 Novembre 2009

 

Non siamo noi a dover giudicare il merito delle risultanze d’indagine che la pubblica accusa partenopea ritiene d’aver collazionato nei confronti di Nicola Cosentino. Non conosciamo le carte, e quand’anche le conoscessimo non sarebbe il nostro mestiere. Insomma, non abbiamo mai avuto in questo campo le certezze di Roberto Saviano, Luigi De Magistris o Fabio Granata.

Né ci appassiona l’esegesi delle "rivelazioni" dei pentiti di turno, soprattutto quando il numero di anni trascorsi tra i presunti fatti e il loro utilizzo a fondamento di una iniziativa giudiziaria così clamorosa e "tempestiva" rende tale pratica più simile all’archeologia che alla cronaca.

Tuttavia, tempi e gestione mediatica di questa cronaca d’una richiesta d’arresto annunciata impongono una riflessione schietta. A cominciare dall’utilizzo di uno strumento come la custodia cautelare, che in un Paese civile dovrebbe essere l’estrema ratio, e che invece in Italia, specie quando di mezzo c’è un politico, ancor meglio se di centrodestra e alla vigilia di un’importante elezione, si traduce in una sorta di condanna mediatica preventiva, a prescindere da come va a finire l’inchiesta, e senza che nessun magistrato sia mai chiamato a rispondere in prima persona se il polverone si risolve al dunque in un nulla di fatto.

Delle accuse di alcuni pentiti nei confronti del sottosegretario al Tesoro si parla da oltre un anno: da quando, cioè, a darne conto con grande evidenza fu il settimanale l’Espresso, al quale evidentemente qualcuno aveva ritenuto di farle conoscere nonostante il segreto d’indagine pure evocato con insistenza nelle ultime settimane dai vertici della Procura di Napoli. Da allora lo stillicidio non si è mai arrestato, con una palpabile e trasversale recrudescenza registrata in coincidenza con l’ipotesi della candidatura di Cosentino alla presidenza della Regione Campania.

Tutto questo ha avuto enormi ricadute politiche, e nel partito unitario del centrodestra ha innescato una dura riflessione sulla reale capacità di preservare l’anima garantista. Sul fronte meramente "tecnico", però – e qui veniamo al nostro ragionamento -, il risultato è stato un altro: nonostante non fosse stato raggiunto da alcun avviso di garanzia né interrogato dai magistrati, Nicola Cosentino ha appreso dai giornali della (allora) presunta esistenza di un’inchiesta a suo carico e, seppur con una certa approssimazione, ha saputo via via a mezzo stampa quali pentiti avevano fatto il suo nome e per quale motivo.

Di più: di una richiesta d’arresto avanzata dalla Procura e pendente presso l’ufficio del gip i giornali parlano da mesi (oggi si dice che una precedente istanza in tal senso fosse stata rigettata nel 2008), col risultato piuttosto surreale che una misura cautelare fino a ieri "fantasma" – e comunque destinata a passare al vaglio della giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati di cui Cosentino fa parte – è arrivata a condizionare la discussione sulle candidature regionali del primo partito d’Italia.

A questo punto l’interrogativo è d’obbligo. Non sappiamo se i magistrati abbiano dato semaforo verde alla misura cautelare perché temevano che il sottosegretario al Tesoro potesse darsi alla macchia, o perché pensavano che potesse reiterare i reati di cui lo accusano, o per scongiurare l’inquinamento delle prove, oppure per tutte e tre queste ragioni contemporaneamente.

Sta di fatto che se davvero avesse voluto riparare all’estero o darsi alla clandestinità, l’esponente del PdL, da mesi "avvisato" a mezzo stampa (e non certo dal Giornale di Berlusconi), avrebbe avuto tutto il tempo per trasferirsi in qualsiasi parte del mondo, visto l’ampio rincorrersi delle voci sulla richiesta d’arresto e la lunga riflessione che ne ha preceduto l’accoglimento da parte del gip.

Se invece Cosentino – lasciando per un attimo da parte la presunzione d’innocenza e ipotizzando che si sia davvero macchiato di concorso esterno in associazione camorristica – avesse voluto reiterare il reato, lo si sarebbe lasciato a lungo agire indisturbato, pur nella già maturata consapevolezza della sua presunta pericolosità.

Se infine il sottosegretario avesse avuto in animo di inquinare le prove, non solo anche in questo caso avrebbe già avuto tutto il tempo per farlo, ma il crescente chiacchiericcio mediatico cui la Procura si è a lungo rifiutata di mettere fine gli avrebbe anche fornito l’indubbio "movente" di sapere che un’autorità giudiziaria, a torto o a ragione, si stava interessando di lui.

Insomma, a volte la sensazione è che si finisca col dimenticare che la richiesta di arresto preventivo – vale a dire la sottrazione della libertà nei confronti di un cittadino prim’ancora che a suo carico sia intervenuto anche solo un rinvio a giudizio – è un atto che deve rispondere a presupposti ben precisi.

Sarà la lettura dell’ordinanza a consentire a chi di dovere di valutare se nel caso del Cosentino questi presupposti vi fossero o meno. Per quanto riguarda i tempi e i modi, a noi che non siamo né giudici né pm, e tantomeno possediamo il primato della superiorità morale, sia consentito ritenere che lo sviluppo della vicenda abbia avuto un andamento piuttosto singolare. Perché sia che ci si trovi di fronte a un pericoloso fiancheggiatore di camorristi lasciato libero e indisturbato per mesi in attesa di una decisione del gip, sia che ci si trovi di fronte a un cittadino innocente vittima di accuse ingiuste e di un indegno tritacarne mediatico, la scelta di avallare una richiesta di custodia cautelare, e di farlo ora, suscita più di un interrogativo sull’utilizzo di questo strumento d’indagine. Nel primo caso, infatti, l’iniziativa giudiziaria sarebbe tardiva, nel secondo caso ingiusta; in entrambi, vi sarebbe l’aggravante di aver condizionato per mesi, per inerzia o per errore, un momento delicatissimo nella vita democratica come quello che precede l’avvio di una campagna elettorale.

E’ francamente troppo per poter escludere a cuor leggero che con il caso Cosentino la politica non abbia nulla a che vedere.

(F.D.)